Conversazioni su una Regola Familiare /28

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

Le varie realtà educative a confronto

 

 

«Chi è l’uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?» scrive San Benedetto nel Prologo della Regola, citando il salmo 33. E risponde proseguendo nella citazione:

«Se vuoi avere la vita, quella vera ed eterna, guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla menzogna. Allontanati dall’iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila».

Fin qui nulla di particolare: il Prologo segue lo schema di una catechesi battesimale e quindi esorta il discepolo ad allontanarsi dal peccato e ad operare il bene.

Ma, inoltrandoci nel testo della Regola, vediamo che il santo non si limita ad esortazioni generiche, bensì entra in tutti i dettagli dell’organizzazione di una “domus” e colloca ogni cosa al suo posto perché il programma di massima di fuggire il male e di fare il bene possa essere realizzato senza rischi in una vita quotidiana condivisa.

Se il seminario e il collegio di Santa Rita hanno impresso nel futuro sacerdote e nella nostra piccola parrocchiana un’impronta incancellabile per la buona gestione della loro vita futura, ciò è dovuto proprio al fatto che l’una e l’altra istituzione non si sono limitate a dare cognizioni, e neanche a dare buoni indirizzi religiosi e morali, ma, come San Benedetto, hanno incarnato questi indirizzi in una bene organizzata vita quotidiana.

Gli anni di seminario e di collegio, se pure sono limitati, si collocano in momenti decisivi per la formazione umana. Ma i relativi destini di chi ha frequentato l’uno o l’altro istituto sono diversi. Mentre la giovane che esce dal collegio probabilmente si formerà una famiglia e, se la sua formazione è stata buona, metterà in pratica nella sua vita familiare ciò che ha appreso in collegio, il sacerdote non si forma una famiglia, né, d’altra parte, è destinato a vivere in un monastero. Inoltre la sua formazione ha avuto un taglio forse eccessivamente intellettualistico. Da ciò deriva che i sacerdoti, tanto più nella società di oggi, conducono una vita fortemente a rischio, con gravi ripercussioni sulla loro missione educativa. Questo è un punto su cui dovremo tornare.

Se consideriamo che la presenza di collegi oggi è molto limitata, dobbiamo ora chiederci se e come la scuola potrebbe assumere una funzione analoga alla loro, pur senza averne la struttura e l’organizzazione.

Ma lasciamo in sospeso, per ora, questa domanda e cerchiamo di tracciare un panorama il più possibile completo della situazione che abbiamo cercato di delineare.

Al centro del nostro interesse vi è la famiglia – e abbiamo sottolineato le enormi difficoltà che essa deve affrontare nell’ora presente.

Vi è, poi, la scuola, che dovrebbe essere chiamata a formare i giovani alla vita familiare, prima che a quella professionale, non solo e non principalmente con un’istruzione teorica e tecnica, ma anche e soprattutto attraverso la formazione del carattere, delle convinzioni e delle virtù – ciò che, tuttavia, al momento essa non si propone e non è in grado di fare.

L’opera dei collegi, anche quando si tratta di istituti di ottima qualità, ha un’azione sempre più limitata.

Da parte sua la formazione catechistica appare ancora alle prese con tentativi, non sempre felici, di rinnovamento, senza tuttavia mostrare un vero superamento di schemi troppo intellettualistici.

A monte di essa vi è una formazione seminaristica che ha elementi preziosi, ma che da una parte è anch’essa eccessivamente intellettualistica, e dall’altra con grande difficoltà riesce a prolungare la sua influenza nel clero dopo il periodo della sua residenza in seminario.

Il sacerdote in parrocchia, infatti, trova difficoltà ad organizzare una vita sanamente e santamente ordinata, non avendo né una famiglia, né una comunità a cui appoggiarsi, in un mondo, come il nostro, pieno di pericoli sempre più insidiosi e invadenti.

Abbiamo, infine, i monasteri, che dovrebbero diffondere la loro luce come modelli di realizzazione completa e permanente di vita associata sanamente e santamente organizzata, ma che devono ancora acquisire la consapevolezza della missione, in qualche modo nuova, a cui oggi sono chiamati a favore sia della famiglia, sia della scuola, sia del clero diocesano.

In questo panorama appare, dunque, centrale e risolutiva la presenza dei monasteri, che, come realizzazione concreta e permanente della “scuola alternativa” e della famiglia come “casa di Dio”, potrebbero rappresentare – se fossero disposti ad una nuova presa di coscienza e ad un profondo rinnovamento – un fattore decisivo per affrontare la crisi dei nostri giorni.

Ma per comprendere meglio questo punto dovremo aprire un discorso più ampio sulla Regola di San Benedetto e sulla tradizione benedettina.