Tredicesima conversazione

di Don Massimo Lapponi OSB

Regalo di Natale

giotto-assisi-basilica-nativita

 

Siamo giunti ormai alla fine del documento dal titolo “Un’immensa opera educativa”, ed è una bella coincidenza che ciò avvenga in prossimità del Natale.

Tenendo conto, dunque, di ciò che è stato detto in precedenza sulla cura che dobbiamo avere per una precoce formazione umana e spirituale dei nostri figli, riporterò qui di seguito, per chi non è iscritto alla scuola online, quanto si dice negli ultimi paragrafi del suddetto documento:

«Ma con quali mezzi si può ottenere, nei piccoli e nei giovani, questo risveglio di una vita superiore nell’anima, questo trasporto in un mondo ideale, questa azione preservatrice, purificatrice e santificatrice su tutte le emozioni? Non certamente con lezioni teoriche o con semplici nozioni di catechismo, per quanto queste possano essere utili e indispensabili! I mezzi più efficaci ce li ha indicati il Montalembert e sono essi che dobbiamo applicare: lo splendore della natura e dell’arte, la poesia delle narrazioni avventurose, la suggestione dei ricordi, l’infinita nostalgia suscitata nell’anima dai templi, dalla preghiera, dalla liturgia cristiana.

«E’ questa l’immensa opera educativa che dobbiamo compiere: far sì che negli anni in cui il nuovo cittadino del mondo è ancora in uno stato “fluido” di rapidissima crescita e formazione, la sua mente e il suo cuore si irrobustiscano attraverso esperienze che gli rivelino la dimensione profonda, poetica e religiosa della vita.

«Noi possiamo, e quindi dobbiamo, mettere i nostri piccoli e giovani in formazione a contatto non con l’innaturale, ma con la natura, non con l’artificio, ma con l’arte, non con l’inerzia, ma con l’eroismo, non con l’irrealtà del falso immaginario, ma con la realtà del mondo dello spirito, non con l’aridità di un mondo senza Dio, ma con la poesia infinita della religione e della fede.

«E’ questo il programma affascinante che dobbiamo proporci, sapendo che esso richiede grande dedizione e impegno, ma anche che da questo impegno trarremo il frutto più prezioso: il vero bene dei nostri figli e della nostra famiglia. Ed è questo un frutto che ha un valore infinitamente maggiore di uno stipendio in più o di una brillante carriera professionale!»

A queste esortazioni conclusive viene aggiunto il seguente l’elenco, relativo a ciò che serve per realizzare questo programma, e per la cui realizzazione la scuola mette a disposizione abbondante materiale:

  1. l’iniziazione dei piccoli al contatto con la natura e all’ammirazione dei suoi aspetti più belli, nella luce delle pagine bibliche relative al racconto della creazione e alla celebrazione delle opere di Dio.
  2. la presenza in casa di quadri di valore artistico con suggestive scene di natura e di belle costruzioni umane armonizzate con la natura.
  3. la presenza in casa di immagini, fotografie e ricordi di sana storia familiare.
  4. la lettura familiare e personale di racconti, romanzi, poemi, poesie, storie, vite di santi – tratti possibilmente da volumi con belle immagini artistiche – che illustrino efficacemente la bellezza di una vita vissuta nella fedeltà agli ideali dell’amore coniugale, dell’amore verginale, della carità verso bisognosi e sofferenti, dell’amore per la conoscenza del vero, per la patria, per tutti gli uomini, della devozione verso Dio, Cristo, Maria, i santi. Così pure la visione familiare di dvd della medesima qualità all’età conveniente. E anche l’organizzazione di rappresentazioni drammatiche fatte dai piccoli e dai giovani, adattate alle diverse età.
  5. l’istruzione sulle virtù e sui vizi e l’esercizio pratico quotidiano per l’acquisizione delle virtù morali, intellettuali e fisiche.
  6. la lettura in famiglia de “Il Vangelo della vita” del Förster.
  7. la presenza in casa di una bella e ricca iconografia religiosa, sia nello spazio dedicato alla preghiera, sia negli ambienti comuni, sia nelle stanze dei genitori e dei figli.
  8. lo studio, differenziato per età e maturità, della Bibbia, delle nozioni dottrinali, del pensiero e della cultura religiosa e cristiana.
  9. la lettura familiare e personale di testi di preghiera e di meditazione.
  10. la precoce iniziazione e la cura continua della preghiera personale.
  11. la cura di tutti per la preparazione e la realizzazione di una bella preghiera familiare e liturgica. Questo punto prevede: preparazione dell’ambiente sacro (mobili, decorazioni, immagini, fiori, lumi etc.); ampia scelta di belle preghiere, antiche e moderne; acquisizione e realizzazione di bei libri di preghiera, con scrittura artistica, miniatura e iconografia adeguata; ampia scelta di bei canti, antichi e moderni, monodici e polifonici; acquisizione delle relative capacità vocali e strumentali.
  12. sull’esercizio pratico della carità e della solidarietà sociale, punto ovviamente fondamentale, ci sarà un insegnamento apposito – “Dodicesima Stella: la socialità”.

Uno dei punti più importanti è quello contrassegnato dalla lettera k, relativo ad una bella preghiera familiare. Ad esso sarà dedicato un successivo documento.

Ma qui vogliamo attirare l’attenzione soprattutto sul punto f: la lettura in famiglia de “Il Vangelo della vita” del Förster. Si tratta di un libro in cui l’illustre autore ha raccolto le conversazioni che egli teneva a Zurigo con ragazzi e ragazze dagli undici ai quindici anni. Si tratta di pagine molto vive e ricche di esempi suggestivi, tratti dalla vita di tutti i giorni. La scuola mette a disposizione l’intero testo del Förster, e si raccomanda vivamente di farne una lettura familiare, possibilmente quotidiana, insieme ai bambini, anche più piccoli dell’età alla quale si rivolgeva il Förster. Penso che già ad otto anni, o forse anche prima, i bambini di oggi siano in grado di apprezzare gli insegnamenti del grande pedagogista.

Ora, dunque, anche come regalo di Natale, soprattutto per quanti ancora non sono iscritti alla scuola, offriamo “in anteprima” una pagina del libro “Il Vangelo della vita”, dalla quale si potrà conoscere lo stile di tutta l’opera. Si tenga presente che la prima edizione originale tedesca risale al 1904. Quindi quello che il testo dice del latino oggi si potrebbe sostituire ad esempio con l’informatica, la fisica, l’economia, l’ingegneria o la giurisprudenza.

«Io vedo col pensiero un fratello che sta facendo colazione, con la sua grammatica latina accanto, mentre la sorella va attorno spolverando: “Come divento bravo io – egli pensa – e quanto resta stupida una ragazza col suo insulso cencio da spolverare: Panis, pulvis, crinis, finis… giusto, pulvis significa appunto polvere e si declina: pulveris, pulveri, pulverem… Mia sorella leva la polvere ed io la so declinare come un antico romano; Geltrude, senti un po’; sai come si dice polvere in latino?” “No, e non me ne importa niente; tanto per me è lo stesso; deve andar via anche se ha un nome latino”. – “Già, tutte così, voialtre; nessuno interesse per l’istruzione, sempre attaccate alle piccolezze. Del resto, grazie a Dio, ci deve anche essere chi leva la polvere, altrimenti noi non avremmo agio di acquistare la cultura superiore”. E dicendo questo riprende il suo libro e seguita a studiare.

«Geltrude si ferma per un momento a considerare suo fratello. “Oh! se potesse spolverare un poco quella superbia intellettuale!”, ella pensa, poi dice: “Federico, voi uomini mi fate proprio pena: non avete nessun interesse per la vostra cultura: vi attaccate sempre così volentieri alle minutaglie dell’istruzione, e per esse trascurate la cultura superiore”.

«Avreste dovuto vedere Federico… “Sfacciata che sei! – egli esclama; e col libro urta la tazza del caffè: – che… che… che cosa ti salta in testa? Se lo ripeti un’altra volta, ti butto dalla finestra, grande come sei! Non ti permetter più di dire queste cose! Dire che sono incolto, che sono ridicolo, superficiale!”

«“Ti ringrazio, Federico, di avermi mostrato così presto quanto io abbia ragione; perché, chiami tu forse cultura superiore tutto questo chiasso e queste minacce contro una debole donna? Non te ne serbo rancore, perché la padronanza di sé non s’impara con la grammatica latina, e voi poveri uomini avete tanti libri da leggere, che non vi resta il tempo di curare la vostra educazione”.

«Federico si sente toccato sul vivo, e non vuol dare altre prove della sua mala creanza, ma vuol salvare l’onore della sua grammatica latina, e dice: “La padronanza di sé non s’impara nella mia grammatica? Qui, a pagina 23, v’è ripetuta la storia di Muzio Scevola che si brucia lentamente le mano sopra un braciere di carboni accesi; tu non saresti capace di questo: sentiremmo allora le tue grida!!!”

«Geltrude subisce quest’ultimo assalto, e risponde soltanto: “Dimmi un po’ Federico, impari tu forse a fare venti volteggi sulla sbarra, solo leggendo nel giornale che a Norimberga Maurizio Schulze fece una cosa simile e prese il premio? No davvero, bisogna esercitarsi ogni giorno alla sbarra, e cominciare dai movimenti più facili. Le mie parole non erano davvero carboni ardenti per te, eppure tu non hai potuto sentirle senza metterti ad urlare come un ossesso. Io voglio dire appunto che in ciò consiste la vostra mancanza di cultura, malgrado tutta la vostra erudizione. Voi ignorate affatto una cosa che è la più importante di tutte: non sapete come si possa perfezionarsi nelle cose in cui si ha maggior bisogno di educazione: nell’amore, cioè, nella pazienza, nella padronanza di se stessi.

«“Tu ridi tanto del mio spolverare; ma io ti dico che spolverando, mi educo, e che questo per me è un esercizio per vincere me stessa, appunto come la sbarra fissa e non la grammatica latina è lo strumento necessario per la ginnastica. La vostra scienza è bella e buona, ma non dà la vera educazione; e chi non sa questo è un ignorante, malgrado tutto il suo sapere. E tu scusami di questo lungo discorso”.

«Federico la scusa volentieri, perché in fondo è un buon ragazzo ed ha il lodevole desiderio di imparare; soltanto, fin allora egli aveva creduto erroneamente che l’uomo si educasse sempre più, man mano che più apprendeva, e che tutti i lavori manuali fossero degradanti e istupidissero chi li esercita. Adesso però è preso dalla curiosità di saperne di più. “Sì, – egli dice – ma che cosa intendi per questa educazione che si acquista spolverando?” “Fa un giretto con me per la stanza – risponde la sorella – e ti farò vedere che mirabile virtù educatrice abbia il maneggiare a dovere un cencio da spolverare.

«“Guarda, cominciando a spolverare, osservo subito che in me si nasconde un essere pigro ed impaziente. E così comincia subito l’educazione. Se si adoperasse soltanto la mano, questa si stancherebbe subito, e si strofinerebbe malissimo dappertutto. Ci vogliono buoni pensieri ed energia di volontà per sottoporsi ad una certa disciplina, e far passare il cencio in tutti gli angoli e fra tutti gli ornamenti e gli intagli del legno. Credi che i lavori di testa li facciate soltanto voi? No, ogni lavoro manuale è un lavoro di testa quando la mano è guidata dalla riflessione, dalla pazienza e dall’accuratezza, tutte cose di cui la mano per sé sola non sa nulla.

«“Conosci il vecchio detto: chi è fedele nelle minime cose lo sarà anche nelle grandi? Queste parole ci dicono appunto che ogni preparazione alle più alte cose ed a tutti i maggiori compiti della vita, deve cominciare dalle faccende più piccole e meno appariscenti e dai più umili esercizi. Perciò non devi supporre che lo spolverare abbia relazione soltanto con la polvere e con i mobili; ne ha forse ancor più con te stesso.

«“Chi s’imprime bene in cuore questa massima della fedeltà nelle minime cose e la fa servir di guida alle sue mani, educa il proprio spirito, perché lavora in modo che tutte le sue azioni sieno dirette e vigilate dallo spirito; ed egli può così divenire un’anima eletta, anche se non comprenda i libri dotti. Chi legge solo libri dotti, ma non impara a metter l’anima nelle sue azioni e parole, in modo da non commettere più bestialità, né mancanze di tatto, né atti d’impazienza, rimane mal educato anche quando sia padrone di tutte le lingue vive e morte.

«“Qui devo citare un altro detto: chi persevera fino alla fine sarà salvo. Il che vale non soltanto per la perseveranza nelle grandi cose, ma anche nelle più piccole azioni. Sì, la perseveranza nelle cose grandi si acquista solamente cominciando dalle piccole. Chi persevera fino alla fine, chi non si ritira impaziente, quando sia troppo annoiato, o sia attratto da qualche altra cosa, ma seguita a pulire con cura fin nei più piccoli angoli, sarà salvo; perché comincia allora a crescere in lui la miglior forza dell’uomo, la santa onestà, senza la quale egli vivrebbe sempre nella colpa e nella miseria.

«“Dunque vedi quante opportunità di educazione offra anche il più insignificante lavoro domestico. Io credo che chi fa ogni sforzo per non lasciare più il minimo atomo di polvere, diverrà più coscienzioso in tutto, avrà maggior cura della verità e non vi lascerà sopra la polvere dell’inesattezza e dei cavilli; sarà più attento nella cura dei malati, più schietto in tutte le azioni della sua vita; e tutto questo verrà da un principio insignificante.

«“Sai che cosa si può ancor imparare spolverando? Guarda i quadri. Davanti li ho spolverati tutti; ma di dietro hanno ancora la polvere, che però non si vede. Ora si tratta di decidere s’io debba avvezzarmi a lavorare soltanto per l’apparenza esteriore e per la gente, oppure a lavorare coscienziosamente? Se lascio la polvere dietro i quadri, imparerò a contentarmi anche in tutto il resto dell’apparenza e dell’esteriore, e diverrò indifferente riguardo all’interno e a ciò che è schietto e sincero; quindi, se io fossi un mercante, non m’importerebbe che la mia merce fosse di buona qualità, ma mi occuperei soltanto dell’apparenza che inganna gli avventori. E se dovessi fabbricare case, empirei i muri di rottami, e userei materiale di scarto, ma all’esterno farebbero pompa di sé i più artistici stucchi, e le più belle imitazioni di pietre squadrate”.

«“Dici bene – interruppe Federico – ultimamente, in uno stabilimento di bagni, mi trovai con due signori, che a passeggio andavan sempre vestiti con quanto si può trovare di più nuovo e di più elegante, da parer proprio due figurini, ma quando si spogliarono ed io vidi le loro camicie…”

«“Lascia, lascia, ti credo senz’altro; gli uomini non devono mai osar di guardare quello che gli Dei coprono benignamente con la notte e con la nebbia. Se i signori di cui mi parli avessero avuto in gioventù una buona spolverata, forse sarebbe stato meglio per loro…”

«“Consuetudo est altera natura” – disse Federico.

«“Che cosa vuol dire?” – domandò la sorella.

«“Ah! questa è la mia grammatica latina! L’abitudine è la nostra seconda natura. Soltanto adesso comincio a capire che cosa significa. Del resto, ora mi viene in mente anche un’altra cosa letta sul mio libro di esercizi greci, di cui solo adesso afferro il significato. Nelle statue che gli artisti greci facevano per i frontoni dei tempi, la parte posteriore, la quale pure non era vista, era lavorata con altrettanta cura quanto la parte anteriore, perché l’opera era dedicata agli Dei, i cui occhi vedevano tutto. Essi ricompensano o puniscono anche il dietro schiena delle nostre azioni, e quello che gli uomini non vedono; è in noi che vien ricompensato o punito il modo come facciamo un lavoro”».

«“Già, è così – disse la sorella – ogni lavoro che eserciti e fortifichi la parte migliore di noi stessi, si potrebbe definire un servizio divino. Ogni lavoro, per quanto piccolo e insignificante, può esserci funesto se lo compiamo trascuratamente; o può guidarci al bene, se lo facciamo a dovere e se adoperiamo il meglio che sta in noi, per eseguirlo; tutto dipende da questo.

«“Adesso ti voglio far vedere un’altra cosa. E’ molto difficile spolverare le figurine di porcellana. Alcuni lo fanno tanto sbadatamente, che ne rompono le gambe e le braccia, e talvolta ne fanno saltar via la testa. Bisogna tener salda, ma con buona grazia, ogni figurina, nel punto dove essa è più forte, e poi accuratamente pulirla e spolverarla dappertutto.

«“Da ciò si può anche imparare come dobbiamo comportarci verso gli uomini. Perché anche l’uomo è una figura di porcellana che si spezza con tutta facilità, quando si vuol levare la polvere. Alcuni vogliono levar la polvere al loro prossimo, cioè correggerne i difetti e le cattive abitudini, ma strofinano con tanta mala grazia, che lo spolverato perde ogni stima di sé stesso, e allora soltanto si può dire veramente perduto. Bisogna afferrare l’uomo con fermezza, ma con grande affetto, là dov’egli è più forte, e poi con tutta la cura ripassare gli angoli impolverati; allora tutto va bene”.

«“Ah! ah! è quello che hai fatto con me questa mattina, non è vero?”

«“Non ho fatto niente; spolvero queste figurine da due anni tutte le mattine; e tu stesso dici che l’abitudine diviene la nostra seconda natura.

«“Ecco, adesso ho finito. Che cosa se ne fa ora, dello strofinaccio? Si scuote forse in modo da empire di nuovo tutta la stanza di polvere? No. Si scuote dalla finestra, badando però che la polvere non entri nelle finestre aperte al piano inferiore. Colui che scuote sbadatamente il cencio dentro la camera, porterà ugualmente in casa dinanzi al padre e alla madre ogni litigio e ogni genere di cose sgradevoli, e solleverà un nuvolo di polvere, invece di metter pian piano da parte ogni cosa.

«“Non è vero che lo spolverare è un buon istituto d’istruzione superiore? E non solo per le fanciulle, ma anche per gli uomini?”».

Torna su

RB_Famiglie