di Don Massimo Lapponi O.S.B.

Il sostegno offerto alle nostre limitazioni dalle ricchezze della vita religiosa e familiare

La tentazione di Marta viene a tutti! Ci facciamo prendere dai nostri lavori, o anche dalle nostre preoccupazioni personali, e il richiamo della preghiera regolare a volte ci trova impreparati, anche se, come religiosi consacrati, sappiamo che è il nostro primo dovere.

Ma cosa succede spesso in questi casi? La stessa realtà della celebrazione liturgica corale si impone con la sua concretezza, come qualche cosa di solidamente esistente e presente, di là dalle nostre limitazioni psicologiche particolari e transitorie. E quella forte realtà, costituita dalle parole della Sacra Scrittura, rese viventi perché celebrate pubblicamente e arricchite dal rito, dal canto e dal luogo sacro, con le sue decorazioni espressive, non solo si impone sui nostri stati psicologici meschini, ma spesso ci offre ispirazioni e soluzioni per superare i problemi più personali e per trarre da essi stimolo ad un arricchimento interiore.

Questo fatto dimostra quanto sia importante che la vita religiosa – ma anche quella sacerdotale – non venga mortificata e ridotta ad una misera condizione di vita “single”, in situazioni di solitudine umana e psicologica e di vera indigenza spirituale, alla quale non potrebbe efficacemente portare rimedio e sollievo la sola preghiera individuale. Al contrario, la vita consacrata deve trovare la sua collocazione ideale in un ambiente architettonico e umano che sia come la realizzazione visibile e tangibile della Gerusalemme celeste, già presente in questa vita terrena.

Le ricchezze di preghiera liturgica, di arte architettonica e figurativa, di rito, di poesia, di canto, di cultura, di saggezza ordinativa che hanno arricchito la Chiesa attraverso i secoli devono tutte concorrere a rendere la vita religiosa non una solitudine indigente, ma, al contrario, una pienezza di gioia vissuta comunitariamente nella partecipazione a una realtà umano-divina ordinata e strutturata secondo una sapiente organizzazione quotidiana dei luoghi e dei tempi.

E non dovrebbe essere qualche cosa di analogo la vita di famiglia? Non dovrebbero tutti i suoi componenti, e specialmente i più fragili, trovare nell’ambiente domestico quella realtà sapientemente ordinata che dia loro sicurezza, serenità e ispirazione per la loro vita personale?

Anche nelle famiglie dovrebbero esserci i momenti di preghiera liturgica arricchita dalla tradizione plurisecolare dell’arte ecclesiastica, e, accanto ad essa, i momenti di gioiosa aggregazione intorno alla tavola, nel lavoro condiviso, nella partecipazione comune alle esperienze della rievocazione familiare, della lettura, del canto, dell’ascolto, della visione di quanto possa dare appagamento all’animo.

Perché, invece, troppo spesso, la casa di famiglia non è che un ritrovo passeggero di “single” perduti nei loro meschini pensieri ed estranei tra loro? Perché per creare un’ambiente domestico ricco di stimoli condivisi e sapientemente ordinati – come per creare una casa religiosa che sia veramente la “casa di Dio” – è necessario un lavoro assiduo nell’ambito della “Domus”, mentre lo stile di oggi, accolto passivamente o anche quasi imposto dalle disfunzioni della società attuale, porta tutti, genitori e figli – come anche tanti religiosi – a spendere le loro migliori energie nel mondo esterno, con l’illusione di realizzare, così, meglio se stessi, o anche di contribuire più fattivamente al bene comune.

Ma la migliore realizzazione di se stessi e il migliore contributo al bene comune è, invece, prima di ogni altra cosa, la realizzazione della “casa di Dio”, nella vita religiosa come nella vita familiare. È proprio e soltanto dalla Gerusalemme celeste, già tangibile in questa vita, che si riversano sul mondo la luce e il calore che soli possono dare sollievo e conforto alla solitudine e alla miseria tanto abbondantemente diffuse nelle strade delle nostre città.