Sedicesima conversazione

“Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo” (Gn 28, 17)

 di Don Massimo Lapponi O.S.B.

            Per comprendere lo spirito delle lezioni sulla preghiera liturgica familiare, possiamo partire da questa citazione di San Massimo il Confessore (580-662):

«La lampada posta sul candeliere, di cui parla il Vangelo, è nostro Signore Gesù Cristo, vera luce del Padre che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. Il candeliere è la santa Chiesa. La parola di Dio non vuole restare sotto il moggio, ma desidera essere messa bene in vista, al sommo della Chiesa. Posta sul candeliere, cioè nel culto in spirito e verità, essa illumina ogni uomo».

Possiamo interpretare le parole del santo nel senso più strettamente letterale: la parola di Dio risplende sul candelabro specialmente nel culto in spirito e verità, cioè nella preghiera liturgica eseguita con efficacia e con devozione. Se, infatti, non ci fosse una manifestazione pubblica e visibile della presenza di Cristo e della parola di Dio in mezzo a noi, la lampada del Vangelo resterebbe nascosta sotto al moggio, e non risplenderebbe per tutti come una città posta in cima al monte.

Certamente, si può e si deve custodire la presenza di Dio nel cuore, ma come potremmo venire a contatto con questa presenza, se essa non ci si manifestasse visibilmente?

Ricordo ancora quanto mi disse una signora che aveva abitato a Farfa per tanto tempo e poi si era trasferita in una frazione vicina. Si parlava della vita di fede e di preghiera. “Eh!” disse con un sospiro. “Là è tutta un’altra cosa!”

Certamente in quella frazione c’era la chiesa, ma non aveva tutta la forza della presenza di una grande basilica benedettina officiata da una comunità monastica, per quanto piccola.

E posso riferire anche altre esperienze legate a Farfa.

Una signora frequentò per un certo tempo il nostro borgo, come operatrice del comune per la pulizia delle strade, tutte le mattine. L’orario del suo lavoro le consentiva di essere facilmente a contatto con la celebrazione delle lodi mattutine e della messa.

Successe che, una volta finito il suo servizio di lavoro come operatrice comunale a Farfa, quella signora continuò a frequentare la messa della mattina nella nostra basilica, anche se abitava piuttosto lontano.

Negli anni 70-80 del secolo scorso vi fu a Farfa, nel periodo estivo, una campagna di scavi archeologici organizzata dalla Scuola Britannica di Roma. Ragazzi e ragazze inglesi e americani trascorrevano qualche settimana ogni anno ospiti del monastero per attendere al loro lavoro. Si può pensare che giovani e giovanette anglo-americani degli anni 70/80 del Novecento non fossero i più devoti fedeli cattolici!

In quel periodo con il coro parrocchiale di Farfa facevamo molte prove di canto per preparare le liturgie delle diverse celebrazioni che ricorrevano in quel tempo dell’anno. Alle orecchie dei giovani archeologi arrivavano gli echi della Messa latina di Giuseppe Oltrasi, dei canti gregoriani e dei mottetti eseguiti dall’allora abbastanza agguerrito coro parrocchiale. Così si risvegliò il loro l’interesse, e regolarmente molti di loro partecipavano alle celebrazioni. Ricordo ancora che a una ragazza inglese si illuminavano gli occhi quando diceva agli altri: “Oggi ci saranno le prove di canto!”

Le esperienze che ho riferito dimostrano quanto sia importante per far risplendere nel mondo la presenza di Dio e della sua parola la visibilità del culto e della sua bellezza. Questa bellezza si manifesta nello stesso edificio sacro, nelle decorazioni artistiche, nelle vesti liturgiche, nella dignità dei riti, nel profumo dell’incenso, nella dolcezza dei canti.

Risuona spesso nei salmi la lode della casa di Dio e la felicità di dimorarvi per sempre, o anche per un solo giorno.

Una cosa ho chiesto al Signore,

questa sola io cerco:

abitare nella casa del Signore

tutti i giorni della mia vita,

per gustare la dolcezza del Signore

ed ammirare il suo santuario.

Egli mi offre un luogo di rifugio

nel giorno della sventura.

Mi nasconde nel segreto della sua dimora,

mi solleva sulla rupe.

E ora rialzo la testa

sui nemici che mi circondano;

immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza,

inni di gioia canterò al Signore.

(Sal 26, 4-6)

Quanto sono amabili le tue dimore,

Signore degli eserciti!

L’anima mia languisce

e brama gli atri del Signore.

Il mio cuore e la mia carne

esultano nel Dio vivente (…)

Beato chi abita la tua casa:

sempre canta le tue lodi! (,,,)

Per me un giorno nei tuoi atri

è più che mille altrove,

stare sulla soglia della casa del mio Dio

è meglio che abitare nelle tende degli empi.

(Sal 83, 2-3; 5; 11)

 

Nel nuovo Israele il mistero della casa di Dio non si realizza soltanto nel tempio di Gerusalemme, ma in ogni tempio in cui il Signore si rende presente in mezzo a noi. Ma se questo vale in modo eminente per le chiese, ciò non vuol dire che non possa e non debba realizzarsi anche nelle nostre case! In un certo senso, anzi, una casa di famiglia è avvantaggiata rispetto alle chiese parrocchiali, mentre ha la possibilità di assomigliare molto alle chiese monastiche.

Cerco di spiegarmi. Ricordo che una volta mi trovavo in una cittadina delle Marche e avevo bisogno di incontrarmi con un parroco. Entrai nella chiesa parrocchiale e, come sempre, ammirai la bellezza dell’edificio sacro, anche se l’ambiente era disturbato dal rumore del traffico che veniva dalla strada. Quando poi entrai nelle sale parrocchiali vi trovai un incredibile disordine. Si vedeva che non erano locali di abitazione, ma soltanto locali di passaggio, di riunione o di organizzazione di attività varie.

La stessa vita di un sacerdote diocesano per lo più è segnata dal ritmo, spesso frenetico e poco ordinato, della varie attività, e difficilmente permette di curare l’ordine della vita quotidiana e di tenere gli ambienti parrocchiali come una vera “domus”. E poi un parroco oggi generalmente non si ferma in una parrocchia più un decina d’anni, e ciò contribuisce a rallentare il legame della sua vita con le mura della casa di Dio.

La situazione è totalmente diversa nel caso di una chiesa benedettina. I monaci, infatti, non si dedicano in modo massiccio alle attività parrocchiali – anche se uno di loro può essere parroco – ma principalmente alla cura della liturgia, della chiesa e della casa. La loro è una vera vita familiare vissuta alla luce, sempre rinnovata, della presenza e della parola di Dio. Inoltre essi fanno il voto di stabilità, per il quale, a parte circostanze eccezionali, rimangono per tutta la vita nel loro  monastero. Spesso il monastero e la chiesa che ne fa parte hanno attraversato i secoli e hanno accumulato un grande patrimonio di arte, di storia, di tradizioni, di cultura. Che in un piccolo borgo come Farfa ci sia una chiesa così grande, si spiega con il fatto che la chiesa non è sorta per le necessità dei fedeli del borgo, ma per la vita plurisecolare di una comunità monastica che nei suoi periodi migliori ha contato un centinaio di monaci, e anche più. Non avendo, poi, i monaci proprietà privata personale, tutto è sempre rimasto patrimonio dell’Abbazia – un patrimonio ancora ricco, nonostante le avversità e le ruberie di un millennio e mezzo di storia.

Vedete come per tanti versi una comunità monastica assomiglia ad una famiglia assai più che una parrocchia, e perciò una famiglia può trarre ispirazione da una comunità benedettina per diventare veramente una “casa di Dio” e una “porta del cielo”, nella quale tutti possano sentire la presenza viva di Cristo e della sua parola?

Con quali mezzi? Principalmente con quei mezzi che rendono presente il Signore in un monastero: la preghiera liturgica adornata dalla bellezza dell’arte, dei testi e dei canti sacri – ma una preghiera che poi si ripercuota nella vita quotidiana di quanti la frequentano.

Concludo con un richiamo all’attualità.

Guardate questo video:

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Una dodicenne olandese, e perciò probabilmente protestante, in un teatro della capitale dell’Islanda, cioè di un paese strettamente legato alla cultura nordica luterana, e ora enormemente secolarizzato, accompagnata dal coro e accolta da un applauso caloroso di un pubblico probabilmente lontanissimo dalla fede, canta in latino l’Ave Maria di Gounod! Come si spiega questo, se non per la bellezza incomparabile e infinitamente seducente dell’arte liturgica cristiana?

Non è necessaria questa seduzione celeste anche per noi e per i nostri figli?