Conversazionidon-massimo

..ancora sulla “Biblia pauperum”

Restiamo ancora un momento sull’argomento della conversazione precedente: la “Biblia Pauperum”. Importa, infatti, sottolineare che i “poveri” sono i destinatari e non gli autori della “Biblia pauperum”. Ciò significa che le varie forme di trasmissione della fede attraverso le arti umane non devono essere elaborate da persone impreparate e con poco impegno dell’intelletto e del cuore. Al contrario, perché un messaggio così importante per la vita umana risulti efficace, è necessario che in esso siano investite le doti più preziose dell’animo umano. Se, al contrario, a sostegno del messaggio di fede si investono soltanto scarse risorse, mentre tutto l’impegno della cultura umana viene impiegato per sostenere e sviluppare un sentimento della vita incompatibile con il vero senso religioso e cristiano, fatalmente la mentalità profana attirerà tutta l’attenzione e finirà per conquistare l’animo del nuovo cittadino del mondo.

Infatti, quando il bambino incomincia ad uscire dal mondo protetto della casa paterna – ed oggi sappiamo bene quanto esso sia poco protetto! – fatalmente farà il confronto tra quegli spunti di religione che gli sono stati inculcati in famiglia e in parrocchia e il grande spettacolo della moderna società, con le sue luci smaglianti e la sua promessa illusoria di felicità a buon mercato. Ora, se la cultura cristiana che ha assimilato appare ai suoi occhi sostanzialmente puerile e fondata su una povertà di contenuti e di stimoli in alcun modo rispondente a tutto ciò che dà senso e valore alla vita di un uomo e di un giovane, mentre, al contrario, la cultura della moderna società sfavilla per l’impiego delle più brillanti doti dell’ingegno umano, si può facilmente prevedere quale delle due proposte riceverà la sua preferenza.

A questo proposto devo riferire un’esperienza fatta in Sri Lanka. Qui la società, al di fuori della capitale e dei maggiori agglomerati urbani, è ancora legata alle tradizioni religiose e familiari. Nelle famiglie vi è, di regola, un angolo – e a volte una stanza – destinato al culto, dove si nota la presenza di simbologia religiosa, buddista o cattolica, e dove la famiglia si riunisce per la preghiera almeno una volta al giorno. Recentemente sono stato ospite di una famiglia nella quale la sera il padre, la madre e la figlia diciottenne, ancora rimasta in casa, si riunivano per recitare il rosario in una forma più elaborata di quella comune tra noi, comprendente anche momenti di canto litanico con inflessioni musicali caratteristiche.

Tutto questo rappresenta senz’altro una forma culturale di un certo rilievo. E tuttavia non ho potuto non avvertire un certo disagio. Sembrava, infatti, che l’ottima pratica del rosario quotidiano fosse un’espressione legata soprattutto alla tradizione, senz’altro sentita, ma non supportata da una cultura adeguata. Questo appariva con molta più evidenza in altre famiglie, in cui di fronte all’angolo della religione, rappresentato da ingenue statuette sacre, campeggiava un sofisticato armamentario elettronico con tutti i più moderni strumenti mediatici. E, mentre la devozione si trasmetteva attraverso librettini devoti molto semplici, e certamente risalenti a molti anni indietro – testi preziosi, ma culturalmente poveri – la modernità profana faceva sfoggio di tutta la sua luccicante ricchezza di mezzi e di contenuti. Nelle case, anche di campagna, erano presenti giornali quotidiani con pagine di contenuto erotico, televisione spesso accesa senza scelta responsabile degli orari e dei programmi, musica sguaiata e martellante trasmessa ad alto volume. In questa situazione la presenza della devozione familiare sembra – rovesciando l’immagine evangelica – come il vino vecchio in otri nuovi: prima o poi – più prima che poi! – finirà per versarsi in terra!

In occidente questo è già accaduto, e possiamo chiederci se ciò non sia avvenuto proprio per la povertà della nostra cultura cristiana. Eppure, se fossimo più informati, sapremmo che la cultura cristiana non è affatto povera! È stata la cultura profana degli ultimi decenni che ha costretto violentemente la grande cultura cristiana a farsi da parte e la ha sostituita con i suoi nuovi prodotti, troppo spesso malsani. Se, dunque, sostenendoci a vicenda, potessimo far rivivere in modo nuovo un grande pensiero, una grande arte, una grande poesia, una grande musica, una grande ricchezza di emozioni di ispirazione religiosa e cristiana e ad animare, per loro mezzo, la vita quotidiana delle nostre famiglie, quale immenso miglioramento potremmo ottenere nell’ambiente in cui crescono e si formano i nostri figli! Quali stimoli per una più cosciente assimilazione della fede e per un apprezzamento duraturo per i suoi contenuti potremmo offrire loro!

Ma tutto ciò richiede necessariamente un grande impegno e un grande lavoro. Un lavoro in casa, ovviamente, non un lavoro professionale fuori casa. Ma ricordo che la parola “economia” deriva dalle due radici greche: Oikos e Nomos. La prima corrisponde alla parola latina “Domus”, cioè la casa, la “home” degli inglesi; la seconda si potrebbe tradurre con la parola latina “Regula”. Dunque etimologicamente la parola “economia” indica il buon regolamento della casa di famiglia – quale è, appunto, la Regola di San Benedetto – e ciò significa che a fondamento della sana economia delle famiglie e delle nazioni non vi è il lavoro professionale, ma il lavoro per la buona gestione della casa – certamente anche, e soprattutto, per la buona gestione della sua vita religiosa.

Appuntamento alla prossima conversazione!

 

Se vuoi saperne di più visita la pagina la Regola di San Benedetto per Famiglie!

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