Conversazioni su una Regola Familiare /5

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La “Biblia pauperum”

Ritornando all’introduzione all’undicesima stella, vorrei invitare a rileggere il secondo tema, che si trova nelle slide 14-18. In esso si ribadisce, e si dimostra con argomenti tratti anche dalla scienza, il ruolo fondamentale dell’infanzia per la formazione umana, ruolo così importante da condizionare tutto il futuro della vita del bambino. Ciò vale anche per la sua vita religiosa.

A questo punto è necessario richiamare un fatto di immensa portata, che purtroppo viene spesso ignorato. Per comprenderlo dobbiamo ricordare la presenza, nella vita bimillenaria della Chiesa, di quella che veniva chiamata la “Biblia pauperum”, cioè la Bibbia dei poveri. Che cosa si intendeva con questa espressione?

Fino a tempi non lontanissimi, non tutti sapevano leggere e nei secoli passati la maggior parte delle persone era analfabeta. Come si trasmetteva, dunque, la fede? Certamente con il catechismo e la predicazione. Ma c’era un metodo complementare all’istruzione catechistica, immensamente efficace, cioè, appunto, la “Biblia pauperum”. Essa consisteva in tutti quei mezzi espressivi che trasmettevano la fede attraverso la vista, l’udito e gli altri sensi e non attraverso concetti puramente intellettuali. Rientrano, dunque, nella “Biblia pauperum” la pittura, la scultura, l’architettura sacra, come anche il canto liturgico, le cerimonie ecclesiastiche, l’acqua benedetta, gli abiti clericali e religiosi, le processioni, le solenni esposizioni del Santissimo Sacramento, pellegrinaggi, i racconti delle vite dei santi, le loro urne e reliquie, la poesia religiosa, liturgica e paraliturgica, latina e vernacola, proverbi e forme linguistiche tradizionali, sacre rappresentazioni e forme teatrali, liriche o letterarie contenenti riferimenti diretti o indiretti alla fede religiosa etc.

Questa tradizionale forma di trasmissione della fede non è affatto tramontata, anche se oggi ha subito, come tante altre cose, danni gravissimi a causa del decadimento generale delle arti belle e del senso estetico. È evidente che specialmente l’infanzia ha bisogno di questi mezzi per la trasmissione della fede. Infatti le facoltà propriamente intellettuali si sviluppano più tardi nel bambino, mentre nei primi anni egli è un po’ come il popolo analfabeta e ha bisogno di mezzi sensibili per assimilare i contenuti della fede. Purtroppo, come è spiegato abbondantemente nell’introduzione all’undicesima stella, oggi la sensibilità del bambino è bombardata da un’infinità di potentissimi messaggi che potremmo definire un’“Anti-Biblia pauperum”. Nulla di strano, perciò, se, quando il bambino giunge al catechismo, è già negativamente condizionato rispetto ai contenuti della fede. Nella conversazione precedente abbiamo detto che «come il tempio ha un vestibolo, il sacerdote deve avere un precursore». Ma troppo spesso oggi il sacerdote o il catechista, anziché avere un precursore, ha un “anti-precursore”!

Si comprende, dunque, quale grande impegno si richiede dai genitori perché il bambino da una parte sia protetto dai messaggi negativi che gli giungono precocemente da ogni parte, e dall’altro sia messo in condizione di recepire quelle intuizioni che soltanto una “Biblia pauperum” ricca di suggestione e di fascino gli può trasmettere.

A questo scopo tutte le dodici stelle devono collaborare, ma nell’undicesima stella sono stati offetri molti spunti e sono stati messi a disposizione abbondanti materiali per aiutare i genitori a creare un’efficace “Biblia pauperum” per i loro figli.

Ciò non esclude minimamente la necessità di una formazione più propriamente intellettuale sulla fede e sulla sua trasmissione. Le due cose, infatti, si condizionano a vicenda.

Nei successivi documenti che andremo ad esaminare, dunque, vedremo presenti, volta per volta, sia la dimensione intellettuale, sia quella più propriamente emotiva ed esperienziale della religione.

Appuntamento alla prossima conversazione!

Post Scriptum

Se vuoi saperne di più visita la pagina la Regola di San Benedetto per Famiglie!

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Conversazioni su una Regola Familiare /4

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Continuazione della precedente. Una sorpresa e un appello

         Mentre, ripensando alla conversazione precedente, progettavo quella che doveva seguirla, mi è capitato di rileggere un testo scritto qualche anno fa che avevo completamente dimenticato. Lo riporto qui di seguito, e potete ben immaginare quanto le parole di Lacordaire mi abbiano colpito:

 Come in passato nella Chiesa sono state create scuole per i poveri, per i giovani, per le ragazze, per gli operai etc., così è giunta l’ora di creare una nuova scuola: una scuola per le famiglie. Essa non sarà una scuola di sola istruzione mentale, ma sarà la “scuola della vita”.

Proponiamo ora la lettura di questa eccezionale pagina di H.D. Lacordaire (1802-1861), restauratore dell’Ordine Domenicano in Francia:

(Dal Panegirico del Beato Pietro Fourier di Henri-Dominique Lacordaire)

A volte però succedeva che Fourier non poteva vincere il dolore di sentire accanto a sé un’anima perduta (…) Cercando le cause di questo indurimento dei cuori, Fourier rifece tutto il cammino dell’uomo e venne ad imbattersi alla soglia stessa della vita, quando il bambino si conosce appena, e tuttavia già assorbe dal seno di sua madre germi di salvezza o di traviamento. Egli vide assai presto il bambino abbandonato al caso, l’ozio, il gioco, gli incontri, agire su queste fragili nature e imprimere in esse lezioni nefaste; comprese che Dio giungeva troppo tardi all’uomo e che come il tempio ha un vestibolo, il sacerdote doveva avere un precursore. La Chiesa, senza dubbio, non aveva prima di lui ignorato l’importanza delle scuole; ma se nelle sue cattedrali e nei suoi chiostri, più tardi nelle università, ella aveva magnificamente provveduto all’educazione delle generazioni, questo beneficio non si era esteso al popolo delle campagne con la stessa provvidenza e tempestività. Le ragazze, soprattutto, sembravano abbandonate in balia della loro giovane età, come se la madre da sola, la madre povera e ignorante, potesse ottemperare al grande compito di preparare donne cristiane per la vita del mondo e per la vita di Dio. Fourier risolse di ovviare, nella sua parrocchia, a questo difetto delle istituzioni pubbliche quali erano allora, e, poiché l’anima dei santi è feconda di santi, egli incontrò molto presto delle giovani devote della sua parrocchia che fecero proprio il suo progetto e si impegnarono a metterlo in pratica. Così ebbe inizio la Congregazione di Notre-Dame, destinata all’inizio ai bambini di un villaggio, e che poi, con la benedizione di Dio e sotto l’occhio di Fourier, si diffuse in Lorena, in Germania e in quasi tutta la cristianità, dove essa possiede ancora oggi case fiorenti.

Diversi elementi di questo testo straordinario meritano attenzione:

  1. Per prima cosa, perfettamente in linea con quanto avevo osservato nella precedente conversazione, Lacordaire sottolinea, da par suo, il ruolo insostituibile dell’infanzia nella formazione umana.
  2. Nello stesso tempo vede con lucidità i pericoli che da sempre la insidiano – e che ora hanno trovato nuovi e più efficaci strumenti per agire negativamente sul bambino.
  3. Poste queste premesse, egli mette in perfetta luce il ruolo “apostolico” dei genitori, e soprattutto della madre: Fourier «comprese che Dio giungeva troppo tardi all’uomo e che come il tempio ha un vestibolo, il sacerdote doveva avere un precursore».
  4. Da ciò la necessità che alle (future) madri sia data l’opportunità di divenire capaci di un compito così alto e fondamentale. Per questo il Beato Fourier osservava che non esistevano scuole adeguate, soprattutto nelle campagne, e che perciò le ragazze erano «abbandonate in balia della loro giovane età, come se la madre da sola, la madre povera e ignorante, potesse ottemperare al grande compito di preparare donne cristiane per la vita del mondo e per la vita di Dio». Oggi le donne, anche di campagna, per lo più non sono più “povere e ignoranti”, ma mi si permetta di dire che, non solo in campagna, lo sono – come gli uomini – riguardo a ciò che più conta, riguardo, cioè, ad essere “vestibolo al tempio e precursori al sacerdote”.
  5. Per questo si ribadisce l’importanza di questa nuova scuola, diversa da quella della Congregazione di Notre-Dame, perché rispondente alle nuove esigenze di oggi, ma non meno di quella – possiamo sperare – ispirata dallo Spirito Santo.
  6. Sebbene qui non ci sia nessun santo, non ci ispirano e non risvegliano in noi qualche cosa le parole di Lacordaire?

«Poiché l’anima dei santi è feconda di santi, egli incontrò molto presto delle giovani devote della sua parrocchia che fecero proprio il suo progetto e si impegnarono a metterlo in pratica».

La prossima volta riprenderemo il discorso, dal quale abbiamo un po’ deviato.

Arrivederci alla prossima conversazione!

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Conversazioni su una Regola Familiare /3

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La corona di dodici stelle

Terza conversazione

Un primo approccio all’introduzione dell’undicesima stella

Il primo documento dell’undicesima stella che vi invito a studiare è ovviamente l’introduzione. Come potete vedere, essa esordisce con questa affermazione:

«Missione primaria e altissima della famiglia è la trasmissione delle tradizioni morali e religiose alle nuove generazioni. Per questo è opportuno impostare l’intero insegnamento sulla formazione religiosa a partire dal problema, oggi cruciale, dell’educazione morale e religiosa dei figli».

Si potrebbe obiettare: ma prima dobbiamo essere formati noi genitori, nella religione, per poterla poi trasmettere ai figli!

Questo è senz’altro giusto, ma c’è una cosa da osservare: la formazione religiosa di ogni persona incomincia fin dalla nascita, anzi, ancora prima, nel periodo della gestazione – e, possiamo dire, persino nella stessa esperienza delle precedenti generazioni. Dunque, per acquisire una formazione religiosa adeguata i genitori stessi devono fare, per così dire, un passo indietro e ripensare la propria vita fin dall’infanzia ed oltre.

In questo senso l’introduzione, mentre da una parte mette in guardia contro i pericoli per il sano sviluppo dei bambini presenti in una società iper-tecnologica e in profonda crisi morale, nello stesso tempo fornisce molti insegnamenti fondamentali sull’insostituibile ruolo dell’infanzia e dell’adolescenza nel processo di apertura della coscienza umana al mondo e a tutte le sue dimensioni, compresa la dimensione religiosa. Una lettura attenta del testo, infatti, mostra quanto siano preziosi i primi anni di vita e come proprio in essi si stabiliscano i rapporti fondamentali con se stessi, con il mondo naturale e umano e con il mondo divino che poi ci accompagneranno per tutta la vita.

Dunque la insistita messa in guardia contro i pericoli di un precoce approccio al mondo virtuale e di una diffusa trascuratezza nella cura dell’infanzia da parte di genitori eccessivamente impegnati in ruoli professionali non è che una riprova in negativo della meravigliosa realtà positiva dell’irrefrenabile ricchezza di vita che sgorga dalle giovani pianticelle che si affacciano nel mondo piene di gioiosi presentimenti.

Purtroppo molto spesso le delusioni che accompagnano la successiva esperienza della vita adulta finiscono per estinguere persino il ricordo delle affascinanti aspettative dell’infanzia e della prima adolescenza. Ma, tuttavia, rimane in tutti una sorta di nascosta nostalgia di quei primi anni di esistenza, in cui si è vissuti con un’intensità che non ritornerà più in seguito.

Non dobbiamo soffocare questa sana nostalgia! Il tempo trascorso dei primi anni di vita non è passato invano: essi ci appartengono sempre, e tutte le profonde impressioni e direzioni che di volta in volta segnano la nostra vita, sempre si nutrono di un ritorno alla radice che ne ha posto le premesse nel periodo della nostra prima crescita.

Ciò vale anche e in primo luogo per le esperienze su cui si fonda il senso religioso della vita. Dobbiamo, infatti, ricordare che tutti i concetti che esprimono la fede religiosa si nutrono di contenuti di esperienza a cui sempre fanno riferimento.

Per fare un solo esempio, dire che Dio è Padre senza far riferimento all’esperienza di chi ci è stato padre nella nostra vita umana, significherebbe usare una formula senza contenuto. Così sarebbe una vana formula affermare: «Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra» senza richiamare quel senso di meraviglia di fronte alla natura e al mondo creato che sgorga spontaneamente in ogni sana vita infantile.

L’invito, dunque, che facciamo in questa conversazione è di leggere l’introduzione all’undicesima stella non mettendo al primo posto la preoccupazione per i pericoli attuali che insidiano l’infanzia o l’ansia per i propri figli, ma ripensando per prima cosa a se stessi e alla propria infanzia in termini positivi. Quali sono state le esperienze più belle e quelle che hanno maggiormente arricchito il mio senso religioso della vita? Quando per la prima volta ho sentito la realtà di Dio e la bellezza dei misteri di Cristo e della santità cristiana?

In questo senso invitiamo a leggere e a meditare soprattutto il “Quinto tema”, contenuto nelle slide 25-36. In questa sezione sono riportate alcune bellissime pagine di Alphonse Gratry, sacerdote e filosofo francese del XIX secolo, in cui risuona meravigliosamente la freschezza delle intuizioni religiose infantili dell’autore e la cui lettura aiuterà anche noi a risvegliare quei misteriosi impulsi della nostra prima età che rimangono un segreto tra noi e Dio, ma che non hanno mai cessato di ispirare silenziosamente la nostra vita.

Appuntamento alla prossima Conversazione!

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La corona di dodici stelle

Seconda conversazione

La centralità dell’undicesima stella

            Alla luce di quanto è stato detto a conclusione della prima conversazione, possiamo comprendere perché l’undicesima stella – “La formazione religiosa e la trasmissione della fede ai piccoli” – ha un posto centrale e orientativo rispetto alle altre stelle.

Abbiamo osservato che i doni più grandi dati da Dio agli uomini – l’amore, il possesso dei beni terreni e la libertà e dignità personale – sono anche quelli che più facilmente si prestano all’eccesso e all’abuso, e che perciò troppo spesso si convertono in occasioni di tentazione e di rovina per la vita umana. Ora la vita familiare si fonda proprio sulla massima valorizzazione di quei doni sublimi del Creatore ed è quindi sommo e supremo interesse di quanti formano o si apprestano a formare una famiglia di saper usufruire di essi senza cadere nelle tentazioni ad essi inseparabilmente connesse.

La vita monastica, proprio in quanto vita di consacrazione a Dio, attraverso la rinuncia radicale rappresentata dai tre voti di castità, povertà e obbedienza, indica anche ai semplici fedeli, come a tutti gli uomini, la strada maestra per superare le tentazioni all’abuso dei doni di Dio e quindi per poterne godere in piena sicurezza e libertà. Infatti i voti di consacrazione a Dio costituiscono più che una rinuncia, una elevazione dell’amore, della disponibilità all’uso del creato e della dignità personale al di sopra dei beni terreni, fino alla divina sorgente di ogni dono creato.

Rileggiamo che cosa promette Gesù agli apostoli:

«In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna» (Mc 10,29-30).

Questo testo ci fa comprendere che la rinuncia radicale ai beni terreni, proprio perché eleva l’animo umano fino ad aderire pienamente a Dio, comporta poi un nuovo rapporto di fruizione, purificata e infinitamente moltiplicata, degli stessi beni creati.

Ma di che cosa parla Gesù agli apostoli? Di «case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi», cioè proprio degli elementi che compongono la vita familiare. Se essi sono sottratti a chi si consacra totalmente a Dio per essergli poi restituiti in una forma più alta, irradiati dalla purificatrice luce divina, questo certamente non è a solo beneficio della persona consacrata, ma, data la sua vocazione apostolica, è a beneficio di tutto il mondo. Per tutti, infatti, vi è la necessità di instaurare un rapporto nuovo, non chiuso nelle passioni terrene, ma purificato dalla cupidigia e aperto alla luce del cielo, con i doni di Dio.

Il semplice fedele, dunque, padre, madre o figlio o figlia di famiglia, troverà proprio in quanti seguono fedelmente la rinuncia monastica un modello da imitare, se pure in misura parziale, nel vivere un rapporto di amore, di possesso e di libertà che non lo renda schiavo e non lo conduca all’adorazione idolatrica e all’avidità.

E se dagli eccessi dell’avidità nascono, prima nelle famiglie e poi nella società, liti, discordie e guerre, appare dunque primo interesse della felicità familiare e del bene delle nazioni che l’uso dei beni terreni sia consacrato da quella libertà spirituale di cui i voti monastici sono sugello e simbolo.

Se, dunque, tutti gli insegnamenti contenuti nelle dodici stelle, ispirandosi appunto alla vita monastica, vogliono sostenere le famiglie nell’impegno di usare correttamente, nella pace e nella condivisione, le molteplici realtà messe nelle loro mani, affinché esse siano per loro una benedizione, e non una maledizione, è chiaro che la sorgente da cui questo programma trae la sua ispirazione è la luce che viene dal cielo. Per questo ogni altro insegnamento fa riferimento al discorso sulla religione, e l’undicesima stella appare come la chiave di volta di tutte le altre stelle – non come studio teorico di una realtà ultraterrena separata dalle altre, ma come avviamento ad una formazione interiore che illumini tutte le meravigliose realtà di cui si compone la vita familiare.

Appuntamento con la prossima conversazione fra due settimane!

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La corona di dodici stelle

Prima conversazione

Considerazioni introduttive e guida all’uso dei materiali messi a disposizione con particolare riferimento all’Undicesima Stella:

“La formazione religiosa e la trasmissione della fede ai piccoli”

 

Presentazione 

L’8 dicembre 2015 è stata inaugurata, presso il sito internet dell’Abbazia di Farfa, la scuola online “La corona di dodici stelle” – vedi la relativa informazione tramite questo link (QUI).

L’iniziativa nasce dalla necessità di sostenere da vicino le famiglie che intendono adottare il progetto illustrato nel volumetto “San Benedetto e la vita familiare”, di Don Massimo Lapponi (Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2009). Questo progetto propone alle famiglie di adottare, con opportuni adattamenti, la Regola di San Benedetto e la tradizione benedettina per organizzare cristianamente la vita familiare di tutti i giorni.

Negli incontri e nei campi scuola che sono stati fatti con le famiglie interessate dopo la pubblicazione del volume, si è vista l’esigenza di dare alle famiglie un aiuto più sostanzioso. Infatti il progetto prevede un grande impegno in svariati campi, quali il lavoro domestico, la decorazione artistica della casa, la musica e il canto, la lettura, l’approfondimento e la trasmissione della fede, la carità e la solidarietà sociale etc. Ora, per poter comunicare alle famiglie tutte le relative competenze, è assolutamente necessaria una scuola. Così, dopo un periodo di riflessione, si è giunti alla conclusione che la cosa migliore fosse di creare una scuola online, a cui tutti potessero accedere con facilità da qualsiasi luogo, senza dover uscire di casa.

Quando poi si è steso l’elenco delle materie che si ritengono indispensabili per il nostro progetto, è risultato che esse sono dodici. Da qui l’idea di chiamare la nostra scuola “La corona di dodici stelle”: essa perciò fin dall’inizio si trova sotto la protezione di Maria.

Il successivo lavoro di realizzazione dell’iniziativa è stato di mettere a disposizione degli usufruitori della scuola una notevole quantità di istruzioni e di materiali di grande utilità per la vita familiare. In questa fase iniziale è stato possibile sviluppare soltanto un certo numero di stelle, mentre per le altre si spera di provvedere al più presto.

Ma ecco ora sorgere un’altra esigenza: i materiali delle stelle già sviluppate sono abbondanti, ma è evidente che non tutti gli iscritti alla scuola sono in grado di orientarsi tra le molte sollecitazioni offerte. In particolare, l’undicesima stella, essendo in qualche modo quella a cui tutte fanno riferimento, è stata arricchita di molte istruzioni e di molti allegati, che riteniamo preziosi, ma che possono creare un certo disorientamento. Da qui la necessità di offrire agli iscritti una guida orientativa.

Perciò, a partire da questa prima conversazione, si proporrà agli iscritti, e a quanti sono interessati a meglio conoscere questa iniziativa, un percorso di studio e di approfondimento dei documenti messi a disposizione nell’undicesima stella – per le altre stelle i rispettivi docenti faranno, appena possibile, qualche cosa di analogo. Si proporrà, cioè, ogni settimana la riflessione su un documento, tra quelli messi a disposizione, seguendo un determinato ordine didattico, e si chiederà, poi, ai partecipanti alla conversazione, di comunicare, con messaggi inviati all’indirizzo email della scuola – masterfarfafamiglia@gmail.com – quanto essi hanno compreso delle riflessioni proposte e quali eventuali chiarimenti ritengono necessari. Si risponderà loro personalmente e privatamente.

Alla conversazione possono partecipare anche quanti, pur non essendo ancora iscritti alla scuola, sono interessati agli argomenti trattati. Per questo nelle conversazioni si cercherà di illustrare i vari argomenti in modo comprensibile anche a chi non può ancora accedere ai relativi documenti.

Le spiegazioni illustrative, come la presente, con le quali si introdurranno le conversazioni, saranno inviate via email agli iscritti alla scuola e si pubblicheranno sul sito dell’Abbazia di Farfa, su quello del Monastero delle Benedettine di Fano e su altri siti monastici e parrocchiali e di varie associazioni religiose e familiari.

 

Alcune considerazioni introduttive

 In questa prima conversazione mi limito a ricordare le ragioni per cui l’insegnamento di San Benedetto e della tradizione benedettina appaiono oggi singolarmente attuali, soprattutto per le famiglie.

La Regola di San Benedetto ha due caratteristiche: per prima cosa non si rivolge ad una persona, ma ad una comunità, per insegnare ai suoi componenti come si vive cristianamente insieme; in secondo luogo essa non vuole trasmettere cognizioni scientifiche, ma vuole insegnare come concretamente si devono impiegare, alla luce della sapienza cristiana, i vari momenti della giornata. Perciò essa insegna a che ora ci si alza, a che ora si va a riposare, cosa fare appena alzati, cosa fare prima del riposo, come si organizzano la preghiera, il lavoro e la lettura, come si devono svolgere i pasti comuni, come si parla, come si dialoga nei momenti di incontro comunitario, come si usano gli oggetti, come ci si veste, con quale spirito si affrontano gli impegni e le difficoltà quotidiane etc.

Potrebbero sembrare insegnamenti superflui, che si perdono in particolari che già tutti sappiamo. Ma non è affatto così. In realtà in tutte queste cose le famiglie di oggi sono molto impreparate, e l’andazzo che è quasi universalmente invalso nella loro vita quotidiana mostra un’inquietante tendenza ad un sempre più grave e diffuso disordine autodistruttivo.

 

La scuola del mondo e la scuola di San Benedetto

Il giovane Benedetto, giunto a Roma dalla nativa Norcia per dedicarsi agli studi superiori, fuggì dalla Città Eterna dopo aver visto che, allora come oggi, i centri di studi superiori – non diversamente dalle nostre università – erano nello stesso tempo i maggiori centri di corruzione della gioventù. A cosa servono – si chiese il giovane Benedetto – quegli studi superiori, se non sanno insegnare ai giovani studenti a vivere bene e a non sciupare gli anni preziosi di preparazione alla vita dietro i vizi della carne e dell’intemperanza?

Così, «coscientemente privo di scienza e sapientemente privo di dottrina» – come scrive il suo biografo San Gregorio Magno – egli fuggì da Roma e dalle sue scuole e si ritirò per due anni nella solitudine dello Speco di Subiaco.

In quei due anni di preghiera e di solitudine il Signore lo illuminò e, quando finalmente uscì dal suo isolamento per compiere la sua missione, egli fu condotto dalla provvidenza divina per prima cosa a formare comunità di monaci e poi a scrivere per loro una Regola, nella quale il santo afferma di voler creare un «scuola del servizio divino».

Dunque, fuggito dalla inefficace scuola del mondo, San Benedetto vuole fondare una nuova scuola, una scuola diversa, che non insegni per prima cosa le scienze, ma che insegni soprattutto a vivere bene. E bisogna sottolinearlo: a vivere bene insieme. Infatti nessuno vive da solo, e soltanto se tutta la comunità di cui fa parte vive secondo un progetto e un programma orientati al bene, ogni singolo componente potrà vivere bene senza trovare ostacoli ad ogni momento.

Cosa di più utile per le famiglie di oggi di un programma di vita quotidiana che metta tutti in grado di aiutarsi l’un l’altro a vivere bene? Non è questo programma, e la scuola che insegna a realizzarlo, più importante, per la sua efficacia sulla vita concreta di tutti i giorni, dell’insegnamento delle università? E badate che l’impegno di studio non è da meno!

 

La vita monastica e la vita familiare sono così lontane tra loro?

Ma – si dirà – la vita religiosa si fonda sulla rinuncia a quei beni che costituiscono gli aspetti più essenziali della vita familiare e umana. Come, dunque, si può adattare una regola scritta per la vita religiosa alla vita familiare?

In realtà i voti di castità, povertà e obbedienza indicano a tutti quali siano i più grandi pericoli che sgorgano per tutti gli esseri umani dai doni più alti conferiti loro dal Creatore – l’amore, il possesso, la libertà – quando vi si introduce l’avidità smodata. Proprio dall’abuso di questi doni deriva la rovina delle famiglie e delle nazioni. Per questo, se pure i membri delle famiglie umane non sono tenuti alla rinuncia radicale a quei beni, essi devono tuttavia aspirare ad una continua purificazione interiore, affinché l’eccesso non si introduca nella loro vita e non porti in essa la rovina spirituale e materiale. Ora niente come l’esempio luminoso della rinuncia monastica – rinuncia che in realtà significa elevazione dell’anima fino alla sorgente sovraterrena dei doni di Dio – e della purificazione e della libertà interiore che ne derivano, contribuisce a sviluppare nelle famiglie quell’armonioso equilibrio e quella gioiosa moderazione nell’uso dei beni terreni, nella luce dei beni eterni, che costituisce il fondamento della vera felicità, della pace, della carità e della concordia tra gli uomini.

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