Conversazioni su una Regola Familiare /32

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

La missione di San Benedetto per il mondo di oggi e il rinnovamento della vita monastica (1)

I papi più recenti, almeno a partire da Pio XII, hanno esortato, in varie occasioni, i monaci a rendere partecipi della loro ricchezza spirituale anche gli altri fedeli, e abbiamo visto come il Beato Schuster prevedesse un tempo, ormai vicino, in cui sarebbe stato comunicato «anche ai laici il pane spirituale di San Benedetto». Tra le righe della sua esortazione incominciava ad apparire che questo “pane spirituale” non era altro che la stessa Regola, capace di formare «non già dottori, predicatori, uomini di genio, ma semplicemente quelle anime di dedizione cui Dio onora col titolo glorioso di operai suoi».

Abbiamo già detto, in una conversazione precedente, che il comandamento: “dare il pane agli affamati” non deve essere inteso in senso riduttivo, e che il pane si dà veramente quando si dà completo. E abbiamo aggiunto che il pane completo consiste essenzialmente nel creare i presupposti di una vita – e in particolare di una vita familiare – sana e felice. Se, infatti, la vita umana è pressoché sempre una vita familiare, sarebbe riduttivo limitarsi a dare agli individui un sostegno materiale, se poi non si creano le condizioni indispensabili perché essi possano acquisire la formazione e gli elementi necessari per una vita familiare sana.

Se, dunque, come dovrebbe ormai apparire in piena evidenza, nella Regola di San Benedetto e nella tradizione benedettina vi è una ricchezza di insegnamenti e di sussidi di valore incomparabile, che non si trova altrove, per creare e gestire adeguatamente la vita quotidiana di persone che vivono sotto lo stesso tetto, ne consegue che tra le opere di carità merita un posto di primo piano «comunicare anche ai laici il pane spirituale di San Benedetto», cioè mettere a disposizione di tutti gli insegnamenti della Regola e quanto serve a realizzarli nella vita delle famiglie.

Certamente in una Regola scritta un millennio e mezzo fa ci sono degli elementi non più attuali, come, in particolare, l’eccessiva mortificazione dell’individuo e della vita personale – aspetto che, del resto, soprattutto a partire dal Rinascimento, è stato gradualmente corretto nella vita dei monasteri – ma, se la consideriamo con un giusto discernimento, il suo senso più vero e profondo risulta preziosissimo per illuminare e guidare la vita familiare di oggi.

A chi, dunque, spetta comunicare alle famiglie questa ricchezza insostituibile?

Si è parlato della scuola e dell’opportunità di una sua profonda riforma, che la renda il più possibile simile alla “scuola del servizio divino” di San Benedetto, proprio perché, se missione precipua della scuola è di preparare i giovani alla vita, appare ovvio che il suo primo ruolo dovrebbe essere quello di prepararli ad una vita familiare sana e felice.

Ciò potrebbe apparire utopistico, ma forse lo è meno di quanto sembra in un’epoca così piena di cambiamenti imprevedibili. Ad ogni modo, dobbiamo sempre considerare la possibile ampia diffusione della scuola parentale e l’eventualità che essa possa fare proprio, almeno in una certa misura, il programma benedettino.

Ma, a questo punto, è opportuno fare un confronto più puntuale tra la scuola tradizionale e moderna da una parte e la scuola di San Benedetto dall’altra.

Abbiamo ricondotto a tre aspetti principali lo spirito che anima la Regola benedettina: 1. l’ordinamento delle attività quotidiane nel monastero 2. Lo spirito di umiltà e di carità che deve animarle 3. La valorizzazione dei talenti e delle abilità dei singoli, sempre, però, subordinata al mantenimento delle giuste disposizioni d’animo di umiltà e di servizio.

Penso che si possa affermare che i primi due punti non rientrano nelle finalità della scuola tradizionale e della scuola moderna. Se la prima indirettamente poteva contribuire, ma in maniera molto imperfetta, alla maturazione spirituale dei giovani attraverso lo studio dei classici, la seconda sembra che vi abbia rinunciato, puntando ormai tutto soltanto sulle abilità utili per gestire il mondo esteriore per scopi professionali.

È, invece, sul terzo punto che si può stabilire una confronto tra le due forme di scuola. L’una e l’altra, infatti, hanno interesse a promuovere le capacità personali attraverso lo studio e l’acquisizione di abilità. La differenza è che per San Benedetto anche queste capacità, per quanto utili, devono però essere subordinate allo scopo di sviluppare le virtù cristiane, e principalmente l’umiltà e la carità, a beneficio della vita comune e per il perfezionamento spirituale di ciascuno, mentre la scuola tradizionale e moderna ricercano lo sviluppo intellettuale e le abilità lavorative per se stesse.

Se questo è vero, bisogna, però, osservare che pressoché tutti i più significativi movimenti di rinnovamento pedagogico del Novecento, dalla Montessori a Freinet allo scautismo alla scuola di Barbiana al Movimento di Cooperazione Educativa, hanno cercato di superare sia l’intellettualismo della scuola tradizionale, sia il pragmatismo della scuola moderna e hanno mirato ad una scuola che fosse più vicina alle reali necessità dei giovani, negli anni cruciali in cui essi costruiscono il loro destino. Questa ricerca di un’incisività più profonda ed efficace nella vita intima dei piccoli e dei giovani recentemente sembra sempre più pericolosamente scadere verso una malsana smania di pseudo-educazione affettiva e sessuale, mentre, d’altra parte, l’indirizzo pragmatico rivolto al mondo del lavoro prevale massicciamente.

Non sarebbe, dunque, totalmente arbitrario presentare una riforma della scuola secondo lo spirito di San Benedetto come una sorta di ripresa, in forma nuova, delle principali correnti pedagogiche del Novecento.

Ma ora dobbiamo rivolgere l’attenzione su quelli che dovrebbero essere gli attori principali dell’urgente opera di elargizione del pane spirituale di San Benedetto alle famiglie – e anche ai sacerdoti e ai consacrati -: i monasteri.

Sviluppare questo punto significa prospettare un vero rinnovamento nella vita monastica e claustrale, che dovrebbe realizzarsi attraverso modalità in qualche misura originali, anche se fondate su elementi essenziali della tradizione benedettina. Questo rinnovamento costituirebbe anche una soluzione alla crisi che da molto tempo travaglia la vita claustrale, la quale si trova a confrontarsi con l’esigenza caritativa e pastorale, così sentita nella civiltà moderna e che agli occhi di molti sembra non rientrare nelle finalità delle comunità monastiche. Esso, infatti, aprirebbe la strada ad un’azione sociale incomparabile, che i monasteri potrebbero esercitare più e meglio di qualsiasi altra istituzione o iniziativa, non solo senza perdere nulla della loro identità, ma, al contrario, riscoprendone tutto il valore, il senso profondo e la fecondità per la vita della Chiesa e del mondo.

Ma è un argomento che richiede un approfondimento di una certa estensione.