Quattordicesima conversazione

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

Un importante testo di San Paolo

 

Mi sono soffermato a lungo sulla quarta lezione, “Un’immensa opera educativa”, che ha un’importanza centrale. Ora, come introduzione alla lezione successiva, “La preghiera liturgica familiare”, divisa in tre parti, vorrei commentare questo testo di San Paolo, preso dalla Lettera ai Colossesi:

«Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti. Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti! La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (Col 3, 5-17).

Si tratta di un testo noto, che ricorre più volte nella liturgia e fa parte anche delle letture proposte per la messa nuziale. Ma il fatto stesso di conoscerlo già e di averlo sentito più volte rischia di attenuare la nostra attenzione e di impedirne, perciò, la piena comprensione. Cerchiamo, dunque, di meditare attentamente le parole di San Paolo.

La prima cosa da osservare è che l’Apostolo non scrive ad una persona, ma ad una comunità. Questo fatto non va in alcun modo sottovalutato. Infatti tutte le singole raccomandazioni dell’Apostolo perdono gran parte del loro senso, o lo perdono del tutto, se si dimentica questa circostanza fondamentale.

Inoltre, come è ovvio, San Paolo non scrive a qualche speciale comunità monastica, bensì alla comunità dei fedeli. Ma non basta: se si leggono i versetti immediatamente successivi, si capisce che l’Apostolo ha, sì, in mente tutta la comunità dei fedeli di Colossi, ma ha anche ben presente che, realisticamente, questa comunità si concretizza soprattutto nelle comunità familiari. Egli, infatti, scrive subito dopo:

«Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino. Voi, servi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni» (Col 3, 18-22).

È del tutto lecito, dunque, e anzi è raccomandabile, leggere i versetti sopra riportati riferendoli principalmente alla vita familiare. E il primo insegnamento che ricaviamo dalle esortazioni di San Paolo è che tutte le virtù che egli raccomanda non possono essere praticate se non comunitariamente. Cosa significherebbe, infatti, per un singolo, indipendentemente dalla sua collocazione in una comunità, e specialmente in una comunità familiare, l’esortazione centrale di tutto il brano: «E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo»?

Analogamente, non si possono esercitare la sincerità, la misericordia, la mansuetudine, la pazienza, il perdono se non in una vita comune. Ma ciò a cui dobbiamo soprattutto porre attenzione è che l’esercizio di queste virtù nella comunità familiare non può essere lasciato alla buona volontà del singolo, ma deve costituire una sorta di impegno comune da tutti, palesemente riconosciuto come normativo. Deve essere come l’atmosfera o, possiamo dire, la cultura propria della famiglia.

Ora è evidente che l’esercizio delle virtù raccomandate dall’Apostolo richiede necessariamente la costante vittoria di ciascuno contro il proprio egoismo e la propria tendenza naturale a far prevalere il proprio io a qualsiasi costo. Si richiede, dunque, che tutti i mezzi adatti a correggere questa tendenza e ad educare gli animi alle virtù cristiane siano continuamente praticati e facciano parte del programma giornaliero della vita familiare. Un posto di primo piano, in questo programma, spetta ovviamente alla preghiera, e in particolare alla preghiera che si fa in comune. Ma vi sarebbero molte altre cose da ricordare. Ad esempio, se bisogna mortificare «fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi», sarebbe ovvio che immagini, spettacoli televisivi, pubblicazioni, contatti vari che possano suscitare immoralità, ovvero teorie che pretendano di giustificarla, dovrebbero essere accuratamente escluse dall’ambiente della vita familiare. Ognuno si chieda quale è la situazione della sua famiglia su questo punto.

Un altro aspetto su cui vorrei attirare l’attenzione, e che ritengo molto importante, è suggerito dalla seguente raccomandazione dell’Apostolo:

«Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca».

Altro esame di coscienza: qual è il linguaggio che regna nella nostra casa? Aspetto già l’obiezione: ma se tutti parlano in un certo modo, si può fare le mosche bianche? Sì, si può e si deve! Non è forse vero – e di ciò, come dei relativi rimedi, si è trattato ampiamente nella Nona Stella – che parole un tempo riservate alle bettole, e parole ancora peggiori, oggi sono diventate di uso comune e incontrano una tolleranza che non molto tempo fa mai si sarebbe sognata? Mi permetto di fare, contro voglia, un paio di esempi – ma se ne potrebbero fare molti di più – e me ne scuso in anticipo, giustificandomi soltanto con la necessità di parlare con tutta la chiarezza possibile. Non è forse vero che in troppe delle nostre case orami è comune l’uso del verbo “incazzarsi” e della sua radice etimologica? E non è altrettanto tollerato, se non incoraggiato, anche sulle labbra dei più piccoli l’uso della parola “fico”, mentre la sua radice etimologica si finge di ignorarla?

Facciamo, dunque, un esame di coscienza “comunitario”, confrontandoci con l’esortazione di San Paolo.

Venendo poi alla preghiera comunitaria, della quale si occupa la lezione che ci apprestiamo a commentare, cadono a proposito le parole dell’Apostolo:

«La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali».

È un’esortazione che risuona da due millenni nelle nostre chiese. Ma quanti la mettono in pratica in quell’ambito familiare a cui San Paolo fa principalmente riferimento? È più che ovvio che per praticarla convenientemente bisogna impegnarsi in diversi ambiti – “in primis” nell’ambito musicale, per il quale abbiamo qui a disposizione l’Ottava Stella.

Ma tratteremo con più ampiezza questo argomento nelle prossime conversazioni.