Conversazioni su una Regola Familiare /29

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

L’impegno primario del discepolo nella casa di Dio

 

Abbiamo accennato al fatto che San Benedetto, dopo aver fatto, nel Prologo, un’esortazione generica ad una vita santa: «Guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla menzogna. Allontanati dall’iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila», nei successivi capitoli della Regola ne definisce le concrete condizioni di realizzazione nella vita comune.

Vediamo ora di comprendere meglio la Regola in questo suo aspetto fondamentale.

Alcuni versetti del capitolo XXXI, se ben considerati, ce ne svelano tutto lo spirito. Riporto per prima cosa il testo originale latino:

«Horis competentibus dentur quae danda sunt et petantur quae petenda sunt, ut nemo perturbetur neque contristetur in domo Dei».

Proviamo a tradurlo:

«A tempo opportuno si diano le cose da dare e si chiedano le cose da chiedere, cosicché nessuno sia né turbato né contristato nella casa di Dio».

Poche parole, che facilmente passano inosservate, ma che rivelano ciò che distingue la Regola da ogni insegnamento, anche il più sublime, che però rimanga sul piano della dottrina teorica.

Propriamente, le parole che abbiamo riportato si rivolgono al cellerario, cioè all’economo del monastero, e quindi si è portati ad interpretarle come ristrette alle forniture necessarie alla vita pratica. Ma nulla vieta di estenderne il senso a tutto l’ordinamento del monastero, perché effettivamente esse esprimono molto più di quanto si riferisce alla sola funzione del cellerario. Già il fatto che San Benedetto qui si preoccupi della pace degli animi nella casa di Dio, ci autorizza ad estendere il senso delle sue parole. Infatti certamente la pace degli animi non dipende esclusivamente dalla buona gestione delle sole necessità materiali.

Ma andiamo con ordine. Vi sono altri due luoghi nella Regola in cui il monastero è chiamato “casa di Dio”.

Nel capitolo LIII – “L’accoglienza degli ospiti” – si dice:

«[Nella foresteria] ci siano dei letti forniti di tutto il necessario e la casa di Dio sia governata con saggezza da persone sagge».

Abbiamo anche qui una raccomandazione “materiale” seguita da una massima che va estesa ad ogni aspetto della vita del monastero.

Infine nel capitolo LXIV – “L’elezione dell’abate” – si legge:

«[Sventando le manovre di chi vuole eleggere un abate indegno, le persone bene intenzionate] eleggano un buon amministratore della casa di Dio».

Agli occhi di San Benedetto, dunque, il monastero è veramente la casa di Dio, e, per essere tale, deve avere un superiore santo e saggio e deve essere governato saggiamente da quanti ne sono responsabili. Se qui stiamo ancora sul programma generico, il primo testo che abbiamo riportato ci offre la chiave per entrare nella sua realizzazione concreta: ogni cosa deve avere il suo modo, luogo e tempo, perché nella casa di Dio nessuno si turbi o si rattristi.

Cosa significa, dunque, edificare la “casa di Dio”?

San Benedetto invita i suoi discepoli non a qualche finalità mondana, quale si realizza attraverso una professione rivolta a gestire i beni terreni, ma alla finalità di convertire il proprio cuore purificandolo da ogni peccato e orientandolo verso l’amore a Dio e l’obbedienza alla sua volontà. Dunque il discepolo di San Benedetto non si applica principalmente ad agire sulle cose del mondo, ma a lavorare su se stesso.

Si potrebbe dire che egli realizza l’antica massima secondo la quale non è un grande eroe chi conquista un impero, bensì chi sa vincere se stesso.

Ma il dato caratteristico dell’insegnamento del santo è che, nella sua visione realistica, una vita tutta rivolta al perfezionamento del propio cuore, della propria volontà e della propria condotta non si può realizzare adeguatamente se non in comune. Il singolo individuo non potrebbe dedicarsi a questo compito trovandosi a vivere in compagnia di persone che perseguano obiettivi fondamentalmente esteriori, come il guadagno, il successo professionale o la carriera, e che, perciò, pongano la cura di se stessi tra gli accessori.

Prendiamo l’esortazione che abbiamo letto nel Prologo: «Guarda la tua lingua dal male». Nella Regola questa massima viene concretizzata attraverso alcune norme di comportamento che definiscono il clima della vita comune:

«Guardarsi dai discorsi cattivi o sconvenienti, non amare di parlar molto, non dire parole leggere o ridicole, non ridere spesso e smodatamente» (Cap. IV).

«Escludiamo poi sempre e dovunque la trivialità, le frivolezze e le buffonerie e non permettiamo assolutamente che il monaco apra la bocca per discorsi di questo genere» (Cap. VI).

«L’undicesimo grado dell’umiltà è quello nel quale il monaco, quando parla, si esprime pacatamente e seriamente, con umiltà e gravità, e pronuncia poche parole assennate, senza alzare la voce, come sta scritto: “Il saggio si riconosce per la sobrietà nel parlare”» (Cap. VII).

Qui dal generico «guarda la tua lingua dal male» siamo passati a ben precise indicazioni di comportamento quotidiano.

Ma proseguiamo.

Quali sono i caratteri di una vita orientata allo scopo principale di migliorare se stessi davanti a Dio? Li riassume bene il motto benedettino: «Ora et labora», un’esortazione, cioè, a vivere sempre alla presenza di Dio con la preghiera e ad adempiere la sua volontà con le opere. Questi caratteri nella Regola diventano i cardini dell’organizzazione quotidiana della comunità, e la relazione di ciascuno al compito di realizzarli in comune ne caratterizza l’esistenza, cosicché non vi sono spazi e tempi che permettano il formarsi di individualismi e isolamenti avulsi dalla vita comune. La stessa più personale formazione spirituale, culturale o lavorativa, quale si è andata sempre più affermando, anche nei monasteri, soprattutto a partire dal Rinascimento, non può non fare riferimento alle dimensioni dell’impegno comune a costruire e preservare la “casa di Dio”.

Può essere certamente importante per il singolo, e indirettamente anche per gli altri, dedicarsi a un determinato studio o lavoro, ma anche questo lodevole impegno passa in secondo piano quando l’ordine della vita comune richiede di lasciarlo per dedicarsi a preparare o eseguire la preghiera liturgica, o a educare i più giovani, o a curare gli infermi, o anche a dedicarsi agli umili servizi dell’orto, della pulizia o della cucina.

Lo studio e il lavoro, infatti, non valgono per se stessi, ma per meglio entrare nella conoscenza e nel servizio di Dio e del prossimo, e perciò sarebbe contraddittorio perseguirli a scapito dell’osservanza dei precetti della carità che ci impegnano nei doveri della vita quotidiana.

«A tempo opportuno si diano le cose da dare e si chiedano le cose da chiedere, cosicché nessuno sia né turbato né contristato nella casa di Dio» significa, dunque, che preghiera e lavoro devono essere impegni ordinati compiuti in modo armonico e concorde da tutti i membri della comunità, in modo che non rimangano soltanto pie intenzioni lasciate all’improvvisazione individuale, ma diventino realizzazioni ben visibili nella loro concretezza, strutturate nei modi, nei tempi e nei luoghi. Solo questa armoniosa collaborazione nella preservazione di una vita santa rende presente e sperimentabile la “casa di Dio”, nella quale “nessuno si turbi e si rattristi”.

Le stesse tentazioni al peccato vengono qui a scontrarsi con l’ordinamento dei tempi e dei luoghi. Il singolo può essere turbato da un cattivo pensiero, ma non può soffermarsi a coltivarlo: come deve lasciare il proprio studio o impegno personale per seguire l’ordine quotidiano della preghiera e del lavoro, così la stessa legge di disponibilità lo distacca dal pensiero cattivo nel quale sarebbe tentato di indugiare.

I tratti che abbiamo fin qui sottolineato già mostrano i vantaggi della vita monastica rispetto alla vita parrocchiale diocesana, nella quale il sacerdote, una volta uscito dal seminario, non ha il sostegno del «tempo opportuno» fissato per le cose da fare, da dare e da chiedere, e può, perciò, più facilmente indugiare in attività individuali, o anche in pensieri non buoni, che lo porteranno a trascurare i doveri dell’osservanza e della carità. Potrebbero allora mancare le condizioni perché egli «non sia né turbato né contristato».

È anche molto importante sottolineare il fatto che San Benedetto, più di ogni altro, richiama soprattutto l’uomo – ma oggi anche la donna – a non cercare la sua vera realizzazione sostanzialmente fuori casa, come egli è portato a fare, ma a impegnare le sue capacità in primo luogo per edificare la “casa di Dio” nella sua propria famiglia. È questo il senso del richiamo del santo ad esercitare le virtù nel recinto del monastero – capitolo IV. Il giovane Benedetto, che rinuncia alla scuola professionale per dedicarsi a edificare la “casa di Dio”, rappresenta un nuovo e più alto ideale virile, che, paradossalmente, più intimamente avvicina l’uomo alla collaborazione con la donna.

Ma vi sono ancora molte altre osservazioni di fare sulla Regola di San Benedetto e sul suo valore, non solo per la vita monastica.