di Don Massimo Lapponi O.S.B.

L’influsso dell’una e dell’altra scuola sulla vita familiare

 

Da quanto abbiamo detto fin qui, dovrebbe sempre meglio apparire la differenza sostanziale tra la scuola tradizionale e moderna e la “scuola del servizio divino” di San Benedetto, come pure il diverso influsso che l’una e l’altra hanno, o potrebbero avere, sulla vita familiare.

Ma è opportuno chiarire meglio questo punto.

La scuola tradizionale è finalizzata alla conoscenza intellettuale in se stessa e alla sua possibile utilità principalmente nella vita professionale fuori casa. Al contrario, la scuola di San Benedetto è finalizzata all’edificazione della vita quotidiana di un gruppo di persone che vivono insieme e che aspirano a perfezionare non tanto il proprio intelletto, quanto il proprio cuore e la propria condotta, e che, quindi, subordinano al perfezionamento interiore e alla carità che deve animare la vita quotidiana comune anche la più alta attività intellettuale.

Dal fatto che la scuola tradizionale persegua una formazione prevalentemente intellettuale e che si indirizzi principalmente a preparare gli studenti ad un lavoro professionale, consegue che molti aspetti formativi che sono importanti per la vita familiare di tutti i giorni sono da essa totalmente ignorati e che si crea una sorta di “gerarchia di valori”, per la quale alcune competenze sono più generalmente stimate, perché si presume che aprano più facilmente la strada ad una carriera professionale ben retribuita e socialmente apprezzata, mentre altre competenze sono meno stimate, o perché non sembrano prospettare facili carriere lavorative, o perché rivolte a realizzazioni professionali socialmente poco considerate.

Le ripercussioni negative di questa scuola sulla vita familiare sono molte e molto gravi.

Un fatto fortemente negativo è lo stesso culto della scuola e dello studio, che non da oggi domina incontrastato nella società. Se si chiedesse alle persone più diverse qual è il primo, assoluto e quasi sacro dovere dei giovani, pressoché tutte risponderebbero: “Studiare”!

Dunque nell’immaginario collettivo, e in quello dei genitori in particolare, domina l’idea indiscussa e indiscutibile che ciò che dovrebbe costituire l’impegno primario, quasi religioso, dei giovani dai sei ai diciott’anni e oltre è l’applicazione allo studio secondo i parametri della scuola tradizionale e moderna. Ovviamente in questo doveroso impegno non rientra tutto ciò che per la scuola non conta, come quegli aspetti fondamentali per una buona vita quotidiana a cui abbiamo accennato, mentre la “gerarchia di valori” scolastica delle competenze da acquisire si impone a livello generale.

Notiamo ancora che detta “gerarchia di valori” è cambiata radicalmente negli ultimi decenni. Mentre tradizionalmente erano gli studi classici ad essere considerati fondamentali per la formazione intellettuale delle classi dirigenti e per la preparazione alle professioni più stimate, ora sono salite di rango soprattutto le competenze economiche e ingegneristiche.

Mentre gli studi classici miravano soprattutto alla formazione ad una vigorosa vita intellettuale, accompagnata da forti contenuti morali, spirituali ed estetici, la formazione economico-ingegneristica mira direttamente alle opportunità professionali che si presumono presenti nella società attuale. Se la prima aveva, ad ogni modo, il difetto di trascurare l’educazione del cuore e della volontà – dato che i suoi contenuti erano troppo intellettualistici, astratti e avulsi dalla vita quotidiana – la seconda non fa che accentuare maggiormente questo inconveniente, rivolgendo tutto il suo impegno al solo dominio del mondo esteriore attraverso opportune competenze professionali e tecniche.

Ma era ed è difetto comune della scuola tradizionale e di quella moderna sia di anteporre massicciamente la formazione intellettuale a quella morale – e già al suo tempo il Förster osservava come detto sistema stimolasse, ad esempio, la diffusione della “menzogna scolastica”, con grave detrimento del carattere degli studenti – sia di alienare gli animi dei giovani dalla pratica e dalla stima dei “lavori domestici” e di altre competenze necessarie al buon andamento della vita familiare.

A questo ultimo difetto collaborano sostanzialmente gli stessi genitori, e soprattutto le madri, che si fanno un sacro dovere di risparmiare ogni domestica fatica ai figli perché essi possano, senza l’impaccio di impegni di natura “inferiore”, dedicare la maggior parte del loro tempo e delle loro energie ai “superiori” e sacrosanti impegni intellettuali scolastici.

In quale incalcolabile misura questi caratteri della scuola tradizionale e moderna siano in contrasto con gli interessi della vita familiare appare evidente. Per prima cosa essi allontanano dall’animo dei giovani – maschi e femmine – la stessa stima per la vita familiare, fomentando l’idea che sia l’affermazione personale, sia il benessere economico dipendano dalla sola attività professionale fuori casa. Inoltre essi fanno sì che gli studi intellettuali, avulsi dalla vita familiare quotidiana, accaparrino tutto il tempo e tutta l’energia dei giovani negli anni cruciali della loro preparazione alla vita, con il risultato di creare persone squilibrate, nelle quali un’erudizione mentale enormemente sviluppata convive con un comportamento rozzo, profondamente antisociale e facilmente preda delle passioni licenziose – e perciò quanto mai contrario al matrimonio e alla vita familiare -: quello, appunto, che San Benedetto osservava già negli studenti del suo tempo.

Ed è proprio la scuola alternativa che San Benedetto volle opporre ad una scuola così inadeguata che oggi appare quale nuova prospettiva da realizzare, non soltanto per un gruppo ristretto di persone consacrate a Dio, ma per tutta una società civile che si vede minacciata da una sempre più diffusa disgregazione familiare e sociale.

Si è visto, infatti, come la scuola di San Benedetto, pur non disdegnando affatto lo studio intellettuale, lo subordini alla formazione di persone inserite in una società di carattere familiare, la quale li aiuta a sviluppare quelle virtù e quelle competenze che, mentre perfezionano il loro carattere morale, nello stesso tempo contribuiscono alla conservazione di una pacifica convivenza e allo sviluppo del comune benessere materiale e spirituale, cosicché «nessuno sia né turbato né contristato nella casa di Dio».

In conformità a questo programma, San Benedetto ha una scala di valori diametralmente opposta rispetto a quella della scuola tradizionale e moderna. Ciò è espresso in modo esemplare in queste parole del capitolo XXXV della Regola, relativo al servizio di cucina: «I fratelli si servano a vicenda e nessuno sia dispensato dal servizio della cucina, se non per malattia o per un impegno di maggiore importanza, perché così si acquista un merito più grande e si accresce la carità».

Dunque, il servizio di cucina, come tutti i lavori domestici, non è un lavoro “inferiore” da disprezzare e da lasciare alla servitù. Al contrario, lungi dall’essere una “seccatura necessaria” di rango inferiore rispetto allo studio, esso è più prezioso dello studio, dal momento che permette di acquisire maggiori meriti ed è esercizio vissuto di carità. Con i lavori domestici, infatti, si servono i fratelli e si contribuisce a rendere l’ambiente di vita comune rispondente alle necessità di tutti, pulito, ordinato, gradevole, si abituano le membra ad obbedire allo spirito e si acquistano, perciò, preziose abilità fisiche. Per questo essi sono quasi il primo necessario gradino verso le realizzazioni dell’artigianato e dell’arte.

Inoltre, se scopo della vita monastica è di partecipare «con la nostra sofferenza ai patimenti di Cristo per meritare di essere associati al suo regno» (Regola, Prologo), i pesanti lavori domestici servono ad esso assai più dello studio, e perciò devono essere maggiormente stimati.
E tuttavia anche lo studio ha la sua grande dignità, sia perché è anch’esso un lavoro, a volte faticoso, con il quale si può validamente servire al bene degli uomini, sia, ancora di più, perché esso è necessario per crescere nella conoscenza della Sacra Scrittura e della sapienza umana e cristiana. Esso, perciò, deve accompagnare la vita di preghiera e di lavoro del monaco, senza estraniarlo dai doveri della vita comunitaria, ma, al contrario, permettendogli di arricchirla sempre maggiormente.

La preghiera, infatti, che è al centro della vita monastica, si alimenta con la recita e il canto dei salmi, con la lettura pubblica della Sacra Scrittura, con le esortazioni dei pastori, con il culto eucaristico della Chiesa: tutte cose che richiedono un grande sviluppo intellettuale e artistico, nel campo del pensiero, dell’eloquenza, della poesia, della musica, del canto, dell’architettura sacra, della pittura, della scultura, della sartoria, della miniatura… Cultura, dunque, ma cultura incarnata nella vita quotidiana della comunità, che essa anima con una sublime ispirazione di divina poesia.

Ma vedremo meglio in che modo questa “scuola alternativa” possa proporsi come modello nella crisi educativa attuale e riversare la sua luce in modo nuovo nella vita delle famiglie e della società.