L’irradiazione di San Benedetto sulla scuola

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

Ripensiamo ancora una volta l’esperienza del giovane San Benedetto. La sua famiglia era certamente una buona famiglia provinciale di tradizione romana e cristiana. Il fatto che la sorella Scolastica fosse consacrata a Dio fin dall’infanzia, mostra quale dovesse essere il clima di virtù e di religione che si respirava in famiglia.

Ma venendo a Roma per gli studi superiori il giovane Benedetto trova tutto il contrario di ciò che ha imparato in famiglia. In particolare ai giovani non si insegna né la castità, né la responsabilità nell’uso dei beni, né la dedizione del proprio libero volere al bene comune.

Questi difetti della scuola di allora si sono immensamente aggravati nei tempi recenti. Non solo non si insegna la castità, ma, mentre fino a pochi decenni fa almeno se ne insegnava indirettamente la stima, ad esempio con lo studio de “I promessi sposi”, oggi vi sono programmi pensati per la scuola che intendono positivamente insegnare, anche ai più piccoli, tutte le pratiche sessuali, comprese le più perverse – si può vedere, ad esempio, questo articolo:

https://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/educazione-sessuale-e-direttive-oms-alcune-note-a-margine/

E lo stesso vale per quanto riguarda l’uso dei beni e la libertà: in tutto e per tutto la nostra società, e di riflesso anche la nostra scuola, insegnano ai giovani a sperperare i beni senza riguardi, a rivendicare la più completa autonomia ed a pretendere con arroganza una libertà che non tollera alcun freno.

Tornando a San Benedetto, possiamo ben capire che, nella sua situazione e nell’epoca critica in cui si trovava, egli non poteva pensare ad inventare una scuola diversa aperta a tutti i giovani. Benedetto non vide altra alternativa che fuggire da una scuola che non insegnava la vita ma la morte e cercare rifugio in Dio solo. Tornare in famiglia non sarebbe stato proponibile ad un giovane che ne era uscito per costruire qualche cosa di nuovo, e l’idea di formare una famiglia cristiana, oltre ad essere prematura, data la sua età, doveva scontrarsi con l’obiezione che, in ogni caso, l’eventuale nuova famiglia si sarebbe trovata a vivere in un mondo corrotto.

Osserviamo ancora che, se è vero che l’amore tra l’uomo e la donna, la disponibilità dei beni creati e la libertà del volere sono i tre titoli più alti della dignità e della felicità umana, è anche vero che essi costituiscono nello stesso tempo le tentazioni più grandi che, da che mondo è mondo, conducono all’abuso, alla rovina personale e sociale e all’infelicità. Nulla di strano, dunque, che Benedetto vedesse, come rimedio radicale ad una società che preparava i suoi giovani all’abuso dell’amore, del possesso e della libertà, e perciò alla rovina, la rinuncia a quei medesimi beni costituita dai voti monastici.

Ma ricordiamo che si tratta, in realtà, di una rinuncia più apparente che reale.

Come già notavo nella seconda conversazione, Gesù ha promesso: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna» (Mc 10,29-30).

La prima parte della promessa non è meno importante della seconda. Non è dunque corretto, come si fa abitualmente, sottolineare soltanto la promessa della vita eterna senza dare peso alla promessa del centuplo in questa vita. Da questa promessa si capisce che, in realtà, il monaco ritrova i beni a cui ha rinunciato ad un livello molto più alto e più universale. Ciò è dimostrato, tra l’altro, anche dall’episodio dell’incontro tra San Benedetto e Santa Scolastica.

Certamente San Benedetto intuiva, se pure in modo in qualche modo embrionale, che il suo problema con la scuola e con la gioventù studiosa non era soltanto una questione sua personale, ma riguardava il destino stesso della civiltà, e questa intuizione doveva accompagnare i monasteri benedettini attraverso i secoli. Infatti, in vari modi, secondo i bisogni delle diverse epoche, i monasteri hanno cercato di compiere anche una missione di civiltà verso la società civile. Basta pensare alle scuole pubbliche organizzate dai benedettini almeno fin dal tempo di Carlo Magno.

Ma penso che oggi si richieda un cambiamento sostanziale per quanto riguarda la missione civile e religiosa di San Benedetto nella società. Quella «scuola del servizio divino» che il santo aveva pensata esclusivamente per i monaci, ora deve manifestare la sua profonda natura universale. Non si tratta più, cioè, di aprire scuole sul modello di quelle tradizionali, se pure con un’ispirazione religiosa di fondo, ma di portare nella scuola pubblica quella rivoluzione sostanziale che era nata dalla drammatica esperienza del giovane Benedetto e che, per sua natura, era destinata, se pure a distanza di secoli, ad affrontare ed a correggere i difetti di fondo della scuola tradizionale.

Già il Beato Card. Schuster, in un discorso tenuto a Montecassino il 21 marzo 1942, diceva che «a rendere (…) stabile ed universale» l’apostolato di San Benedetto «nella Chiesa, la Provvidenza Divina ha disposto che il Patriarca, prima a Subiaco, poi in questa Acropoli Cassinese aprisse e fondasse un’alta Schola di santità, dove insegnando l’arte sublime della rinunzia a se medesimo per porsi a servizio del Signore – Dominici Schola servitii – si preparassero i futuri operai di Dio per la rinnovazione dell’Europa di domani».

E aggiungeva:

«Se non m’inganno, io prevedo già che allora più che mai», cioè dopo la guerra, «verrà opportuno l’aiuto della Famiglia benedettina, che alle scienze, alle arti sacre, alle future generazioni di studiosi e di studenti dischiuderà di bel nuovo le porte delle badie, comunicando anche ai laici il pane spirituale di san Benedetto».

Se lo Schuster qui ancora indugia sull’aspetto intellettuale dell’operosità benedettina, parlando di scienze e di arti sacre e di studiosi e di studenti, poco dopo egli si corregge:

«Al Signore che nuovamente va in cerca, non già di dottori, di predicatori, di uomini di genio, ma semplicemente di quelle anime di dedizione cui Dio onora col titolo glorioso di operai suoi: operarium suum, san Benedetto nella Regola c’invita a rispondere: presente!».

Dunque «il pane spirituale di San Benedetto», che lo Schuster voleva comunicare «anche ai laici», non era, nel pensiero più profondo del Beato, principalmente quello delle scienze e della arti sacre, bensì quell’«arte sublime della rinunzia a se medesimo per porsi a servizio del Signore» che forma gli «operai di Dio» e di cui la scuola di San Benedetto è la vera dispensatrice.

È giunta ormai l’ora, dunque, in cui dalla sua reclusione nei monasteri la scuola benedettina, nata come contestatrice della scuola pubblica, rifluisca in quest’ultima per favorirne un’intima trasformazione, per il bene e la salvezza della civiltà.

Ma dovremo considerare più dettagliatamente questo programma.