Diciassettesima conversazione

Serva ordinem et ordo servabit te

 di Don Massimo Lapponi O.S.B.

            Scrive Cicerone:

 

«Tutto quel che di giusto e di bello dicono i filosofi, non è che l’effetto e la conferma della virtù di coloro che sono stati legislatori dei popoli (…) Quel cittadino dunque che sa costringere tutto un popolo con l’impero e la minaccia delle leggi a far quello che i filosofi potrebbero persuadere con le loro dottrine soltanto a pochi alunni, è dunque da preferire a quegli stessi maestri che sanno soltanto dimostrare la teorica bontà delle leggi. Quale mai squisita eloquenza di questi ultimi potrebbe essere anteposta ad un ordine civile ben costituito per istituzioni e per costume?».

 

 

Quello che Cicerone dice, con tanta efficacia, della superiorità degli ordinamenti pubblici civili sulle dimostrazioni dei filosofi, può senza alcun dubbio essere applicato alla superiorità degli ordinamenti familiari – civili e religiosi – sulla dimostrazione teorica della bontà della vita virtuosa. Mentre, cioè, teologi, filosofi, psicologi, sociologi, economisti svolgono il lodevole compito di spiegare teoreticamente quali dovrebbero essere i comportamenti più santi, sani e giovevoli delle persone e delle famiglie, San Benedetto adempie una missione complementare e molto più efficace: assegnare ad ogni aspetto della vita quotidiana delle famiglie il giusto regolamento, con un saggio ordine dei tempi, dei luoghi, delle azioni esteriori e delle disposizioni interiori. Senza questa guida, che dà forma concreta alla vita virtuosa di persone che vivono insieme, le lezioni e le conferenze apparirebbero tanto belle quanto puramente teoriche.

E, d’altra parte, come insegna Aristotele, nella vita morale la pratica precede la teoria. I giovani, infatti, non possono essere educati con la sola dimostrazione teorica della bontà della virtù, ma, prima che possano comprenderne la dimostrazione, devono sperimentare, educati dall’esempio dei più anziani virtuosi, dalle leggi, dalle punizioni e dai premi, la felicità della vita buona e l’infelicità della vita viziosa. E, d’altra parte, i teorici della vita familiare sana dove prendono il loro materiale, se non dall’esperienza positiva o negativa di quanti hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze di una vita comune ben regolata o mal regolata?

Se, dunque, vogliamo assicurare una crescita sana ai nostri figli, ascoltiamo pure psicologi, sociologi, teologi ed economisti, ma soprattutto mettiamo in pratica quel sano ordinamento della “domus familiae” che ci viene proposto da San Benedetto nella sua Regola e dalla tradizione che ad essa si ispira.

Questo principio vale, in modo particolare, per una delle più drammatiche emergenze dei nostri tempi: la spaventosa depravazione sessuale che, soprattutto attraverso i moderni strumenti elettronici, giunge a corrompere non solo l’adolescenza, ma la stessa infanzia.

Il recente volume di Thérèse Hargot, “Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)”, Ed. Sonzogno, svela retroscena che definire allarmanti è dir poco. L’autrice racconta, attraverso la sua esperienza di insegnante, come gli stessi bambini delle elementari siano ormai dipendenti dal sesso virtuale offerto a piene mani dalla moderna industria elettronica.

Come difendersi da una simile aggressione, che sembra avere una potenza sovrumana?

Non bastano le cognizioni teoriche da parte dei genitori e degli educatori, né, tanto meno, le lezioni di morale alla gioventù. Ripeto – seguendo Aristotele – che l’educazione morale della gioventù non va fatta in prima istanza con le lezioni. Di fronte all’attrattiva immediata del vizio la lezioncina di morale non ha alcuna efficacia, come non la ha neanche la dimostrazione scientifica dei pericoli igienici dei disordini sessuali.

Cosa si richiede, dunque? Una vita organizzata da precisi ordinamenti che allontanino le occasioni pericolose, facciano apprezzare gli esempi della vita virtuosa degli adulti e degli antenati, puniscano il vizio, premino la virtù, e facciano assaporare la felicità della vita buona concretamente praticata.

Ma come attuare queste cose nella vita familiare di oggi?

Come è stato detto più volte, in questa come in altre stelle, bisogna andare coraggiosamente contro corrente e, oltre ad impedire la presenza di pubblicazioni immorali in casa, tenere lontani i piccoli, fino ad un certa età, da definire con i competenti, dagli strumenti elettronici. E questo per prima cosa perché detti strumenti, indipendentemente dai loro contenuti, danneggiano la normale crescita di un organismo ancora in formazione, che per formarsi in modo sano deve avere il contatto con la vita reale, e poi perché il relativo danno viene elevato all’ennesima potenza dalla presenza di contenuti pornografici.

E qui si obietterà che il piccolo che a casa non adopera strumenti elettronici, facilmente li vedrà in mano ai suoi compagni di scuola, e che, anzi, spesso saranno proprio i suoi compagni ad invitarlo a vedere contenuti pornografici.

Fino a che punto a ciò si possa ovviare con la scelta, ora possibile, della “home schooling”, è un problema da prendere in considerazione. Soprattutto bisogna prendere atto che il lavoro che si fa dentro casa deve essere accompagnato da un grande lavoro culturale e politico, volto ad ottenere cambiamenti radicali nella pubblica opinione, nella legislazione e nella scuola e a far sì che vengano oscurati i siti pornografici e che la sana educazione morale della gioventù torni ad essere al centro dell’interesse pubblico e della formazione scolastica.

Ma, essendo questi obiettivi, se non utopistici, almeno a lungo termine, è forse più importante partire da un principio fondamentale: per quanto siano utili e anche indispensabili le protezioni esteriori, la protezione più efficace rimane la convinzione interiore del bambino che il male non si deve mai fare, anche se “nessuno mi vede”, perché “Dio sempre ti vede”.

Come si fa ad ottenere questa convinzione interiore? Oltre l’autorevolezza di genitori ed educatori – che ovviamente devono essere tali da meritare quel rispetto e quell’amore incondizionato che fa anteporre il loro giudizio a quello del mondo – è importante che il bambino gusti nella sua stessa intima sensibilità la bellezza della vita buona, e in particolare dell’amore vero, che solo può dare un senso alla dimensione sessuale.

Di questo abbiamo già parlato, e vogliamo qui insistere sulla necessità che, nell’orario della giornata, vi sia il dovuto spazio per la lettura comune di testi letterari, la visione di filmati, l’ascolto di musiche, che cantino il poema della gioia più vera e dell’eroismo necessario per conquistarla. Altrettanto importante è che vi sia il tempo per i ricordi familiari e storici di felicità coniugale, da contrapporre – e il termine non è inopportuno – all’attuale decadenza.

Ma il rigoroso ordinamento della giornata ha anche un altro vantaggio. Chi è preso da una passione sensuale non conosce più né tempi né orari ed è capace di protrarla per tutto il giorno e tutta la notte, senza badare né ai pasti, né al riposo, né ad altro. Ma quando in una famiglia vi è il costume “benedettino”, sancito ed accettato, del rigoroso rispetto dei tempi per ogni cosa importante – i pasti, la preghiera, la ricreazione comune, il riposo, la levata mattutina – anche se qualcuno si fa prendere dalla tentazione della sensualità, l’ordine stesso della vita comune lo costringerà ad interrompere la sua pratica viziosa, alla quale non è lasciato alcun tempo ed alcuno spazio nell’ordinamento della “domus”.

Infine, per ritornare all’argomento della preghiera liturgica familiare, ogni valore umano, anche il più alto, perde vigore se non è sostenuto dal sentimento religioso. Per questo tra le esperienza che consolideranno la convinzione intima del bambino di dover aborrire il vizio ed amare la virtù, il primo posto spetta alla religione. Ma si badi: analogamente a ciò che è stato detto sopra sull’insegnamento di Aristotele, non soltanto e non tanto all’istruzione religiosa, quanto soprattutto all’esperienza della religione nella sua dimensione di vita vissuta nel sentimento e nella profondità dell’anima. E a tal fine avrà un ruolo privilegiato una preghiera liturgica familiare, fatta in orari definiti, che si imprima dell’animo del bambino per la bellezza degli arredi, dell’espressione poetica delle preghiere, dell’iconografia, del canto.

Tutto questo richiede lavoro, certamente. Ma sarà un lavoro ricompensato ad usura, anche se per esso bisogna sacrificare il tempo dedicato ad una professione, più o meno dignitosa, fuori casa.