Conversazioni su una Regola Familiare /27

I seminari, i collegi e l’attuale disagio delle famiglie

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

 

Abbiamo detto che anche la formazione teologica dei sacerdoti avrebbe bisogno di una revisione. Infatti, sebbene essa abbia per oggetto argomenti certamente legati alla “vita dell’anima”, non si può negare che essi per lo più vengano affrontati sul piano puramente teorico e intellettuale.

Ma, a proposito della formazione sacerdotale, vi è una considerazione molto importante da fare.

Negli anni di seminario il giovane che si prepara al sacerdozio vive una vita quasi monastica. Egli, cioè, fa parte di una comunità di giovani che condividono le sue stesse aspirazioni e seguono regole di vita comune ispirate ad un alto ideale morale e religioso sotto la sorveglianza di guide spirituali sagge e sperimentate.

Questa forma di vita potrebbe costituire un modello di vita e di scuola cristiana, nella quale i principi della fede e della cultura religiosa non rimangono teorie astratte, ma si incarnano nelle azioni concrete di una realtà quotidiana comunitaria regolata da precisi ordinamenti. Vi sono orari stabiliti per la levata mattutina, per la preghiera comune, per lo studio e, se pure in misura limitata, dato il carattere di formazione prevalentemente intellettuale del seminario, anche per la cura della casa.

Inoltre, sebbene la formazione teologica sia di tipo intellettualistico, la preparazione al sacerdozio comporta anche una formazione liturgica, e ciò richiede l’acquisizione di abilità pratiche, quali l’uso espressivo della parola, nella lettura e nella predicazione, la musica e il canto. Sono anche previste esperienze di attività pastorale e caritativa.

Dunque, questa convivenza, regolata da precise norme di vita cristiana che richiedono la realizzazione concreta dei principi religiosi nella vita di tutti i giorni, potrebbe in qualche misura correggere l’indirizzo intellettualistico degli studi teologici. In questo senso essa rispecchia i caratteri fondamentali della vita monastica.

Ma per due aspetti essenziali le due forme di vita si distinguono: il primo consiste, come abbiamo accennato, nel carattere marcatamente intellettualistico degli studi di seminario e nel fatto che questi ultimi facilmente assorbono tutta l’attenzione di discenti e docenti; il secondo sta nel fatto che la vita di seminario ha una durata limitata a pochi anni, mentre chi abbraccia la vita monastica rimane per tutta la vita nel monastero, cioè in una forma di vita comune regolata da alti principi religiosi e morali. Ora l’esperienza insegna che i sacerdoti, una volta usciti dal seminario, con molta difficoltà sostengono ritmi di vita bene ordinati, a salvaguardia di una vita santa, sana e felice.

L’esempio del seminario, dei suoi grandi vantaggi e dei suoi limiti e quello analogo, ma sostanzialmente diverso, del monastero, possono costituire riferimenti preziosi per un confronto con la scuola laica e per una sua possibile riforma.

Proseguendo nelle nostre riflessioni, vorrei fare riferimento ad un’esperienza personale.

Anni fa viveva nella parrocchia di cui ero parroco una famiglia composta da padre, madre e quattro figlie, ancora molto giovani – la più piccola non ancora in età scolare. Come poi si sarebbe capito, la famiglia si appoggiava sostanzialmente sul padre, un buon uomo, esperto in tutti i lavori pratici, che stravedeva per le sue quattro figlie.

Ma un giorno scoppia la tragedia. Per un banale lavoro in casa – la sostituzione di una lampadina – il buon uomo, colpito da una scossa elettrica, muore sul colpo.

La famiglia si trova completamente scombussolata, non tanto sul piano finanziario, quanto per l’incapacità della madre di affrontare la situazione. Per fare un esempio eloquente, ricordo che una mattina andai da loro verso le dieci e trovai che ancora tutti dormivano.

Le due figlie più grandi, e soprattutto la seconda, già incominciavano ad avere problemi adolescenziali, per i quali si interessò molto l’assistente sociale.

Grazie a circostanze favorevoli, la parrocchia riuscì a collocare le due figlie più piccole nel collegio di Cascia, dipendente dal monastero delle suore agostiniane di Santa Rita.

Dopo alcuni anni, una persona che aveva avuto dei contatti con la penultima delle quattro figlie mi riferì che la ragazza non finiva di ringraziare il cielo per il tempo che aveva trascorso nel collegio di Cascia e per la buona educazione che vi aveva ricevuto.

L’episodio ci fa comprendere come sia difficile creare una buona “economia” familiare senza la necessaria preparazione, non solo e non sostanzialmente tecnica, ma soprattutto morale. Ovviamente le varie cognizioni e abilità sono necessarie, ma il fondamento sostanziale necessario per l’economia familiare è morale e, se possibile, religioso. Per questo fu una vera grazia per le due bambine trovare un collegio come quello di Cascia.

Teniamo presente, però, che queste istituzioni ormai sembra che vadano scomparendo e che, ad ogni modo, solo una piccola minoranza se ne avvale, e si tratta di persone per lo più in condizioni familiari sfavorevoli.

Ma non dovremmo dire che pressoché tutte le famiglie oggi sono in condizioni sfavorevoli? L’amico Guido Mastrobuono nei suoi interventi spiega come siano le stesse tendenze della legislazione a favorire il disagio delle famiglie. Ma, a parte questo aspetto, vi sono anche una mentalità e una cultura diffuse che minano alla radice l’economia familiare.

Il mito della carriera professionale quale obiettivo supremo e universale, il disprezzo della maternità, vista come ostacolo a detta carriera, il giovanilismo, ben rappresentato dalla pubblicità di un conto bancario “a favore” (?!) dei giovani: “I giovani possono permettersi tutto!”, la falsa educazione sessuale, che si vorrebbe estendere fino ai più piccoli, l’invasione incontrollata nell’ambiente di vita di tutti – e ancora: anche dei più piccoli – da parte di un’elettronica sempre più sofisticata: questi ed altri fattori rendono tragicamente sfavorevoli le condizioni generali della famiglia moderna.

Può la scuola di oggi, ancora meno “scuola dell’anima” rispetto a quella tradizionale, offrire un rimedio a questa situazione? Evidentemente no!

Se il Förster, al suo tempo, poteva dire che una cultura tutta rivolta a risolvere i problemi con un’istruzione puramente intellettualistica e con lo sviluppo di tecniche sempre più esteriormente efficienti serve soltanto alla degenerazione morale, possiamo ben dire che oggi questo pericolo è cresciuto in misura esponenziale. Infatti, le conoscenze che trasmette la scuola sono sempre meno rivolte alla formazione interiore e le tecniche messe al servizio degli incontrollati desideri umani hanno raggiunto livelli che cent’anni fa erano inimmaginabili. Dunque, il richiamo dell’illustre pedagogista alla scuola perché abbandoni il suo carattere intellettualistico e tecnico per mettersi efficacemente al servizio di una “civiltà dell’anima” appare sempre più attuale.

Chiediamoci: se i giovani non ricevono la formazione adeguata per una sana “economia” familiare dalla scuola, da chi dovrebbero riceverla? C’è il catechismo, certamente, ma anch’esso, come già accennato e come vedremo meglio in seguito, per lo più si dimostra troppo inadeguato al suo compito – e, ad ogni modo, non può sostituirsi alla scuola, ma soltanto integrarla. E cos’altro?

L’unica soluzione, dunque, è che la scuola – almeno la scuola parentale, nei limiti che le sono concessi – dopo un profondo esame di coscienza, abbia il coraggio di intraprendere un cambiamento sostanziale. Come si è già visto da quanto osservato fin qui, detto cambiamento non potrebbe che ispirarsi alla “scuola alternativa” di San Benedetto.

Ma dovremo ora considerare le varie realtà che si occupano dell’educazione dei piccoli e dei giovani e chiederci quale posto occupano, o potrebbero occupare, in relazione ad esse, l’insegnamento di San Benedetto e i monasteri.