di Don Massimo Lapponi O.S.B.

I tre fondamenti della Regola

San Benedetto poggia tutto l’edificio della “casa di Dio” su tre fondamenti. Egli, infatti, intende stabilire:

1. i «tempi opportuni» delle diverse attività
2. le disposizioni d’animo di umiltà e di religioso servizio con cui ogni cosa deve essere fatta
3. la necessità di eseguire ogni cosa nel modo migliore, e quindi la valorizzazione dei talenti di ognuno, purché essa non fomenti sentimenti contrari all’umiltà e allo spirito di servizio.

1. Al primo punto sono dedicati la maggior parte dei capitoli della Regola. In essi si stabiliscono gli orari della preghiera e del lavoro, la disposizione dei luoghi, i ruoli e i servizi necessari alla vita comune, la scelta dei libri per la liturgia o per l’edificazione, il vestiario, l’uso degli oggetti etc. Osserviamo che San Benedetto è stato proclamato patrono degli architetti: egli, infatti, ha “architettato” non soltanto i luoghi, ma anche i tempi e i modi della vita comune.

2. Ovviamente questa “architettura” perderebbe tutto il suo valore se rimanesse una pura forma esteriore. A fondamento di essa, dunque, la Regola pone le disposizioni spirituali che le danno il suo vero senso e che richiedono di essere costantemente nutrite dalla preghiera e dalla frequentazione abituale della Parola di Dio. Per questo la preghiera liturgica ha un posto assolutamente primario nel programma quotidiano benedettino. Accanto ad essa vi è, ovviamente, la preghiera privata e la cosiddetta “lectio divina” – cioè lo studio meditato della Sacra Scrittura. Ma agli occhi di San Benedetto – che partecipa allo spirito dei Padri della Chiesa antica – la preghiera per eccellenza è la preghiera liturgica. I salmi, infatti, che, in quanto preghiere bibliche divinamente ispirate, costituiscono il modello di ogni preghiera, sono fatti per essere cantati o recitati in coro, per lodare Dio e per elevare gli animi dei fedeli. Niente può sostituire, come culto accetto a Dio e come edificazione efficace dell’animo umano, questo genere di preghiera, che scandisce i tempi più significativi della giornata monastica, contribuendo in modo sostanziale a costituire e a differenziare, rispetto ad altre realtà umane, la casa e la famiglia di Dio.
Come si è già detto, San Benedetto non si accontenta delle realizzazioni esteriori – tanto meno nella liturgia, come egli si premura di sottolineare nel capitolo XIX – ma vuole che tutto serva a conseguire quelle disposizioni d’animo che sole rendono la vita dei monaci gradita a Dio e agli uomini. Per questo egli dedica il più lungo capitolo della Regola, il VII, a raccomandare e a spiegare la virtù che egli maggiormente apprezza: l’umiltà. E nel penultimo capitolo della Regola, il LXXII, egli riassume efficacemente lo spirito che deve animare ogni aspetto della vita monastica, senza il quale essa sarebbe soltanto un corpo senz’anima: i fratelli «si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore; sopportino con grandissima pazienza le rispettive miserie fisiche e morali; gareggino nell’obbedirsi scambievolmente; nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma piuttosto ciò che giudica utile per gli altri; si portino a vicenda un amore fraterno e scevro da ogni egoismo; temano filialmente Dio; amino il loro abate con sincera e umile carità; non antepongano assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna».

3. Se nella liturgia, come anche nella lettura comune che si fa a tavola e in altri momenti, la celebrazione delle opere di Dio e l’edificazione degli uomini deve essere fatta pubblicamente, ciò esige che essa venga eseguita in modo adeguato, cioè con ordine e proprietà. San Benedetto, dunque, da una parte esige che si seguano determinate norme, dall’altra valorizza le doti di quanti hanno le migliori disposizioni per la lettura e per il canto. Egli aggiunge, però, che, in questo come in altri casi, i talenti di ciascuno devono servire al bene dei fratelli e alla gloria di Dio, ma in nessun modo devono fomentare l’orgoglio o la presunzione di chi li possiede. Le poche indicazioni che egli dà su questo punto sono preziose e possiamo dire che sono state il fondamento di un’intera cultura attraverso i secoli. Egli scrive nel capitolo XXXVIII, sulla lettura in refettorio:
«Alla mensa dei monaci non deve mai mancare la lettura, né è permesso di leggere a chiunque abbia preso a caso un libro qualsiasi, ma bisogna che ci sia un monaco incaricato della lettura, che inizi il suo compito alla domenica».
Primo punto: l’ordine.
Subito dopo aggiunge:
«Dopo la Messa e la comunione, il lettore che entra in funzione si raccomandi nel coro alle preghiere dei fratelli, perché Dio lo tenga lontano da ogni tentazione di vanità».
Secondo punto: il mantenimento dell’umiltà.
Ma alla fine del capitolo il santo aggiunge:
«Però i monaci non devono leggere e cantare tutti secondo l’ordine di anzianità, ma questo incarico va affidato solo a coloro che sono in grado di edificare i propri ascoltatori».
Terzo punto: la valorizzazione dei talenti per un degno servizio di Dio e dei fratelli.
Questi ultimi due punti sono ribaditi anche a proposito delle arti e dei mestieri, nel capitolo LVII:
«Se in monastero ci sono dei fratelli esperti in un’arte o in un mestiere, li esercitino con la massima umiltà, purché l’abate lo permetta. Ma se qualcuno di loro monta in superbia, perché gli sembra di portare qualche utile al monastero, sia tolto dal suo lavoro e non gli sia più concesso di occuparsene, a meno che rientri in se stesso, umiliandosi, e l’abate non glielo permetta di nuovo».
È alla fine di questo capitolo che – dopo aver messo in guardia contro la disonestà e l’avidità del guadagno – il santo aggiunge quelle parole bibliche che sono diventate una sorta di secondo motto benedettino: «Ut in omnibus glorificetur Deus – Affinché in ogni cosa sia glorificato Dio» (cf 1Pt 4, 11).

Tutta l’incalcolabile operosità dei monasteri benedettini nel campo del lavoro, della cultura, della musica, del canto, dell’architettura e decorazione sacra e delle arti più diverse ha la sua radice in queste poche ma fondamentali indicazioni di San Benedetto.

Ad esse bisogna aggiungere le opere propriamente caritative, quali gli ospizi per i pellegrini e i poveri, le varie forme di assistenza ai bisognosi etc. Alcune di queste attività sono state più caratteristiche del medioevo che dei secoli più recenti, e bisogna dire con franchezza che negli ultimi tempi l’Ordine Benedettino, come gli altri ordini claustrali, ha attraversato una forte crisi proprio perché gli si rimproverava di aver pensato soltanto alla santificazione dei suoi membri ma non al bene della società. Sebbene l’accusa sia fondamentalmente ingiusta, essa è tuttavia stimolante, in quanto invita a riconsiderare la funzione dei monasteri e a scoprire quale possa essere il loro ruolo nella società di oggi.
È questo un punto fondamentale che merita un ulteriore approfondimento.