Conversazioni su una Regola Familiare /15

Quindicesima conversazione

Il ruolo della preghiera e dell’ispirazione religiosa nella vita quotidiana

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

 

Il modo migliore per introdurre alla lezione sulla preghiera liturgica familiare anche chi non è iscritto alla scuola è di proporre la meditazione del seguente articolo e delle successive annotazioni. L’uno e le altre si trovano all’inizio dello stesso testo della lezione. Per chi è iscritto si tratta, apparentemente, soltanto di una ripetizione, ma in realtà questo è un modo per attirare l’attenzione su alcune considerazioni fondamentali che potrebbero facilmente sfuggire.

 Marta, Maria e San Benedetto 

Marta è presa dai molti lavori e non si rende conto che sta dimenticando la sola cosa necessaria, cioè il vero scopo della vita. Infatti lo scopo della vita non è questo o quel lavoro: è anzi il servizio alla vita che dà al lavoro il suo vero senso.

Spesso siamo così presi dal nostro lavoro che dimentichiamo per che cosa stiamo lavorando. Siamo ansiosi di finire ciò che stiamo facendo – la riparazione di uno strumento, il lavaggio di un’automobile, la compilazione di un documento etc. – e non abbiamo occhi per il bambino che, nella stanza accanto, rischia di danneggiarsi con un pericoloso gioco elettronico, o per la madre che sta aspettando che ci uniamo alla preghiera prima del pranzo.

Siamo soddisfatti quando abbiamo finito il nostro lavoro, e non ci rendiamo conto che quel lavoro significa ben poco per noi e per gli altri, mentre abbiamo trascurato di porre attenzione ai nodi cruciali della nostra vita. E spesso facciamo un analogo errore quando prendiamo le nostre più importanti decisioni e impegni in campo formativo e professionale senza minimamente mettere in conto il nostro vero fine e il nostro eterno destino.

Durante il giorno siamo così affascinati dalla luce del sole, da dimenticare completamente che la terra non è che un minuscolo punto in un immenso universo di stelle. Addirittura, siamo così affascinati dalla nostra ristretta visione delle cose, da immaginarci che il mondo intero sia concentrato in quella scrivania, in quel tubo dell’acqua, in quello strumento, in quel negozio, in quel foglio di carta che ci occupa per tante ore.

E così dimentichiamo non solo Cristo che ci sta parlando, ma anche il nostro prossimo che aspetta, soffre, ama.

Quando viene la notte, se abbiamo la buona volontà di guardare il cielo, possiamo finalmente ricordarci che questo nostro mondo non è in realtà che un punto in un oceano di stelle. Così il nostro lavoro non dovrebbe essere che un umile sevizio a Dio che ci ama e ai nostri fratelli e sorelle che ci circondano come le stelle del firmamento. Ma per non dimenticarcene, dobbiamo eliminare una buona volta il culto del lavoro per se stesso. Il nostro culto deve essere riservato a Dio soltanto, e sempre soltanto dall’amore a Dio e al prossimo dobbiamo trarre ispirazione e motivazione per il nostro lavoro quotidiano, come per la nostra formazione e professione.

“Ora et labora”, “prega e lavora”, significa che la preghiera deve essere sempre presente, prima e durante il lavoro: essa deve ispirare tutte le nostre azioni.

Perciò San Benedetto organizza la giornata di una famiglia cristiana esigendo la stretta osservanza degli orari di preghiera: mattina presto, prima dei pasti, sera. E la preghiera deve essere preparata ed eseguita nel modo migliore: scelta dei testi, recitazione, canto, tutto deve essere fatto in modo da “edificare”, cioè da impressionare profondamente i membri della famiglia per l’intera giornata. Per questo i monaci, attraverso i secoli, hanno arricchito la preghiera con la poesia, il canto, gli edifici di culto, i dipinti, gli intagli etc. I membri della famiglia non devono mai dimenticare che c’è un universo di stelle, e cioè Dio che ci ama e i nostri fratelli e sorelle che ci circondano e richiedono il nostro servizio di amore.

E i nostri impegni quotidiani, come la nostra professione, non saranno eseguiti in modo tanto più perfetto quando sono ispirati dalla luce del cielo?

A quanto detto in questo articolo, bisogna aggiungere che gli interessi terreni e mondani hanno una grandissima forza di attrazione, tanto più oggi che vi sono mezzi potentissimi di propaganda e di suggestione, cosicché è del tutto normale che tutti noi siamo completamente distratti e allontanati dal pensiero della presenza di Dio e delle realtà della fede – e non solo della fede in senso stretto, ma anche di tutti quei valori umani che alla fede si riferiscono, come il rispetto per le persone e la vera e profonda carità in tutti i suoi aspetti.

Il continuo martellamento di pubblicità volgari e di stimoli materiali e sensuali, con la massima facilità spengono nella nostra sensibilità ogni senso di spiritualità e di vera umanità.

A contrastare questa deriva, oggi così enormemente diffusa, non basta un’istruzione catechistica teorica, né una preghiera ristretta o ristrettissima e detta con fretta e senza un vero coinvolgimento. E’ necessario, invece, creare una sollecitazione emotiva molto forte, la quale ci richiami, con il fascino dell’ispirazione e della bellezza religiosa, umana e poetica, ad una dimensione superiore del sentimento, tale da rinvigorire anche la consapevolezza delle realtà umane che ci circondano e che l’istruzione religiosa ha la missione di illuminare.

 

Conversazioni su una Regola Familiare /14

Quattordicesima conversazione

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

Un importante testo di San Paolo

 

Mi sono soffermato a lungo sulla quarta lezione, “Un’immensa opera educativa”, che ha un’importanza centrale. Ora, come introduzione alla lezione successiva, “La preghiera liturgica familiare”, divisa in tre parti, vorrei commentare questo testo di San Paolo, preso dalla Lettera ai Colossesi:

«Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti. Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti! La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (Col 3, 5-17).

Si tratta di un testo noto, che ricorre più volte nella liturgia e fa parte anche delle letture proposte per la messa nuziale. Ma il fatto stesso di conoscerlo già e di averlo sentito più volte rischia di attenuare la nostra attenzione e di impedirne, perciò, la piena comprensione. Cerchiamo, dunque, di meditare attentamente le parole di San Paolo.

La prima cosa da osservare è che l’Apostolo non scrive ad una persona, ma ad una comunità. Questo fatto non va in alcun modo sottovalutato. Infatti tutte le singole raccomandazioni dell’Apostolo perdono gran parte del loro senso, o lo perdono del tutto, se si dimentica questa circostanza fondamentale.

Inoltre, come è ovvio, San Paolo non scrive a qualche speciale comunità monastica, bensì alla comunità dei fedeli. Ma non basta: se si leggono i versetti immediatamente successivi, si capisce che l’Apostolo ha, sì, in mente tutta la comunità dei fedeli di Colossi, ma ha anche ben presente che, realisticamente, questa comunità si concretizza soprattutto nelle comunità familiari. Egli, infatti, scrive subito dopo:

«Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino. Voi, servi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni» (Col 3, 18-22).

È del tutto lecito, dunque, e anzi è raccomandabile, leggere i versetti sopra riportati riferendoli principalmente alla vita familiare. E il primo insegnamento che ricaviamo dalle esortazioni di San Paolo è che tutte le virtù che egli raccomanda non possono essere praticate se non comunitariamente. Cosa significherebbe, infatti, per un singolo, indipendentemente dalla sua collocazione in una comunità, e specialmente in una comunità familiare, l’esortazione centrale di tutto il brano: «E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo»?

Analogamente, non si possono esercitare la sincerità, la misericordia, la mansuetudine, la pazienza, il perdono se non in una vita comune. Ma ciò a cui dobbiamo soprattutto porre attenzione è che l’esercizio di queste virtù nella comunità familiare non può essere lasciato alla buona volontà del singolo, ma deve costituire una sorta di impegno comune da tutti, palesemente riconosciuto come normativo. Deve essere come l’atmosfera o, possiamo dire, la cultura propria della famiglia.

Ora è evidente che l’esercizio delle virtù raccomandate dall’Apostolo richiede necessariamente la costante vittoria di ciascuno contro il proprio egoismo e la propria tendenza naturale a far prevalere il proprio io a qualsiasi costo. Si richiede, dunque, che tutti i mezzi adatti a correggere questa tendenza e ad educare gli animi alle virtù cristiane siano continuamente praticati e facciano parte del programma giornaliero della vita familiare. Un posto di primo piano, in questo programma, spetta ovviamente alla preghiera, e in particolare alla preghiera che si fa in comune. Ma vi sarebbero molte altre cose da ricordare. Ad esempio, se bisogna mortificare «fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi», sarebbe ovvio che immagini, spettacoli televisivi, pubblicazioni, contatti vari che possano suscitare immoralità, ovvero teorie che pretendano di giustificarla, dovrebbero essere accuratamente escluse dall’ambiente della vita familiare. Ognuno si chieda quale è la situazione della sua famiglia su questo punto.

Un altro aspetto su cui vorrei attirare l’attenzione, e che ritengo molto importante, è suggerito dalla seguente raccomandazione dell’Apostolo:

«Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca».

Altro esame di coscienza: qual è il linguaggio che regna nella nostra casa? Aspetto già l’obiezione: ma se tutti parlano in un certo modo, si può fare le mosche bianche? Sì, si può e si deve! Non è forse vero – e di ciò, come dei relativi rimedi, si è trattato ampiamente nella Nona Stella – che parole un tempo riservate alle bettole, e parole ancora peggiori, oggi sono diventate di uso comune e incontrano una tolleranza che non molto tempo fa mai si sarebbe sognata? Mi permetto di fare, contro voglia, un paio di esempi – ma se ne potrebbero fare molti di più – e me ne scuso in anticipo, giustificandomi soltanto con la necessità di parlare con tutta la chiarezza possibile. Non è forse vero che in troppe delle nostre case orami è comune l’uso del verbo “incazzarsi” e della sua radice etimologica? E non è altrettanto tollerato, se non incoraggiato, anche sulle labbra dei più piccoli l’uso della parola “fico”, mentre la sua radice etimologica si finge di ignorarla?

Facciamo, dunque, un esame di coscienza “comunitario”, confrontandoci con l’esortazione di San Paolo.

Venendo poi alla preghiera comunitaria, della quale si occupa la lezione che ci apprestiamo a commentare, cadono a proposito le parole dell’Apostolo:

«La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali».

È un’esortazione che risuona da due millenni nelle nostre chiese. Ma quanti la mettono in pratica in quell’ambito familiare a cui San Paolo fa principalmente riferimento? È più che ovvio che per praticarla convenientemente bisogna impegnarsi in diversi ambiti – “in primis” nell’ambito musicale, per il quale abbiamo qui a disposizione l’Ottava Stella.

Ma tratteremo con più ampiezza questo argomento nelle prossime conversazioni.

 

 

Conversazioni su una Regola Familiare /13

Tredicesima conversazione

di Don Massimo Lapponi OSB

Regalo di Natale

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Siamo giunti ormai alla fine del documento dal titolo “Un’immensa opera educativa”, ed è una bella coincidenza che ciò avvenga in prossimità del Natale.

Tenendo conto, dunque, di ciò che è stato detto in precedenza sulla cura che dobbiamo avere per una precoce formazione umana e spirituale dei nostri figli, riporterò qui di seguito, per chi non è iscritto alla scuola online, quanto si dice negli ultimi paragrafi del suddetto documento:

«Ma con quali mezzi si può ottenere, nei piccoli e nei giovani, questo risveglio di una vita superiore nell’anima, questo trasporto in un mondo ideale, questa azione preservatrice, purificatrice e santificatrice su tutte le emozioni? Non certamente con lezioni teoriche o con semplici nozioni di catechismo, per quanto queste possano essere utili e indispensabili! I mezzi più efficaci ce li ha indicati il Montalembert e sono essi che dobbiamo applicare: lo splendore della natura e dell’arte, la poesia delle narrazioni avventurose, la suggestione dei ricordi, l’infinita nostalgia suscitata nell’anima dai templi, dalla preghiera, dalla liturgia cristiana.

«E’ questa l’immensa opera educativa che dobbiamo compiere: far sì che negli anni in cui il nuovo cittadino del mondo è ancora in uno stato “fluido” di rapidissima crescita e formazione, la sua mente e il suo cuore si irrobustiscano attraverso esperienze che gli rivelino la dimensione profonda, poetica e religiosa della vita.

«Noi possiamo, e quindi dobbiamo, mettere i nostri piccoli e giovani in formazione a contatto non con l’innaturale, ma con la natura, non con l’artificio, ma con l’arte, non con l’inerzia, ma con l’eroismo, non con l’irrealtà del falso immaginario, ma con la realtà del mondo dello spirito, non con l’aridità di un mondo senza Dio, ma con la poesia infinita della religione e della fede.

«E’ questo il programma affascinante che dobbiamo proporci, sapendo che esso richiede grande dedizione e impegno, ma anche che da questo impegno trarremo il frutto più prezioso: il vero bene dei nostri figli e della nostra famiglia. Ed è questo un frutto che ha un valore infinitamente maggiore di uno stipendio in più o di una brillante carriera professionale!»

A queste esortazioni conclusive viene aggiunto il seguente l’elenco, relativo a ciò che serve per realizzare questo programma, e per la cui realizzazione la scuola mette a disposizione abbondante materiale:

  1. l’iniziazione dei piccoli al contatto con la natura e all’ammirazione dei suoi aspetti più belli, nella luce delle pagine bibliche relative al racconto della creazione e alla celebrazione delle opere di Dio.
  2. la presenza in casa di quadri di valore artistico con suggestive scene di natura e di belle costruzioni umane armonizzate con la natura.
  3. la presenza in casa di immagini, fotografie e ricordi di sana storia familiare.
  4. la lettura familiare e personale di racconti, romanzi, poemi, poesie, storie, vite di santi – tratti possibilmente da volumi con belle immagini artistiche – che illustrino efficacemente la bellezza di una vita vissuta nella fedeltà agli ideali dell’amore coniugale, dell’amore verginale, della carità verso bisognosi e sofferenti, dell’amore per la conoscenza del vero, per la patria, per tutti gli uomini, della devozione verso Dio, Cristo, Maria, i santi. Così pure la visione familiare di dvd della medesima qualità all’età conveniente. E anche l’organizzazione di rappresentazioni drammatiche fatte dai piccoli e dai giovani, adattate alle diverse età.
  5. l’istruzione sulle virtù e sui vizi e l’esercizio pratico quotidiano per l’acquisizione delle virtù morali, intellettuali e fisiche.
  6. la lettura in famiglia de “Il Vangelo della vita” del Förster.
  7. la presenza in casa di una bella e ricca iconografia religiosa, sia nello spazio dedicato alla preghiera, sia negli ambienti comuni, sia nelle stanze dei genitori e dei figli.
  8. lo studio, differenziato per età e maturità, della Bibbia, delle nozioni dottrinali, del pensiero e della cultura religiosa e cristiana.
  9. la lettura familiare e personale di testi di preghiera e di meditazione.
  10. la precoce iniziazione e la cura continua della preghiera personale.
  11. la cura di tutti per la preparazione e la realizzazione di una bella preghiera familiare e liturgica. Questo punto prevede: preparazione dell’ambiente sacro (mobili, decorazioni, immagini, fiori, lumi etc.); ampia scelta di belle preghiere, antiche e moderne; acquisizione e realizzazione di bei libri di preghiera, con scrittura artistica, miniatura e iconografia adeguata; ampia scelta di bei canti, antichi e moderni, monodici e polifonici; acquisizione delle relative capacità vocali e strumentali.
  12. sull’esercizio pratico della carità e della solidarietà sociale, punto ovviamente fondamentale, ci sarà un insegnamento apposito – “Dodicesima Stella: la socialità”.

Uno dei punti più importanti è quello contrassegnato dalla lettera k, relativo ad una bella preghiera familiare. Ad esso sarà dedicato un successivo documento.

Ma qui vogliamo attirare l’attenzione soprattutto sul punto f: la lettura in famiglia de “Il Vangelo della vita” del Förster. Si tratta di un libro in cui l’illustre autore ha raccolto le conversazioni che egli teneva a Zurigo con ragazzi e ragazze dagli undici ai quindici anni. Si tratta di pagine molto vive e ricche di esempi suggestivi, tratti dalla vita di tutti i giorni. La scuola mette a disposizione l’intero testo del Förster, e si raccomanda vivamente di farne una lettura familiare, possibilmente quotidiana, insieme ai bambini, anche più piccoli dell’età alla quale si rivolgeva il Förster. Penso che già ad otto anni, o forse anche prima, i bambini di oggi siano in grado di apprezzare gli insegnamenti del grande pedagogista.

Ora, dunque, anche come regalo di Natale, soprattutto per quanti ancora non sono iscritti alla scuola, offriamo “in anteprima” una pagina del libro “Il Vangelo della vita”, dalla quale si potrà conoscere lo stile di tutta l’opera. Si tenga presente che la prima edizione originale tedesca risale al 1904. Quindi quello che il testo dice del latino oggi si potrebbe sostituire ad esempio con l’informatica, la fisica, l’economia, l’ingegneria o la giurisprudenza.

«Io vedo col pensiero un fratello che sta facendo colazione, con la sua grammatica latina accanto, mentre la sorella va attorno spolverando: “Come divento bravo io – egli pensa – e quanto resta stupida una ragazza col suo insulso cencio da spolverare: Panis, pulvis, crinis, finis… giusto, pulvis significa appunto polvere e si declina: pulveris, pulveri, pulverem… Mia sorella leva la polvere ed io la so declinare come un antico romano; Geltrude, senti un po’; sai come si dice polvere in latino?” “No, e non me ne importa niente; tanto per me è lo stesso; deve andar via anche se ha un nome latino”. – “Già, tutte così, voialtre; nessuno interesse per l’istruzione, sempre attaccate alle piccolezze. Del resto, grazie a Dio, ci deve anche essere chi leva la polvere, altrimenti noi non avremmo agio di acquistare la cultura superiore”. E dicendo questo riprende il suo libro e seguita a studiare.

«Geltrude si ferma per un momento a considerare suo fratello. “Oh! se potesse spolverare un poco quella superbia intellettuale!”, ella pensa, poi dice: “Federico, voi uomini mi fate proprio pena: non avete nessun interesse per la vostra cultura: vi attaccate sempre così volentieri alle minutaglie dell’istruzione, e per esse trascurate la cultura superiore”.

«Avreste dovuto vedere Federico… “Sfacciata che sei! – egli esclama; e col libro urta la tazza del caffè: – che… che… che cosa ti salta in testa? Se lo ripeti un’altra volta, ti butto dalla finestra, grande come sei! Non ti permetter più di dire queste cose! Dire che sono incolto, che sono ridicolo, superficiale!”

«“Ti ringrazio, Federico, di avermi mostrato così presto quanto io abbia ragione; perché, chiami tu forse cultura superiore tutto questo chiasso e queste minacce contro una debole donna? Non te ne serbo rancore, perché la padronanza di sé non s’impara con la grammatica latina, e voi poveri uomini avete tanti libri da leggere, che non vi resta il tempo di curare la vostra educazione”.

«Federico si sente toccato sul vivo, e non vuol dare altre prove della sua mala creanza, ma vuol salvare l’onore della sua grammatica latina, e dice: “La padronanza di sé non s’impara nella mia grammatica? Qui, a pagina 23, v’è ripetuta la storia di Muzio Scevola che si brucia lentamente le mano sopra un braciere di carboni accesi; tu non saresti capace di questo: sentiremmo allora le tue grida!!!”

«Geltrude subisce quest’ultimo assalto, e risponde soltanto: “Dimmi un po’ Federico, impari tu forse a fare venti volteggi sulla sbarra, solo leggendo nel giornale che a Norimberga Maurizio Schulze fece una cosa simile e prese il premio? No davvero, bisogna esercitarsi ogni giorno alla sbarra, e cominciare dai movimenti più facili. Le mie parole non erano davvero carboni ardenti per te, eppure tu non hai potuto sentirle senza metterti ad urlare come un ossesso. Io voglio dire appunto che in ciò consiste la vostra mancanza di cultura, malgrado tutta la vostra erudizione. Voi ignorate affatto una cosa che è la più importante di tutte: non sapete come si possa perfezionarsi nelle cose in cui si ha maggior bisogno di educazione: nell’amore, cioè, nella pazienza, nella padronanza di se stessi.

«“Tu ridi tanto del mio spolverare; ma io ti dico che spolverando, mi educo, e che questo per me è un esercizio per vincere me stessa, appunto come la sbarra fissa e non la grammatica latina è lo strumento necessario per la ginnastica. La vostra scienza è bella e buona, ma non dà la vera educazione; e chi non sa questo è un ignorante, malgrado tutto il suo sapere. E tu scusami di questo lungo discorso”.

«Federico la scusa volentieri, perché in fondo è un buon ragazzo ed ha il lodevole desiderio di imparare; soltanto, fin allora egli aveva creduto erroneamente che l’uomo si educasse sempre più, man mano che più apprendeva, e che tutti i lavori manuali fossero degradanti e istupidissero chi li esercita. Adesso però è preso dalla curiosità di saperne di più. “Sì, – egli dice – ma che cosa intendi per questa educazione che si acquista spolverando?” “Fa un giretto con me per la stanza – risponde la sorella – e ti farò vedere che mirabile virtù educatrice abbia il maneggiare a dovere un cencio da spolverare.

«“Guarda, cominciando a spolverare, osservo subito che in me si nasconde un essere pigro ed impaziente. E così comincia subito l’educazione. Se si adoperasse soltanto la mano, questa si stancherebbe subito, e si strofinerebbe malissimo dappertutto. Ci vogliono buoni pensieri ed energia di volontà per sottoporsi ad una certa disciplina, e far passare il cencio in tutti gli angoli e fra tutti gli ornamenti e gli intagli del legno. Credi che i lavori di testa li facciate soltanto voi? No, ogni lavoro manuale è un lavoro di testa quando la mano è guidata dalla riflessione, dalla pazienza e dall’accuratezza, tutte cose di cui la mano per sé sola non sa nulla.

«“Conosci il vecchio detto: chi è fedele nelle minime cose lo sarà anche nelle grandi? Queste parole ci dicono appunto che ogni preparazione alle più alte cose ed a tutti i maggiori compiti della vita, deve cominciare dalle faccende più piccole e meno appariscenti e dai più umili esercizi. Perciò non devi supporre che lo spolverare abbia relazione soltanto con la polvere e con i mobili; ne ha forse ancor più con te stesso.

«“Chi s’imprime bene in cuore questa massima della fedeltà nelle minime cose e la fa servir di guida alle sue mani, educa il proprio spirito, perché lavora in modo che tutte le sue azioni sieno dirette e vigilate dallo spirito; ed egli può così divenire un’anima eletta, anche se non comprenda i libri dotti. Chi legge solo libri dotti, ma non impara a metter l’anima nelle sue azioni e parole, in modo da non commettere più bestialità, né mancanze di tatto, né atti d’impazienza, rimane mal educato anche quando sia padrone di tutte le lingue vive e morte.

«“Qui devo citare un altro detto: chi persevera fino alla fine sarà salvo. Il che vale non soltanto per la perseveranza nelle grandi cose, ma anche nelle più piccole azioni. Sì, la perseveranza nelle cose grandi si acquista solamente cominciando dalle piccole. Chi persevera fino alla fine, chi non si ritira impaziente, quando sia troppo annoiato, o sia attratto da qualche altra cosa, ma seguita a pulire con cura fin nei più piccoli angoli, sarà salvo; perché comincia allora a crescere in lui la miglior forza dell’uomo, la santa onestà, senza la quale egli vivrebbe sempre nella colpa e nella miseria.

«“Dunque vedi quante opportunità di educazione offra anche il più insignificante lavoro domestico. Io credo che chi fa ogni sforzo per non lasciare più il minimo atomo di polvere, diverrà più coscienzioso in tutto, avrà maggior cura della verità e non vi lascerà sopra la polvere dell’inesattezza e dei cavilli; sarà più attento nella cura dei malati, più schietto in tutte le azioni della sua vita; e tutto questo verrà da un principio insignificante.

«“Sai che cosa si può ancor imparare spolverando? Guarda i quadri. Davanti li ho spolverati tutti; ma di dietro hanno ancora la polvere, che però non si vede. Ora si tratta di decidere s’io debba avvezzarmi a lavorare soltanto per l’apparenza esteriore e per la gente, oppure a lavorare coscienziosamente? Se lascio la polvere dietro i quadri, imparerò a contentarmi anche in tutto il resto dell’apparenza e dell’esteriore, e diverrò indifferente riguardo all’interno e a ciò che è schietto e sincero; quindi, se io fossi un mercante, non m’importerebbe che la mia merce fosse di buona qualità, ma mi occuperei soltanto dell’apparenza che inganna gli avventori. E se dovessi fabbricare case, empirei i muri di rottami, e userei materiale di scarto, ma all’esterno farebbero pompa di sé i più artistici stucchi, e le più belle imitazioni di pietre squadrate”.

«“Dici bene – interruppe Federico – ultimamente, in uno stabilimento di bagni, mi trovai con due signori, che a passeggio andavan sempre vestiti con quanto si può trovare di più nuovo e di più elegante, da parer proprio due figurini, ma quando si spogliarono ed io vidi le loro camicie…”

«“Lascia, lascia, ti credo senz’altro; gli uomini non devono mai osar di guardare quello che gli Dei coprono benignamente con la notte e con la nebbia. Se i signori di cui mi parli avessero avuto in gioventù una buona spolverata, forse sarebbe stato meglio per loro…”

«“Consuetudo est altera natura” – disse Federico.

«“Che cosa vuol dire?” – domandò la sorella.

«“Ah! questa è la mia grammatica latina! L’abitudine è la nostra seconda natura. Soltanto adesso comincio a capire che cosa significa. Del resto, ora mi viene in mente anche un’altra cosa letta sul mio libro di esercizi greci, di cui solo adesso afferro il significato. Nelle statue che gli artisti greci facevano per i frontoni dei tempi, la parte posteriore, la quale pure non era vista, era lavorata con altrettanta cura quanto la parte anteriore, perché l’opera era dedicata agli Dei, i cui occhi vedevano tutto. Essi ricompensano o puniscono anche il dietro schiena delle nostre azioni, e quello che gli uomini non vedono; è in noi che vien ricompensato o punito il modo come facciamo un lavoro”».

«“Già, è così – disse la sorella – ogni lavoro che eserciti e fortifichi la parte migliore di noi stessi, si potrebbe definire un servizio divino. Ogni lavoro, per quanto piccolo e insignificante, può esserci funesto se lo compiamo trascuratamente; o può guidarci al bene, se lo facciamo a dovere e se adoperiamo il meglio che sta in noi, per eseguirlo; tutto dipende da questo.

«“Adesso ti voglio far vedere un’altra cosa. E’ molto difficile spolverare le figurine di porcellana. Alcuni lo fanno tanto sbadatamente, che ne rompono le gambe e le braccia, e talvolta ne fanno saltar via la testa. Bisogna tener salda, ma con buona grazia, ogni figurina, nel punto dove essa è più forte, e poi accuratamente pulirla e spolverarla dappertutto.

«“Da ciò si può anche imparare come dobbiamo comportarci verso gli uomini. Perché anche l’uomo è una figura di porcellana che si spezza con tutta facilità, quando si vuol levare la polvere. Alcuni vogliono levar la polvere al loro prossimo, cioè correggerne i difetti e le cattive abitudini, ma strofinano con tanta mala grazia, che lo spolverato perde ogni stima di sé stesso, e allora soltanto si può dire veramente perduto. Bisogna afferrare l’uomo con fermezza, ma con grande affetto, là dov’egli è più forte, e poi con tutta la cura ripassare gli angoli impolverati; allora tutto va bene”.

«“Ah! ah! è quello che hai fatto con me questa mattina, non è vero?”

«“Non ho fatto niente; spolvero queste figurine da due anni tutte le mattine; e tu stesso dici che l’abitudine diviene la nostra seconda natura.

«“Ecco, adesso ho finito. Che cosa se ne fa ora, dello strofinaccio? Si scuote forse in modo da empire di nuovo tutta la stanza di polvere? No. Si scuote dalla finestra, badando però che la polvere non entri nelle finestre aperte al piano inferiore. Colui che scuote sbadatamente il cencio dentro la camera, porterà ugualmente in casa dinanzi al padre e alla madre ogni litigio e ogni genere di cose sgradevoli, e solleverà un nuvolo di polvere, invece di metter pian piano da parte ogni cosa.

«“Non è vero che lo spolverare è un buon istituto d’istruzione superiore? E non solo per le fanciulle, ma anche per gli uomini?”».

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Conversazioni su una Regola Familiare /12

Dodicesima conversazione

di Don Massimo Lapponi OSB

La casa fondata sulla roccia

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             Nella precedente conversazione si è mostrata la necessità di operare in modo che nel bambino si sviluppino precocemente le emozioni, le intuizioni e i sentimenti che favoriscano l’interiorizzazione del senso poetico e religioso della vita, e in particolare degli aspetti superiori e spirituali della vita amorosa.

            Sappiamo bene che a questo programma si oppone un temibile avversario: l’enorme e onnipervasiva diffusione del mondo virtuale con il suo incalcolabile carico di contenuti pornografici. Il pericolo costituito da questo avversario è così grande che in America è sorta un’associazione – chiamata “Enough is enough” (potremmo tradurre: “Il troppo è troppo”) – che si batte perché tutti i gestori del mondo virtuale, con l’appoggio delle stesse autorità politiche, procedano ad una drastica autoregolamentazione, limitando la diffusione dei siti pornografici e fornendo strumenti per impedirne l’accesso ai minori.

            La stessa associazione ha promosso studi scientifici sui gravissimi e irreversibili danni cerebrali causati nei piccoli dall’esposizione alla pornografia. Uno degli studi più approfonditi è ora disponibile in rete anche in italiano, tramite il seguente link:

 http://weblogrs.com/post.php?298=7409

                 Bisogna certamente apprezzare altamente l’opera dell’associazione americana e approfittare di tutti i suggerimenti e strumenti che essa mette a disposizione. Ma si otterranno maggiori risultati se gli aiuti che essa fornisce verranno inseriti in un programma globale di organizzazione della vita familiare.

            Vi è, intanto, un fatto fondamentale da sottolineare: se è vero, come dimostra lo studio di cui si è fornito il link, che l’esposizione alla pornografia, specialmente negli anni dello sviluppo dell’organismo, e in particolare dell’apparato neurale del bambino, provoca il formarsi di tracce cerebrali irreversibili, che condizioneranno negativamente tutto il suo futuro modo di sentire e di operare, è altrettanto vero che, in modo analogo, la sperimentazione da parte del bambino di alte emozioni estetiche, morali e religiose provocherà il formarsi di tracce cerebrali di segno opposto, le quali lo disporranno, per tutta la vita, ad emozioni ed a comportamenti corrispondenti.

            Potrebbe, anzi, accadere che i due diversi tracciati si sviluppino parallelamente e che il secondo possa servire da antidoto interiorizzato al primo. Ma certamente ciò a cui bisogna mirare è che l’esposizione alla pornografia sia totalmente eliminata, mentre, al contrario, la fruizione di contenuti estetici moralmente e religiosamente positivi, specialmente relativi ad una sana vita amorosa, siano sviluppati nella più larga misura possibile.

            Ciò richiede per prima cosa una severa sorveglianza per un retto uso dei moderni strumenti elettronici. Purtroppo su questo argomento l’ausilio della scienza si dimostra, fino ad oggi, molto manchevole. Eppure le attuali conoscenze neurologiche potrebbero fornire direttive molto chiare e precise sul modo più corretto di avvicinare gradualmente il bambino all’elettronica e al mondo virtuale. Lo stesso buon senso suggerisce che un approccio precoce agli strumenti elettronici non può non creare gravi disordini durante lo sviluppo organico e neurale del bambino e che, perciò, bisogna sapientemente ritardare il tempo del loro uso. Prima che l’universo virtuale, che per sua natura non possiede i principali caratteri del mondo reale, possa essere compreso nel suo proprio ruolo secondario, è assolutamente necessario che il bambino acquisisca una compenetrazione con la realtà naturale e umana vivente e, attraverso un contatto non mediato con essa, interiorizzi un senso concreto e sano del mondo che lo circonda.

            L’ausilio dei mezzi elettronici, che a suo tempo e modo sarà certamente prezioso, dovrà intervenire in un secondo momento, e dovrà, ad ogni modo, essere graduale e moderato.

            Questo principio vale indipendentemente dalla qualità dei contenuti trasmessi. Ma è ovvio che la situazione peggiora immensamente se al disordine causato dal virtuale precoce si aggiunge il contenuto pornografico. Allora, infatti, il danno al cervello sarà moltiplicato all’ennesima potenza.

            Dobbiamo, perciò, seguire due direttive rigorose: 1. ritardare l’uso dei mezzi elettronici fino ai tempi che le scienze neurologiche indicheranno come più adatti e procedere ad un approccio graduale e sapientemente regolato 2. favorire e promuovere, nel bambino, esperienze, emozioni e conoscenze che creino e rafforzino intuizioni e convinzioni sane nell’ambito estetico, morale e religioso, in particolare per quanto riguarda la vita amorosa – e ovviamente proteggerli da ogni esperienza di siti pornografici, violenti e malsani.

            Ma è di fondamentale importanza che questi principi non rimangano enunciazioni teoriche, bensì diventino strategie operative nell’organizzazione della vita familiare. In che modo?

            Credo che possiamo partire dall’immagine evangelica della casa costruita sulla roccia. Detta immagine non dovrebbe essere presa in senso esclusivamente metaforico: una casa reale, una dimora, ha bisogno non soltanto di fondamenta fisiche nel sottosuolo, ma anche di fondamenta sperimentabili nella vita quotidiana che in essa si vive. Proprio i due principi che abbiamo sopra esposto rischiano di diventare fondamenta di sabbia se non trovano una realizzazione nell’organizzazione (architettura) dello spazio e del tempo della vita familiare.

            San Benedetto è il patrono degli architetti perché ha “architettato” sapientemente lo spazio e il tempo della vita quotidiana di una comunità, e così ha reso realizzabile concretamente, nella vita di tutti i giorni, l’ideale della vita cristiana. Se, dunque, vogliamo che i piccoli siano preservati dall’invasione indiscreta del mondo virtuale elettronico, e specialmente dei suoi contenuti pornografici o malsani, dobbiamo trovare il posto adatto, nella disposizione della casa, per i relativi strumenti, in modo che ad essi non si possa accedere senza un ordine stabilito. E, analogamente, dobbiamo programmare sapientemente i tempi della giornata, in modo che i piccoli abbiano l’agio di fare le esperienze più formative per loro senza disordini e impedimenti.

            Teniamo anche presente che esistono veicoli di trasmissione di conoscenze e di esperienze fortemente positive e arricchenti per la vita infantile, quali sarebbero immagini, libri, audizioni, melodie, più tardi filmati di vario genere etc. Ma tutte queste cose devono avere il loro posto e il loro tempo per poter essere efficacemente presenti nella vita dei piccoli. Deve esserci, perciò, una decorazione sapientemente disposta nell’abitazione, una biblioteca ben curata, una collezione scelta di cd e di dvd etc. Tutto questo deve avere una collocazione visibile, che imprima negli animi la sicurezza di trovare ogni cosa al suo posto nel tempo dovuto.

            Infine, dopo aver sottolineato i pericoli dell’elettronica, devo qui invece spezzare una lancia a loro favore. Per questo non posso fare nulla di meglio che rinviare ad un articolo scritto su questo argomento, pubblicato non molto tempo fa. Questo è il relativo link:

            http://www.annalisacolzi.it/come-i-media-potrebbero-salvare-la-societa/

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Conversazioni su una Regola Familiare /11

 

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XI CONVERSAZIONE

La religione vita dell’anima e la pedagogia sessuale

di Don Massimo Lapponi OSB

Richiamandomi a quanto ho detto nella conversazione precedente, ripeto che il Förster – a cui faccio ampiamente riferimento nella quarta lezione – non cessa di denunciare il moderno errore di voler risolvere l’educazione sessuale con la sola istruzione intellettuale e scientifica sulle orme igieniche da seguire, nella condotta sessuale, per evitare i pericoli e su vaghi e astratti principi di responsabilità sociale.

Chi è interessato può leggere un intero capitolo del Föster su questo punto fondamentale tramite il seguente link:

https://massimolapponi.wordpress.com/dellesagerata-importanza-attribuita-allistruzione-sessuale/

È importante osservare che, nonostante il suo appello all’autodisciplina, il Förster non intende affatto mortificare la vita amorosa dell’uomo. Al contrario, egli mostra che è proprio la moderna mancanza di seri principi in questo campo a mortificare le forze migliori dell’animo umano, chiamate a dare senso e vero appagamento all’esperienza erotica. In questo – egli osserva – è molto importante il ruolo della religione.

Il Förster, infatti, mette in luce con calda eloquenza il legame profondo che esiste tra la religione e la vita amorosa, e come la prima sia necessaria per svelare all’anima il vero senso dei moti che sono a fondamento dello stesso erotismo. Ciò dimostra che la religione non deve essere considerata come una sorta di precettistica astratta, ma, al contrario, come la vera vita dell’anima, che la illumina in tutti i suoi slanci più profondi.

Per chi non è iscritto alla scuola, riporto qui un testo del Förster che invito a meditare con attenzione:

«Mentre (…) l’etica e la filosofìa possono tutt’al più proibire e sconsigliare, la religione ha il potere di distrarre e di distogliere, e questa è, non sarà mai abbastanza ripetuto, la più importante azione che la pedagogia possa avere in tal campo. La religione soltanto sa dischiudere una vita superiore appunto a quelle energie dell’anima, che più facilmente son cattivate dagli allettamenti e dagli stimoli della vita erotica: alla fantasia, allo spirito di dedizione, alla nostalgia che trascina l’uomo al di sopra di sé stesso e della prosa della vita; e questo col trasportare l’anima in un mondo dell’ideale, dov’è realtà quanto quaggiù rimane allo stato di sogno o d’oscura emozione, e dove l’anima scorge i suoi più intimi sentimenti nella più grande chiarezza e perfezione di forma. Rapita da tanta pienezza di vita, l’anima acquista forza per liberarsi da tutto ciò ch’è di questo mondo, senza tuttavia dal mondo fuggire; ché anzi, essa è allora in grado d’infondere più copiose forze anche nell’amore terreno, ma è indipendente da queste cose accessorie, e libera da ogni stupida coercizione. Ora, una tale diversione, una tale libertà la sola morale non potrà mai dare: solo l’amore celeste può imporsi all’amore terreno; non colla semplice rinuncia, ma col più perfetto adempimento si può riportar vittoria sugli allettamenti del mondo dei sensi, e sfuggire ai disinganni ch’esso prepara».

A complemento di questo testo, possiamo aggiungere che durante l’infanzia e la preadolescenza un bambino, non guasto dalla precoce corruzione che purtroppo spesso insidia anche i piccoli nella società di oggi, mentre non sente ancora in sé fortemente lo stimolo degli impulsi sessuali, è, al contrario, sensibilissimo all’incanto della natura, della poesia, della musica, della religione. Questo si spiega, a mio giudizio, con il fatto che egli è ancora in stretto contatto con le misteriose forze umane e divine che gli hanno dato la vita e perciò tutto per lui ha ancora il gusto – per così dire – del paradiso terrestre.

Solo la conservazione perfetta dell’innocenza, divinamente rafforzata dal battesimo – se il bambino è nato in una famiglia cristiana – potrebbe conservare, e anche sviluppare, questa disposizione d’animo. Sappiamo, però, per esperienza che ciò avviene molto raramente – e parleremo di questo problema in un’istruzione successiva – e che purtroppo la maggior parte di noi non sa conservare intatta l’innocenza infantile e la veste battesimale, salvo a riacquistarla poi con dolore e fatica.

In ogni caso, è di vitale importanza che nei primi anni di vita la disposizione alle profonde intuizioni poetiche propria del bambino non sia trascurata, ma, al contrario, sia valorizzata al massimo, per risvegliare e rafforzare in lui l’intuizione e l’apprezzamento degli aspetti superiori della vita amorosa, quelli che, appunto, sono legati alla sua origine celeste.

Giustamente, perciò, il Förster, citando il grande pedagogista svizzero Johann Heinrich Pestalozzi (1746-1827), osserva come «sia della massima importanza il presentare e il dipingere ai bambini ed alle bambine, già fin dalla più tenera età, l’ideale di un matrimonio veramente regolare, con la cooperazione che in esso si esplica sulla base della perpetuità, con la sua virtù educatrice e coi suoi benefici effetti lontani; con ciò si ottiene (…) che le energie e le immagini sessuali si associano fin dal primo loro destarsi e quanto più presto è possibile al quadro, già impresso nella fantasia, di un durevole assetto della vita; il che esercita un’azione preservatrice, purificatrice e santificatrice su tutte le emozioni che si vanno destando, e le dirige verso il lato spirituale e morale della convivenza fra i due sessi».

            Vedremo, nelle prossime conversazioni, con quali mezzi ciò si possa ottenere più efficacemente.

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Conversazioni su una Regola Familiare /10

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DECIMA CONVERSAZIONE

Un vastissimo programma di educazione

di Don Massimo Lapponi OSB

La quarta lezione, “Un’immensa opera educativa”, può essere considerata, in un certo senso, il documento più importante di tutta l’undicesima stella e forse di tutta la scuola online. Ovviamente essa esige di essere completata da tutti gli altri apporti messi a disposizione, ma forse in nessun altro luogo vengono esposti con tanta ampiezza ed efficacia gli scopi principali e lo spirito della nostra iniziativa, almeno per quanto riguarda l’aspetto più propriamente educativo, e viene presentato un programma così elaborato e motivato.

Chi è iscritto alla scuola, dunque, è invitato a meditare lungamente sulla quarta lezione, mentre, per chi non è iscritto, cercherò di incominciare a fornire ora alcune indicazioni orientative.

La lezione esordisce sottolineando come, nelle lezioni precedenti, sia stata messa in piena luce la centralità dell’amore tra l’uomo e la donna, sia per la vita del mondo, sia per la vita religiosa dell’umanità. Se questa centralità deve essere confermata, non possiamo non guardare con spavento a tutto ciò che da più di un secolo si sta facendo, e con ritmo sempre più accelerato ai nostri tempi, per disgregare quanto millenni di civiltà avevano realizzato per proteggere e promuovere l’istituto del matrimonio.

È poco noto il fatto che questo attacco alla morale matrimoniale e sessuale non è recente come si crede, ma incominciò, invece, a manifestarsi già almeno alla fine del secolo XIX. E già al tempo dei suoi primi vigorosi attacchi alla tradizione civile e religiosa una voce altamente profetica, mai più in seguito eguagliata, gli si oppose, mettendo in luce i gravissimi pericoli che esso portava con sé.

Il testo a cui si fa riferimento è il volume “Etica e pedagogia della vita sessuale” di Friedrich Wilhelm Förster, pubblicato in seconda edizione in Germania nel 1909 e in Italia nel 1911. Data la sua incalcolabile importanza, esso, non essendo più in commercio, viene messo a disposizione online agli iscritti alla scuola. Ora, però, si può trovare in rete, in traduzione inglese, tramite questo link:

https://archive.org/stream/marriagesexprobl00foerrich#page/n5/mode/2up

Il suo valore altamente profetico risalta dalla pagina che riportiamo qui di seguito:

«Può darsi che la storia universale ci prepari almeno per breve tempo e fino ad un certo grado questo salutare esperimento; la distruzione ed il disprezzo delle influenze religiose hanno senza dubbio ancor da raggiungere proporzioni immensamente maggiori; lo sfrenato soggettivismo d’una cosiddetta “etica autonoma” manifesterà sempre più chiaramente le sue più profonde conseguenze, dissolvendo tutte le verità degne sul serio di servir di legge all’uomo – e in connessione di ciò si vedrà diffondersi una spaventosa degenerazione: vizio e perversità non saranno più ristretti a determinate cerchie di persone, ma s’avanzeranno sfrenati calpestando le più venerande tradizioni, come un tempo Giulia, la figlia di Cesare, uscì dal suo palazzo per farsi prostituta di strada. Allora si vedrà che l’uomo si serve della sua cosiddetta ragione solo per essere più bestiale delle bestie, quando la sublime spiritualità della religione non sia lì a distogliere l’anima sua dal farsi serva dei sensi, non sia lì a destarla alla sua vera vita».

L’autore di queste righe tragicamente profetiche osserva che al suo tempo ancora la tradizione degli antichi ordinamenti governava i costumi della società, anche in quegli ambienti che intendevano rifiutarla. A causa di questo inconsapevole influsso postumo, gli apostoli della rivoluzione sessuale non si rendevano affatto conto di quali sarebbero state le vere conseguenze delle loro teorie. Ma il Förster prevedeva che in poche generazioni quell’influsso si sarebbe esaurito e che allora si sarebbero manifesti in piena luce i frutti velenosi delle nuove dottrine. Possiamo, dunque, affermare che il Förster scrivesse più per i posteri che per i suoi contemporanei e che, perciò, la sua opera è forse più attuale oggi che quando essa fu scritta.

Partendo da queste premesse e dalle pagine dell’illustre pensatore cristiano – oggi purtroppo quasi dimenticato – nelle prossime conversazioni offriremo una guida per meglio comprendere l’insegnamento della quarta lezione e per addentrarci nell’ampio programma in essa proposto per un’efficace opera di educazione familiare a beneficio dei piccoli e dei giovani.

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Conversazioni su una Regola Familiare /9

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Un Nuovo Catechismo?

La terza lezione dell’undicesima stella si apre con una citazione del catechismo di San Pio X. Poi però vengono esposte nozioni che nel catechismo di Pio X non si trovano, o che sono appena parzialmente accennate. Questa circostanza ci pone di fronte al grave problema dei catechismi.

            Non è da oggi che si discute sul valore dei vari catechismi comunemente usati, a partire da quelli ufficiali della C.E.I. Sappiamo che non mancano sacerdoti e catechisti pieni di zelo che, trovando i testi oggi più diffusi insoddisfacenti, preferiscono ritornare ad usare il catechismo di Pio X, in quanto – dicono – a differenza degli altri, è preciso nelle nozioni e non si perde in infinite divagazioni che finiscono per trascurare i punti essenziali della dottrina cristiana. Contro questa scelta gli oppositori obiettano che il catechismo di Pio X, per quanto venerabile, non possiede, per ovvi motivi cronologici, la ricchezza di dottrina del ConcilioVaticano II e non risponde adeguatamente alle domande e alla sensibilità degli uomini e dei giovani di oggi.

            Senza voler entrare nella disputa, faccio presente che effettivamente il catechismo di Pio X contiene una precisione dottrinale che i testi più recenti spesso non hanno, e che invece dovrebbero cercare di imitare; ma, nello stesso tempo, non si può negare che molti sviluppi dottrinali richiesti dalle nuove esperienze degli ultimi cent’anni nel catechismo di Pio sono ovviamente assenti.

            Ho parlato di “sviluppi dottrinali” e non semplicemente di “situazioni inedite” o di “nuove sfide”. Non si tratta, infatti, come troppo spesso avviene, di inserire nei catechismi recenti il resoconto dei costumi e dei problemi oggi più diffusi e sentiti accompagnato dal tentativo superficiale di dare ad essi una parvenza di interpretazione cristiana. Ciò che si richiede, invece, è di approfondire il pensiero cristiano, confrontato con le nuove situazioni, in modo da renderlo adeguato a rispondere ad esse in continuità con quanto è stato fatto dai grandi santi e dottori della Chiesa di tutti i tempi. Ciò di cui abbiamo bisogno è, dunque, una “teologia rinnovata” – non una “nuova teologia”, se per “nuova” si intende una teologia in cui i santi e i dottori della Chiesa di tutti tempi non si sarebbero più riconosciuti.

            Nella terza lezione ho cercato di spiegare, nel modo più semplice e diretto possibile, i lineamenti di quella che, a mio giudizio, dovrebbe essere questa “rinnovata” teologia, la quale, partendo da un principio fondamentale del catechismo di Pio X, lo sviluppa in direzioni alle quali, al tempo del santo pontefice, non si faceva generalmente attenzione.

            Chi è iscritto alla scuola è invitato, dunque, a studiare con particolare cura la terza lezione, più impegnativa delle precedenti. Le dottrine che vi sono esposte, e che erano già state in parte accennate o presupposte, non sono affatto estranee agli interessi di una famiglia: al contrario, in conformità con ciò che costituisce una delle mie principali convinzioni, è proprio la ritrovata centralità dell’amore sponsale nella vita del mondo a costituire il fondamento per una rinnovata teologia.

            Per chi non è iscritto alla scuola, mi permetto di segnalare il seguente articolo, nel quale, già un po’ di tempo fa, cercavo di delineare un modo di svolgere la teologia più vicino ai recenti sviluppi del pensiero e del sentimento:

https://annalisacolzi.wordpress.com/2013/10/19/se-maria-non-esistesse/?iframe=true&preview=true

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Conversazioni su una Regola Familiare /8

Conversazioni

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La seconda lezione dell’undicesima stella è sostanzialmente un commento del “Padre Nostro”. A chi è iscritto alla scuola si raccomanda vivamente di leggerla senza fretta, eventualmente anche più volte, cercando di assimilarne tutto il contenuto. Si tratta di una meditazione scritta qualche anno fa la vigilia di Natale, in attesa della messa di mezzanotte. L’occasione era stata offerta da un avvenimento particolare. La versione originale – che è stata poi ampliata e ritoccata per adattarla alla scuola online – si può trovare tramite il link seguente (1), e perciò può essere letta anche da chi non è iscritto alla scuola – e ovviamente si raccomanda ugualmente la stessa lettura attenta e meditata:

(1)

            L’ampliamento più importante apportato alla versione originale consiste in una introduzione, nella quale si riporta l’episodio, narrato nel Vangelo di Luca, dello smarrimento e del ritrovamento di Gesù dodicenne nel tempio di Gerusalemme.

«I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2, 41-51).

 

La meditazione di questa pagina del Vangelo mi ha suggerito che Gesù, con la sua risposta: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» alla materna rimostranza di Maria, non intendeva dire, come potrebbe sembrare a prima vista, che nel suo animo egli si sentiva sostanzialmente abitante del cielo ed estraneo alla vita della terra. Al contrario, il vero senso delle sue parole deve essere compreso alla luce del misterioso progetto, stabilito dal Padre da tutta l’eternità, di estendere, per mezzo del Figlio, la sua paternità a tutto il genere umano. Mentre, dunque, Maria, ancora non pienamente illuminata, pensa soltanto al vincolo di maternità che la lega a Gesù, questi, attraverso la dolorosa prova dello smarrimento nel tempio – che anticipa la partecipazione di Maria alla passione del suo figlio – vuole condurla ad estendere la sua maternità a tutti gli uomini, perché ella possa partecipare, così, al misericordioso progetto del Padre. Questo grande mistero proietta una luce meravigliosa e insondabile su ogni umana paternità e maternità. Maria, da parte sua, dovrà «serbare tutte queste cose meditandole nel suo cuore» per lunghi anni per poterle infine comprendere.

Questa interpretazione del brano del vangelo di Luca sopra riportato mi ha ispirato la composizione di una sacra rappresentazione che è stata eseguita recentemente nella chiesa dell’Abbazia di Farfa e che si può vedere tramite il link seguente (2):

        (2)

        In conformità all’interpretazione adottata, le parole evangeliche relative alle “cose del Padre mio” sono state parafrasate con l’espressione: “Nei pensieri del Padre mio”.

Si consiglia vivamente, prima dell’ascolto della sacra rappresentazione, di leggere attentamente il libretto, sia perché occorre comprendere bene i pensieri in esso espressi, sia perché nell’ascolto le parole non sempre risultano chiare – e in un punto il bambino che interpreta Gesù dodicenne non ha cantato il testo in modo corretto.

Questo è il link per leggere il libretto:

 

https://massimolapponi.wordpress.com/nei-pensieri-del-padre-mio-sacra-rappresentazione-di-don-massimo-lapponi/

 

Alla prossima Conversazione!

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Conversazioni su una Regola Familiare /7

Conversazioni

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Guida alla Prima Lezione

Finora ci siamo soffermati sull’introduzione all’undicesima stella. Dobbiamo ora passare a studiare le successive lezioni. Chi è iscritto alla scuola è invitato a leggere con attenzione la prima lezione, dal titolo: “Una premessa teologica e psicologica”. Ma conviene aggiungere alcune spiegazioni, sia per quanti non sono ancora iscritti alla scuola, sia per guidare chi vi può accedere ad una migliore comprensione.

Abbiamo sottolineato, nelle conversazioni precedenti, la necessità che la formazione religiosa non sia un fatto puramente intellettuale, ma che l’istruzione catechistica sia accompagnata da esperienze che coinvolgano tutta la vita personale del bambino, le sue emozioni, la sua volontà, il suo senso estetico, le sue profonde intuizioni.

Senza volere in alcun modo sminuire il valore dell’istruzione propriamente intellettuale, la necessità del suddetto coinvolgimento personale dovrebbe essere tenuta presente in ogni attività pedagogica. Ma essa vale soprattutto per la formazione religiosa, e in modo assolutamente unico per la formazione religiosa cristiana. Sono, infatti, i caratteri propri e incomunicabili del cristianesimo ad esigere una formazione religiosa in cui la trasmissione della parola e della dottrina sia preceduta, accompagnata e seguita dalle esperienze fondamentali della vita umana rigenerata dalla presenza viva di Cristo. Egli, divenendo partecipe della carne umana, ci presenta il modello di formazione religiosa che tutti, e in particolare i genitori, devono seguire.

Qui dobbiamo sottolineare l’importanza assolutamente centrale del mistero dell’Incarnazione – cioè della nascita di Cristo, Figlio di Dio, nella carne umana – e mettere in guardia contro il rischio di diminuirne indebitamente la portata. Con l’Incarnazione non solo i rapporti di Dio con il mondo creato sono totalmente trasfigurati, ma tutta l’esperienza umana assume un valore nuovo. Proprio per questo il cristianesimo, a meno che non si rinunci a considerare Cristo vero Dio e vero uomo – come vorrebbero tentazioni livellatrici delle religioni, sempre rinascenti e particolarmente forti nel nostro tempo – avrà sempre un posto unico e irriducibile nella storia religiosa dell’umanità.

Ma cerchiamo di approfondire e di precisare il valore incomparabile per la vita del mondo della venuta di Cristo nella carne e di tutta la sua esperienza umana.

Come tutti gli uomini, Cristo è stato concepito nel grembo di una donna, è stato allevato da una madre, coadiuvata da un padre legale, ha raggiunto la maturità umana ed ha seguito il suo particolare destino fino alla morte. La sua potrebbe essere una carriera umana analoga a quella di ogni altro uomo. Ma in ogni tappa della sua vita Cristo ha immesso nella storia del mondo la presenza di un’umanità diversa, liberata e rigenerata rispetto ai vincoli che tragicamente coartano la vita di ogni uomo, e di questa umanità diversa e rigenerata ha voluto che tutti gli uomini divenissero partecipi.

Già il suo concepimento è diverso da quello degli altri uomini, e questo non deve essere considerato soltanto un miracolo e un’eccezione che vale soltanto per lui, perché egli era il Verbo di Dio. Questo fatto deve, invece, attirare la nostra attenzione su ogni concepimento e farci interrogare su quanto esso sia determinante nel destino di ogni essere umano. È indifferente per il destino di un uomo essere concepito da due genitori di santa vita o da due depravati, da un atto di amore o da un atto di violenza, dall’esperienza ineffabile dell’unione reciproca o dalla causalità meccanica della fecondazione assistita, dall’unione degli elementi di due genitori per essere generato nel grembo della madre o da esperimenti sempre più sofisticati di scambi e di compravendita?

Se il peccato originale si trasmette perché nel concepimento l’elemento carnale prevale sulla causalità spirituale dell’amore cosciente, possiamo ben credere che, più nel concepimento si attenua la partecipazione umana e spirituale dei generanti, più il generato sperimenterà lo squilibrio derivante dalla prevalenza della carnalità sulla forza dello spirito. E se la partecipazione umana scompare del tutto per dar luogo ad una causalità puramente meccanica, in gradazioni sempre più allucinanti, quale sarà il risultato?

Contrapposto a queste tragiche situazioni di degradazione umana abbiamo il modello di Cristo: il suo concepimento avviene nella carne, ma per mezzo dello Spirito Santo, cioè della sorgente divina di ogni amore creato. Per questo esso non è affatto estraneo al concepimento di ogni uomo, bensì è piuttosto un invito ad elevare l’amore umano tra l’uomo e la donna nella luce dello Spirito Santo, perché in ogni concepimento la carnalità non prevalga più sullo spirito.

Ma il modello della vita rinnovata presente nel mondo non si limita al concepimento di Cristo. La maternità santa di Maria ha seguito Cristo per tutto il suo sviluppo umano, cosicché rimangono per noi i modelli eterni della santità dell’infanzia, della santità dell’amore materno, della santità della maturità e della santità dell’amore donato fino alla morte. Ciò non basta: nutrendoci della sua carne e del suo sangue, Cristo esercita una graduale opera di trasformazione della nostra carne di peccato nella sua carne santa, cosicché noi possiamo trasmettere una vita sempre più santa ai nostri figli.

In questa prospettiva appare in una luce nuova la chiamata di ogni uomo e di ogni donna a preparare, con la partecipazione alla vita di Cristo e di Maria, a partire dall’infanzia, il proprio corpo e il proprio spirito ad un amore santo, dal quale scaturiscano concepimenti, per quanto umanamente possibile, santi e una trasmissione ai propri figli della vita rinnovata da Cristo, nella quale la comunicazione dottrinale della fede possa trovare un’eco profonda e fedele.

 

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Conversazioni su una Regola Familiare /6

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..ancora sulla “Biblia pauperum”

Restiamo ancora un momento sull’argomento della conversazione precedente: la “Biblia Pauperum”. Importa, infatti, sottolineare che i “poveri” sono i destinatari e non gli autori della “Biblia pauperum”. Ciò significa che le varie forme di trasmissione della fede attraverso le arti umane non devono essere elaborate da persone impreparate e con poco impegno dell’intelletto e del cuore. Al contrario, perché un messaggio così importante per la vita umana risulti efficace, è necessario che in esso siano investite le doti più preziose dell’animo umano. Se, al contrario, a sostegno del messaggio di fede si investono soltanto scarse risorse, mentre tutto l’impegno della cultura umana viene impiegato per sostenere e sviluppare un sentimento della vita incompatibile con il vero senso religioso e cristiano, fatalmente la mentalità profana attirerà tutta l’attenzione e finirà per conquistare l’animo del nuovo cittadino del mondo.

Infatti, quando il bambino incomincia ad uscire dal mondo protetto della casa paterna – ed oggi sappiamo bene quanto esso sia poco protetto! – fatalmente farà il confronto tra quegli spunti di religione che gli sono stati inculcati in famiglia e in parrocchia e il grande spettacolo della moderna società, con le sue luci smaglianti e la sua promessa illusoria di felicità a buon mercato. Ora, se la cultura cristiana che ha assimilato appare ai suoi occhi sostanzialmente puerile e fondata su una povertà di contenuti e di stimoli in alcun modo rispondente a tutto ciò che dà senso e valore alla vita di un uomo e di un giovane, mentre, al contrario, la cultura della moderna società sfavilla per l’impiego delle più brillanti doti dell’ingegno umano, si può facilmente prevedere quale delle due proposte riceverà la sua preferenza.

A questo proposto devo riferire un’esperienza fatta in Sri Lanka. Qui la società, al di fuori della capitale e dei maggiori agglomerati urbani, è ancora legata alle tradizioni religiose e familiari. Nelle famiglie vi è, di regola, un angolo – e a volte una stanza – destinato al culto, dove si nota la presenza di simbologia religiosa, buddista o cattolica, e dove la famiglia si riunisce per la preghiera almeno una volta al giorno. Recentemente sono stato ospite di una famiglia nella quale la sera il padre, la madre e la figlia diciottenne, ancora rimasta in casa, si riunivano per recitare il rosario in una forma più elaborata di quella comune tra noi, comprendente anche momenti di canto litanico con inflessioni musicali caratteristiche.

Tutto questo rappresenta senz’altro una forma culturale di un certo rilievo. E tuttavia non ho potuto non avvertire un certo disagio. Sembrava, infatti, che l’ottima pratica del rosario quotidiano fosse un’espressione legata soprattutto alla tradizione, senz’altro sentita, ma non supportata da una cultura adeguata. Questo appariva con molta più evidenza in altre famiglie, in cui di fronte all’angolo della religione, rappresentato da ingenue statuette sacre, campeggiava un sofisticato armamentario elettronico con tutti i più moderni strumenti mediatici. E, mentre la devozione si trasmetteva attraverso librettini devoti molto semplici, e certamente risalenti a molti anni indietro – testi preziosi, ma culturalmente poveri – la modernità profana faceva sfoggio di tutta la sua luccicante ricchezza di mezzi e di contenuti. Nelle case, anche di campagna, erano presenti giornali quotidiani con pagine di contenuto erotico, televisione spesso accesa senza scelta responsabile degli orari e dei programmi, musica sguaiata e martellante trasmessa ad alto volume. In questa situazione la presenza della devozione familiare sembra – rovesciando l’immagine evangelica – come il vino vecchio in otri nuovi: prima o poi – più prima che poi! – finirà per versarsi in terra!

In occidente questo è già accaduto, e possiamo chiederci se ciò non sia avvenuto proprio per la povertà della nostra cultura cristiana. Eppure, se fossimo più informati, sapremmo che la cultura cristiana non è affatto povera! È stata la cultura profana degli ultimi decenni che ha costretto violentemente la grande cultura cristiana a farsi da parte e la ha sostituita con i suoi nuovi prodotti, troppo spesso malsani. Se, dunque, sostenendoci a vicenda, potessimo far rivivere in modo nuovo un grande pensiero, una grande arte, una grande poesia, una grande musica, una grande ricchezza di emozioni di ispirazione religiosa e cristiana e ad animare, per loro mezzo, la vita quotidiana delle nostre famiglie, quale immenso miglioramento potremmo ottenere nell’ambiente in cui crescono e si formano i nostri figli! Quali stimoli per una più cosciente assimilazione della fede e per un apprezzamento duraturo per i suoi contenuti potremmo offrire loro!

Ma tutto ciò richiede necessariamente un grande impegno e un grande lavoro. Un lavoro in casa, ovviamente, non un lavoro professionale fuori casa. Ma ricordo che la parola “economia” deriva dalle due radici greche: Oikos e Nomos. La prima corrisponde alla parola latina “Domus”, cioè la casa, la “home” degli inglesi; la seconda si potrebbe tradurre con la parola latina “Regula”. Dunque etimologicamente la parola “economia” indica il buon regolamento della casa di famiglia – quale è, appunto, la Regola di San Benedetto – e ciò significa che a fondamento della sana economia delle famiglie e delle nazioni non vi è il lavoro professionale, ma il lavoro per la buona gestione della casa – certamente anche, e soprattutto, per la buona gestione della sua vita religiosa.

Appuntamento alla prossima conversazione!

 

Se vuoi saperne di più visita la pagina la Regola di San Benedetto per Famiglie!

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