Conversazioni su una Regola Familiare /25

L’irradiazione di San Benedetto sulla scuola

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

Ripensiamo ancora una volta l’esperienza del giovane San Benedetto. La sua famiglia era certamente una buona famiglia provinciale di tradizione romana e cristiana. Il fatto che la sorella Scolastica fosse consacrata a Dio fin dall’infanzia, mostra quale dovesse essere il clima di virtù e di religione che si respirava in famiglia.

Ma venendo a Roma per gli studi superiori il giovane Benedetto trova tutto il contrario di ciò che ha imparato in famiglia. In particolare ai giovani non si insegna né la castità, né la responsabilità nell’uso dei beni, né la dedizione del proprio libero volere al bene comune.

Questi difetti della scuola di allora si sono immensamente aggravati nei tempi recenti. Non solo non si insegna la castità, ma, mentre fino a pochi decenni fa almeno se ne insegnava indirettamente la stima, ad esempio con lo studio de “I promessi sposi”, oggi vi sono programmi pensati per la scuola che intendono positivamente insegnare, anche ai più piccoli, tutte le pratiche sessuali, comprese le più perverse – si può vedere, ad esempio, questo articolo:

https://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/educazione-sessuale-e-direttive-oms-alcune-note-a-margine/

E lo stesso vale per quanto riguarda l’uso dei beni e la libertà: in tutto e per tutto la nostra società, e di riflesso anche la nostra scuola, insegnano ai giovani a sperperare i beni senza riguardi, a rivendicare la più completa autonomia ed a pretendere con arroganza una libertà che non tollera alcun freno.

Tornando a San Benedetto, possiamo ben capire che, nella sua situazione e nell’epoca critica in cui si trovava, egli non poteva pensare ad inventare una scuola diversa aperta a tutti i giovani. Benedetto non vide altra alternativa che fuggire da una scuola che non insegnava la vita ma la morte e cercare rifugio in Dio solo. Tornare in famiglia non sarebbe stato proponibile ad un giovane che ne era uscito per costruire qualche cosa di nuovo, e l’idea di formare una famiglia cristiana, oltre ad essere prematura, data la sua età, doveva scontrarsi con l’obiezione che, in ogni caso, l’eventuale nuova famiglia si sarebbe trovata a vivere in un mondo corrotto.

Osserviamo ancora che, se è vero che l’amore tra l’uomo e la donna, la disponibilità dei beni creati e la libertà del volere sono i tre titoli più alti della dignità e della felicità umana, è anche vero che essi costituiscono nello stesso tempo le tentazioni più grandi che, da che mondo è mondo, conducono all’abuso, alla rovina personale e sociale e all’infelicità. Nulla di strano, dunque, che Benedetto vedesse, come rimedio radicale ad una società che preparava i suoi giovani all’abuso dell’amore, del possesso e della libertà, e perciò alla rovina, la rinuncia a quei medesimi beni costituita dai voti monastici.

Ma ricordiamo che si tratta, in realtà, di una rinuncia più apparente che reale.

Come già notavo nella seconda conversazione, Gesù ha promesso: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna» (Mc 10,29-30).

La prima parte della promessa non è meno importante della seconda. Non è dunque corretto, come si fa abitualmente, sottolineare soltanto la promessa della vita eterna senza dare peso alla promessa del centuplo in questa vita. Da questa promessa si capisce che, in realtà, il monaco ritrova i beni a cui ha rinunciato ad un livello molto più alto e più universale. Ciò è dimostrato, tra l’altro, anche dall’episodio dell’incontro tra San Benedetto e Santa Scolastica.

Certamente San Benedetto intuiva, se pure in modo in qualche modo embrionale, che il suo problema con la scuola e con la gioventù studiosa non era soltanto una questione sua personale, ma riguardava il destino stesso della civiltà, e questa intuizione doveva accompagnare i monasteri benedettini attraverso i secoli. Infatti, in vari modi, secondo i bisogni delle diverse epoche, i monasteri hanno cercato di compiere anche una missione di civiltà verso la società civile. Basta pensare alle scuole pubbliche organizzate dai benedettini almeno fin dal tempo di Carlo Magno.

Ma penso che oggi si richieda un cambiamento sostanziale per quanto riguarda la missione civile e religiosa di San Benedetto nella società. Quella «scuola del servizio divino» che il santo aveva pensata esclusivamente per i monaci, ora deve manifestare la sua profonda natura universale. Non si tratta più, cioè, di aprire scuole sul modello di quelle tradizionali, se pure con un’ispirazione religiosa di fondo, ma di portare nella scuola pubblica quella rivoluzione sostanziale che era nata dalla drammatica esperienza del giovane Benedetto e che, per sua natura, era destinata, se pure a distanza di secoli, ad affrontare ed a correggere i difetti di fondo della scuola tradizionale.

Già il Beato Card. Schuster, in un discorso tenuto a Montecassino il 21 marzo 1942, diceva che «a rendere (…) stabile ed universale» l’apostolato di San Benedetto «nella Chiesa, la Provvidenza Divina ha disposto che il Patriarca, prima a Subiaco, poi in questa Acropoli Cassinese aprisse e fondasse un’alta Schola di santità, dove insegnando l’arte sublime della rinunzia a se medesimo per porsi a servizio del Signore – Dominici Schola servitii – si preparassero i futuri operai di Dio per la rinnovazione dell’Europa di domani».

E aggiungeva:

«Se non m’inganno, io prevedo già che allora più che mai», cioè dopo la guerra, «verrà opportuno l’aiuto della Famiglia benedettina, che alle scienze, alle arti sacre, alle future generazioni di studiosi e di studenti dischiuderà di bel nuovo le porte delle badie, comunicando anche ai laici il pane spirituale di san Benedetto».

Se lo Schuster qui ancora indugia sull’aspetto intellettuale dell’operosità benedettina, parlando di scienze e di arti sacre e di studiosi e di studenti, poco dopo egli si corregge:

«Al Signore che nuovamente va in cerca, non già di dottori, di predicatori, di uomini di genio, ma semplicemente di quelle anime di dedizione cui Dio onora col titolo glorioso di operai suoi: operarium suum, san Benedetto nella Regola c’invita a rispondere: presente!».

Dunque «il pane spirituale di San Benedetto», che lo Schuster voleva comunicare «anche ai laici», non era, nel pensiero più profondo del Beato, principalmente quello delle scienze e della arti sacre, bensì quell’«arte sublime della rinunzia a se medesimo per porsi a servizio del Signore» che forma gli «operai di Dio» e di cui la scuola di San Benedetto è la vera dispensatrice.

È giunta ormai l’ora, dunque, in cui dalla sua reclusione nei monasteri la scuola benedettina, nata come contestatrice della scuola pubblica, rifluisca in quest’ultima per favorirne un’intima trasformazione, per il bene e la salvezza della civiltà.

Ma dovremo considerare più dettagliatamente questo programma.




Conversazioni su una Regola Familiare /24

Qual è l’economia che governa la società?

di Don Massimo Laponi O.S.B.

 

Questo breve video dell’amico Guido Mastrobuono con poche parole centra l’essenza di un discorso di fondamentale importanza:

http://www.delusidalbamboo.org/2017/05/videoblog-perche-si-vuole-distruggere-la-famiglia/?fb_action_ids=10154674706944856&fb_action_types=news.publishes

Osserviamo, per prima cosa, che qui tutto il problema viene posto sul piano economico. Se ciò a prima vista può sembrare riduttivo, questa impressione viene dissipata da un’analisi più approfondita.

È opinione diffusa che l’economia sia il vero motore del comportamento umano e della storia e che perciò sia necessario che i giovani ricevano una formazione di carattere soprattutto economico. Vorrei adottare questo punto di vista, ma, paradossalmente, per trarne conseguenze del tutto opposte a quelle comuni.

Mettere l’economia al centro di tutto, contrariamente a ciò che si pensa, non porta affatto alla dottrina marxista del “materialismo storico”, né a considerare secondari e irrilevanti i fattori spirituali, morali, ideali e religiosi. Che sia tutto l’opposto, lo dimostra un fatto elementare, che a Marx e ai materialisti è totalmente sfuggito: il significato etimologico della parola “economia”.

La parola ECONOMIA viene dai due vocaboli greci OIKOS e NOMOS. Il primo corrisponde più o meno alla parola latina DOMUS, che in italiano si traduce, con il termine un po’ debole CASA, mentre in inglese si può tradurre con la parola più espressiva HOME. Il senso della parola NOMOS può essere bene espresso dalle parole italiane LEGGE o REGOLA. Per usare una lingua più vicina al greco antico, cioè il latino, potremmo tradurre ECONOMIA con DOMUS RECTA REGULATIO, cioè CORRETTA AMMINISTRAZIONE DELLA CASA (HOME).

Dunque al centro dell’economia, secondo il senso etimologico della parola, non vi è né l’industria, né la lotta di classe, né la legislazione sul lavoro, né il Ministero delle Finanze, ma vi è la vita domestica regolata da saggi ordinamenti.

Se è così, e se la scuola dovrebbe dare ai giovani una buona formazione “economica”, allora la sua prima preoccupazione dovrebbe essere di metterli in grado di formare e di condurre bene una “home”, una “domus”, cioè non un edificio che chiamiamo “casa”, ma una realtà che chiamiamo “famiglia” – mentre la loro formazione ad una professione esterna alla “domus” dovrebbe avere un posto secondario e subordinato alla formazione propriamente “economica”.

Sembra, però, che, fin dal tempo di San Benedetto, la scuola non abbia adempiuto bene a questo compito e che San Benedetto sia stato quello che più di ogni altro lo ha capito, fino al punto di rinunciare alla scuola per crearne un’altra alternativa.

Ma a volte sono necessari secoli perché le idee maturino.

San Benedetto pensò che la sua scuola alternativa fosse tale fino al punto di essere riservata a chi rinunciava completamente al mondo per trovare in Dio soltanto i fondamenti incrollabili di una vita “familiare” sana e santa.

Con il passare del tempo, tuttavia, sempre più ci rendiamo conto che l’alternativa di San Benedetto non deve restare confinata al mondo dell’ascesi monastica, ma deve interpellare tutti gli uomini, portandoli a ripensare la loro idea di “scuola” e i rapporti tra essa e la vita familiare. Se, infatti, la scuola così com’è – e come era già al tempo di San Benedetto – non è adatta ad avviare i giovani ad una vita condivisa sana, questo non è un problema riguardante la sola salvezza eterna del giovane Benedetto, ma è un problema di civiltà che riguarda tutti.

È, dunque, venuto il momento in cui quella scuola che San Benedetto credeva di destinare soltanto a chi rinunciava al mondo si riveli invece quale risposta creativa e alternativa indispensabile alla scuola inadeguata che abbiamo ereditato dalle generazioni passate e che, anziché migliorarla, stiamo peggiorando sempre di più.

Dal video sopra riportato appare chiaramente quale grande ammortizzatore sociale sia la famiglia, anche sul piano strettamente finanziario – parola che, come si è detto, non è sinonima di “economico”. Ma ciò che il video lascia sottinteso è che gli aspetti finanziari a loro volta dipendono da realtà di tutt’altra natura, le quali sono a fondamento sia dei legami affettivi tra i familiari, sia delle abitudini e delle norme che regolano la vita comune.

Se la famiglia interviene come insostituibile strumento di salvaguardia, ovvero di recupero, nelle crisi, oggi sempre in agguato, rappresentate dai possibili disordini comportamentali, dalla disoccupazione, dalla malattia o dalla morte, ciò non è a motivo di qualche strategia finanziaria, ma per la presenza, nella vita familiare, di fattori spirituali e morali determinanti, che dunque devono essere ben considerati, studiati e coltivati da una sana educazione e formazione scolastica. Se, infatti, da detti fattori deriva la sana economia delle famiglie, e quindi dell’intera società, è necessario che i membri di una famiglia, e specialmente i genitori, siano messi in grado di avvalersene, e questo è un compito che può essere svolto soltanto dalla scuola, ma da una scuola totalmente ripensata.

Come, dunque, potremmo chiarire la natura di detti fattori?

Proprio i tre voti monasrici – castità, povertà e obbedienza – ce ne danno la chiave.

Sebbene, ovviamente, nelle famiglie non si richieda la rinuncia radicale ai superiori beni umani dell’amore coniugale, del possesso e dell’autonomia del volere, perché proprio su quei beni esse si fondano, paradossalmente San Benedetto ha visto bene che le tre relative rinunce hanno un profondo legame con una sana vita comune.

Che la virtù della castità, se pure non finalizzata ad una rinuncia totale, sia necessaria per prepararsi degnamente al matrimonio e per poi viverlo felicemente, è una verità che soltanto un’età schizofrenica come la nostra poteva dimenticare o negare. E sono certamente elementi fondamentali della coesione e del buon ordine familiare la subordinazione del possesso e dell’uso individuale dei beni agli interessi della famiglia e la disponibilità a porre al servizio dei familiari la libera iniziativa di ciascuno. Se manca questo “spirito dei voti monastici”, il valore della famiglia, anche come ammortizzatore finanziario, rischia di venir meno.

Ma la Regola di San Benedetto indica in modo molto più dettagliato in qual mondo sia necessario indirizzare e ordinare le ricchezze materiali e spirituali della comunità, o della famiglia, e dei suoi membri in modo che ognuno possa realizzare se stesso spendendo a beneficio di tutti i propri talenti e nello stesso tempo ricevendo dalla famiglia un sostegno incomparabile, che nessun altro ammortizzatore sociale potrebbe offrirgli.

Ma questo è un  argomento su cui converrà ritornare per ulteriori approfondimenti.




Conversazioni su una Regola Familiare /23

Le nuove prospettive della nostra iniziativa: dopo la vita familiare, la vita sacerdotale e il fecondo rapporto di San Benedetto con la scuola

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

 

Pochi giorni fa ho tenuto, per la prima volta, una conferenza qui in Sri Lanka a un gruppo di novizi della congregazione Claretiana sull’importanza della Regola di San Benedetto non solo per la loro futura pastorale familiare, ma anche per la loro vita sacerdotale. La cosa ha suscitato grande interesse, tanto che ora il Vicario Generale del vescovo mi ha detto che mi chiamerà per parlare a tutti i sacerdoti della diocesi dello stesso argomento.

L’idea di parlare ai sacerdoti o a chi si prepara al sacerdozio mi era venuta recentemente, quando mi sono reso conto del fatto che la Regola di San Benedetto ha molto da insegnare non solo le famiglie, ma anche ai sacerdoti diocesani. Infatti, appena escono dal seminario, i sacerdoti si trovano ad affrontare una vita che facilmente diventa senza regole: tutta un affanno a correre dietro alle varie iniziative più o meno pastorali. Che cosa è mancato, dunque, nella loro formazione? La risposta potrebbe essere: quello che è mancato a tutti!

E qui ho potuto meglio comprendere un fatto essenziale, che già da tempo stavo  considerando, e che è generalmente sfuggito all’attenzione: tutta l’esperienza di San Benedetto potrebbe essere ricondotta ad un conflitto profondo con la scuola, come essa viene intesa – e lo era già al suo tempo! – sia nell’ambito laico istituzionale, sia anche nell’ambito ecclesiastico.

Consideriamo: San Benedetto fugge da Roma, dove era andato per i suoi studi superiori. Perché? Perché vede che i giovani studenti conducono una vita sregolata. A cosa serve una scuola che non sa insegnare ai giovani a vivere in modo sano e virtuoso? Una scuola così conduce all’inferno! Meglio dunque fuggire, “coscientemente ignorante e sapientemente indotto”, come scrive San Gregorio Magno, suo biografo. Quando, dopo una lunga esperienza, prima di solitudine e poi di organizzazione della vita religiosa, San Benedetto scrive la sua Regola, egli afferma di voler costituire una “scuola del servizio divino”. Una scuola, dunque! Ma quanto diversa da quella che si è lasciato alle spalle!

Non pensiamo subito che questo discorso valga soltanto per i monaci. Vale per tutti! Già più di cent’anni fa F.W. Förster, che è stato il mio principale ispiratore, osservava che i nostri centri di studi superiori sono anche i più grandi centri di corruzione sessuale della gioventù! Dunque dai tempi di San Benedetto che cosa è cambiato? E certamente il problema non riguarda soltanto i monaci!

Vi è un bel testo di S. Ambrogio che recita: «I vostri figli abitino la vostra casa con quel sano trovarsi bene che ti mette a tuo agio e ti incoraggia anche ad uscire di casa, perché ti mette dentro la fiducia in Dio e il gusto di vivere bene». Ma i genitori di oggi sono in grado di realizzare questo programma? Se non lo sono, è perché la scuola non li ha formati per questo! Per che cosa li ha formati? Ha richiesto un impegno immenso nelle cognizioni intellettuali, presumibilmente utili per una professione fuori casa, mentre nello stesso tempo ha quasi del tutto trascurato la formazione a tutte le virtù umane e cristiane e a tutte le competenze necessarie per creare e saper gestire una famiglia, e la prima cosa che ha programmaticamente trascurato è quella oggi tanto disprezzata virtù della castità che è invece, come dovrebbe essere ovvio, la fondamentale pietra d’angolo di ogni futuro edificio familiare.

In questa luce la “scuola del servizio divino” di San Benedetto appare assai meno “ecclesiastica” e assai più “laica” di quanto non sembri! Lo dimostra il fatto che anche le scuole di teologia in cui si formano i nostri sacerdoti mirano assai più alla cultura intellettuale che alla sana e santa gestione della vita quotidiana, con tutte le sue ricchezze e complessità! Se solo San Benedetto insegna a governare l’ambiente di vita in modo che “nessuno si turbi o si rattristi nella casa di Dio”, vuol dire che solo la sua scuola può servire al programma di S. Ambrogio!

A mio giudizio, dunque, seguendo il grande insegnamento del Förster, è necessaria per tutti una grande riforma della scuola, e San Benedetto è il vero patrono di essa!

Il fatto che ora, almeno in Sri Lanka, il clero incomincia ad ascoltare questa lezione, e che già si sta progettando di estenderla anche alla pastorale familiare, è un piccolo segno, che però infonde fiducia e speranza che il granello di senape seminato con la nostra iniziativa possa produrre, per grazia di Dio, un grande albero, tra le cui fronde molti volatili verranno fare il loro nido.




Conversazioni su una Regola Familiare /22

Conclusione del discorso sulla liturgia familiare

         di Don Massimo Lapponi O.S.B.

Chi è già iscritto alla scuola online “La corona di dodici stelle” troverà nel relativo sito le tre parti di cui si compone l’istruzione sulla preghiera liturgica familiare, con l’aggiunta in fondo dei “Canti per la liturgia”, di cui abbiamo parlato nelle conversazioni precedenti.

La prima parte dell’istruzione è la più lunga e offre molti spunti utili per organizzare e valorizzare al meglio la preghiera comune di tutta la famiglia. Nelle altre due parti si presentano alcuni esempi di preghiera, presi dalla Bibbia e dall’immenso repertorio della preghiera cristiana, orientale e occidentale, antica e moderna.

Infine si rimanda ad un bellissimo testo: l’Introduzione Generale dell’opera “L’anno liturgico” di Dom Prosper Guéranger (1805-1875), restauratore dell’Ordine Benedettino in Francia nel secolo XIX. Il testo dell’Introduzione Generale è messo a disposizione, nell’Undicesima Stella, tra i documenti aggiunti. Conviene leggerlo nella versione da noi presentata, perché il testo italiano che si trova nel relativo sito web è pieno di refusi. Il documento da noi pubblicato, invece, è stato corretto ed è perciò da preferire. Chi conosce il francese troverà online il testo originale. È una lettura che si raccomanda vivamente.

A conclusione di queste lezioni sulla liturgia familiare mi permetto di fare un’osservazione, e anche un’invocazione al cielo e un appello a tutti.

La nostra iniziativa e la nostra scuola hanno alle spalle un lavoro di preparazione di decenni e sono il frutto di un impegno immenso, portato avanti con il solo desiderio di giovare alle famiglie in un momento per loro molto travagliato e in cui poche sono le iniziative realmente efficaci a loro favore. Purtroppo, però, tutto quello che è stato fatto e che si vorrebbe ancora fare stenta ad essere diffuso, recepito e valorizzato. Queste stesse conversazioni, con le quali si intende facilitare l’uso dell’abbondante materiale messo a disposizione degli iscritti alla scuola online, sembrano essere state, finora, assai poco valorizzate. A parte qualche eccezione, che vogliamo ora ringraziare, non abbiamo avuto riscontri di gradimento, né tanto meno si è avviato un dialogo costruttivo che manifestasse l’intenzione di qualcuno di mettere a frutto il materiale offerto.

La difficoltà di uno sviluppo della nostra scuola nasce soprattutto dal fatto che personalmente mi trovo per necessità lontano dall’Italia e che, perciò, ho grande difficoltà a seguire i vari aspetti dell’iniziativa. Ancora diverse stelle andrebbero sviluppate, ma non si trovano i collaboratori, e quelli che si sono impegnati a collaborare per lo più non sono di parola. Ci sono incontri di famiglie da organizzare, vi è la prospettiva di estendere l’iniziativa ad altre lingue e nazioni, e tante altre cose.

Manca però una persona o un gruppo di persone – che siano sacerdoti, consacrate, famiglie o altri – che si assumano la responsabilità, restando in contatto con me, di seguire da vicino tutti gli aspetti del progetto, del suo sviluppo e della sua diffusione. Il mio sogno sarebbe stato che una ragazza coraggiosa si ponesse a capo di una gruppo di altre giovani per fare del nostro progetto di rinnovamento della vita familiare la missione della sua vita. Non vedendo realizzarsi nulla di simile, me la sono inventata e l’ho in qualche modo immaginata nei romanzi per adolescenti che abbiamo messo a disposizione nella scuola online (Undicesima Stella).

Ma, visto che anche i romanzi non sembrano riscuotere molta attenzione, mi permetto di mettere qui il link di un capitolo in cui un gruppo di ragazze, dopo aver letto lo statuto scritto per loro, discutono del relativo progetto. Faccio presente che, quando fu scritto questo capitolo, ancora non si pensava a realizzare la scuola online:

 

https://massimolapponi.wordpress.com/discussione-proficua/

 

Chi vuole leggere tutto il romanzo – dal titolo “Un sogno infranto” – o tutta la serie dei romanzi, finché non saranno pubblicati li può trovare nell’Undicesima Stella della scuola online o anche nel gruppo di facebook “La gioia della lettura”, dove i testi sono stati riveduti e migliorati.

Se, però, bisogna ricorrere ai romanzi, vuol dire che i tempi sono cambiati e che ormai di Giovanna d’Arco e di Francesca Cabrini si è perso lo stampo!

Ma la mia preghiera al cielo che, nonostante le apparenze, tra le giovani di oggi si trovi ancora qualche persona degna erede di quelle eroine che si entusiasmi per il nostro progetto non viene meno!

E a questa preghiera mi permetto di aggiungere un appello a tutti perché si interroghino sulla propria disponibilità a fare più di quanto è stato fatto finora, e questo soprattutto per il concreto vantaggio proprio e della propria famiglia – ciò che più di ogni altra cosa ci sta a cuore!




Conversazioni su una Regola Familiare /21

Ventunesima conversazione

La liturgia della Settimana Santa e della festa di Pasqua

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

             In questa conversazione, oltre ad approfittare dell’occasione per inviare a tutti gi auguri per le feste paquali, vorrei attirare l’attenzione sull’importanza delle realtà e dei segni sensibili e visibili per la nostra vita spirituale. Il fatto stesso che il Figlio di Dio abbia assunto la natura umana e l’abbia poi sacrificata sulla croce per la nostra salvezza dimostra quale ruolo insostituibile abbiano le realtà corporali e sensibili, quando si fanno portatrici della vita divina, per la vita spirituale degli uomini. Proprio in questi giorni, in cui tutto il mondo si arresta e, in un modo o nell’altro, volge lo sguardo a Gesù inchidato sulla croce per il suo inesprimibile amore verso tutto il genere umano, ci è facile comprendere fino a che punto la dottrina religiosa prenda la sua forza non da teorie astratte, ma da fatti concreti, da persone che partecipano alla storia umana con tutto il coinvolgimento del loro essere e dagli infiniti segni, sempre rinnovati, della loro viva presenza fra noi.

Non è, dunque, assolutamente secondaria la qualità dei segni sensibili che hanno la finalità di metterci in contatto con la persona di Cristo, di Maria e dei santi, ed è, perciò, nostro dovere e nostro interesse che tutto il mondo dell’espressione liturgica e artistica della fede non decada a forme banali, insignificanti e inadeguate, ma mantenga il livello che duemila anni di appassionata devozione da parte di santi, pittori, scultori e musicisti gli hanno conferito.

Ricordiamo che vi fu un’eresia, nel secolo VIII – l’iconoclastia – che, in omaggio al concetto orientale dell’assoluta trascendenza di Dio, negava la liceità delle immagini, quali espressioni della fede religiosa. Questa eresia, sostenuta dall’imperatore bizantino, provocò schiere di martiri, determinati a difendere le immagini sacre. Contro di essa il papa Gregorio II scrisse questa mirabile lettera:

«Se le profezie non si sono compiute, non si scrivano i fatti a dimostrazione di ciò che ancora non è avvenuto. Se, cioè, il Signore non si è incarnato, non si formi la Sua santa immagine secondo la carne. Se non nacque in Betlemme dalla gloriosa Vergine, madre di Dio, s’Egli, che regge l’universo, non fu portato come un infante tra le braccia della madre, s’Egli, che alimenta ogni carne, non degnò di cibarsi di latte, non si raffiguri neppure questo. Se non risuscitò i morti, né sciolse le membra ai paralitici, né purificò i lebbrosi, né diede la vista ai ciechi e ai muti la parola, non si rappresentino i Suoi miracoli. Se non subì volontariamente la passione, se non spogliò l’inferno, se, risorto, non salì al cielo, Egli che dovrà venire a giudicare i vivi ed i morti, in tal caso non s’adoperino lettere o colori a narrare o a raffigurare questi fatti. Ma se tutto ciò è avvenuto, ed è grande il mistero della pietà, così fosse possibile che il cielo e la terra e il mare e gli animali e le piante, e ogni altra cosa lo narrassero con la voce, per iscritto, con la pittura».

Questa ferma presa di posizione di Roma contro Bisanzio permise lo sviluppo incomparabile dell’atre cristiana attraverso i secoli successivi. Ancora noi usufruiamo dell’immensa erdità che i nostri padri ci hanno lasciato nel campo della manifestazione sensibile della fede. Purtroppo, però, una nuova e più insidiosa iconoclastia sta lavorando per screditare questa eredità e per sostituire ad essa forme deteriori di espressione, del tutti inadeguate a trasmettere la fede in tutta la sua forza e integrità. È, dunque, molto importante che nella liturgia familiare – come in quella parrocchiale – vi sia la cura di salvaguardare, arricchire – se il Signore ci dà il dono di saperlo fare – e rendere presenti ed efficaci le più belle ed eloquenti espressioni della fede, siano esse antiche o moderne, orientali o occidentali, senza preclusioni.

Trovandoci ormai a ridosso del triduo pasquale, possiamo fare qualche esempio di espressioni artistiche e liturgiche cha hanno nutrito, e continuano a nutrire, la fede dei credenti e senza le quali essa diverrebbe esangue e inconsistente, come una qualsiasi dottrina puramente teorica.

Sono sempre belle e commoventi le ceramiche artistiche di Andrea Della Robbia, come questa di Cristo sofferente:

https://www.flickr.com/photos/28433765@N07/6394796041

Ed è indimenticabile il “Pianto della Madonna” di Jacopone da Todi:

https://www.youtube.com/watch?v=2ltb7SwCO1Q

Tra i canti liturgici della Pasqua non si può non ricordare almeno la sequenza “Victimae Paschali”, che ancora è presemte nella messa del giorno di Pasqua, ma che nella traduzione italiana perde ogni valore poetico e musicale. Ascoltiamola nella sua originale versione gregoriana:

https://www.youtube.com/watch?v=sVq-MYy3e2I

I sacerdote musicista Lorenzo Perosi (1872-1956) ci ha lasciato questo mirabile preludio al mattino della Resurrezione:

https://www.youtube.com/watch?v=upJ-NqAHDoc

Per il periodo natalizio vi è l’uso di adornare le case con il presepio, che è, inoltre, accompagnato da tante espressioni letterarie e musicali. Purtroppo non è lo stesso né per il tempo pasquale, né per gli altri tempi liturgici. Sarebbe, invece, di grande efficacia religiosa ed educativa la presenza continua, nelle nostre case, dei segni espressivi delle fede, e specialmente nei giorni, così intensi, del sacro triduo pasquale.

     Scambiandoci i più cari auguri di buona Pasqua, preghiamo Gesù risorto che conceda a tutte le nostre famiglie di risorgere anch’esse ad una vita nuova




Conversazioni su una Regola Familiare /20

Ventesima conversazione

Una buona notizia!

di Don Massimo Lapponi O.S.B

             Questa conversazione si apre con una buona notizia: ora per iscriversi alla nostra scuola online non è più richiesta la quota di 50 euro, ma si richiede soltanto una libera offerta. Questo permetterà praticamente a tutti quanti lo desiderano di iscriversi senza difficoltà, e faciliterà anche il compito di guidare all’uso del materiale messo abbondantemente a disposizione degli iscritti.

Per prima cosa, dunque, vorrei suggerire a tutti di usufruire di un sito – richiamato anche nell’Ottava Stella della nostra scuola – molto utile per acquisire la formazione musicale di base. Questo è il relativo link:

            http://www.icoloridellamusica.it/solfeggio-online

            Infatti non è possibile coltivare il bel canto, sacro e profano, in famiglia senza le fondamentali conoscenze in campo musicale.

Vorrei anche suggerire, per chi decide di iscriversi alla scuola, di cercare, nell’Undicesima Stella, la sezione “Canti per la liturgia”. Lì si trova materiale molto utile per incominciare ad organizzare una bella liturgia familiare.

E vorrei ora sottolineare l’importanza, non solo della necessità di bei canti, ma anche dell’opportunità di testi liturgici impreziositi da una bella grafia artistica e da un’adeguata iconografia. Fino a qualche decennio fa i libri liturgici, come anche i libri devozionali per uso personale o familiare, usavano per lo più determinate forme grafiche e iconografiche, in gran parte derivate dall’antica tradizione manoscritta. Questo fatto conferiva ai testi un fascino particolare, perché lo stesso aspetto visibile invitava fortemente al raccoglimento e alla preghiera. Infatti determinati caratteri grafici e iconografici erano tradizionalmente legati all’ambito sacro in modo così forte che ne trasmettevano tutta la profonda ispirazione. Basta pensare che la scrittura gotica fu inventata apposta per l’uso liturgico e per secoli fu riservata ad esso.

Ricordo che una volte feci, di fronte ad un gruppo di famiglie, il confronto tra un vecchio messale benedettino stampato in Germania con bellissime litografie sacre e un libro di preghiere moderno, che sembrava l’elenco del telefono. Quando videro il secondo i presenti emisero un grido di orrore! Come si può pregare con questa roba?!

Da queste e da analoghe considerazioni è nata l’esigenza di inserire tra le altre una stella – la decima – destinata ad essere scuola di “calligrafia, scrittura artistica e miniatura”. Purtroppo ancora non siamo riusciti a svilupparla – ma a mio parere essa è molto importante e potrebbe offrire anche l’opportunità di lavoro redditizio a chi divenisse esperto in materia – per mancanza di collaboratori volenterosi. Ma, grazie alla collaborazione di un confratello benedettino, sono riuscito a mettere a disposizione degli utenti il testo di preghiere e canti liturgici familiari realizzato in bella scrittura artistica gotica.

Nella sezione “Canti per la liturgia”, dunque, si troveranno le parole, gli spartiti musicali e le registrazioni audio di inni e di altri canti liturgici per i vari momenti della giornata – mattino, mezzogiorno, pasti, sera, prima del riposo notturno – e in più il pdf quasi completo dei testi corrispondenti realizzati in scrittura artistica dal mio confratello, da scaricare e stampare.

Per chi volesse il testo completo e rilegato in un bel volumetto – dal titolo “Innario familiare per tutti i giorni dell’anno” – può farne richiesta all’Abbazia di Farfa, come indicato nella suddetta sezione “Canti per la liturgia”.

Quasi tutti i canti presenti nel sito e nel volumetto sono “a canone”, cioè in una forma polifonica – a più voci – di facilissima esecuzione. Così con l’ausilio delle registrazioni audio non sarà difficile imparare ad organizzare una prima bella preghiera liturgica in famiglia.

Concludo richiamando un episodio risalente a qualche anno fa, cioè al momento in cui il nostro progetto stava prendendo consistenza.

Eravamo ad un campo estivo con le famiglie, per realizzare insieme il programma “San Benedetto e la vita familiare”. Per pranzo mangiavamo insieme nella foresteria della suore Brigidine, presso l’Abbazia di Farfa. In mattinata mi erano giunti, finalmente, dal mio confratello, i sospirati fogli con i canti scritti in scrittura artistica. Mi affrettai a farne diverse copie e all’inizio del pranzo distribuii a tutti il testo artistico dell’inno “prima e dopo i pasti”. Già i partecipanti al campo estivo avevano imparato a cantarlo a quattro voci a canone – cosa molto facile.

Ognuno prese il suo foglio, ammirando le belle lettere gotiche,  e incominciammo il canto dell’inno “prima dei pasti”. Allora successe un fatto inaspettato: tutti gli altri ospiti della suore si avvicinarono al nostro tavolo esclamando: “Date i fogli anche a noi! Anche noi volgiamo cantare l’inno!”

Ecco, cari amici! Se farete una bella preghiera cantata, con in più testi scritti in bella scrittura artistica miniata, tutti i vostri amici o ospiti presenti resteranno affascinati e vorranno fare lo stesso nelle loro case!

Un apostolato efficace! Non vi sembra?




Conversazioni su una Regola Familiare /19

Diciannovesima conversazione

La situazione attuale: tragica, o invece ricca di opportunità inaudite?

 di Don Massimo Lapponi O.S.B.

            Il titolo che ho voluto dare a questa conversazione è provocatorio e indicativo della paradossale ambivalenza dell’attuale situazione sociale e culturale. È indubbio, infatti, e viene spesso denunciato con apprensione, che, per moltissimi aspetti, la nostra società è piena di insidie inedite e potentissime, che mettono a rischio la sana crescita non solo degli adolescenti, ma anche dei preadolescenti e dei bambini piccoli. Ciò che, invece, si osserva raramente, soprattutto da parte delle persone legate ad un sana tradizione, è il fatto che, accanto ai pericoli estremi, la società attuale ci pone di fronte opportunità straordinarie, che nel passato non si sarebbero mai neanche sognate.

È vero che per poterne approfittare con frutto è necessario avere una guida, ma è altrettanto vero che non approfittarne e non mettere il maggior numero di persone possibile in grado di approfittarne sarebbe una gravissima colpa di omissione, di cui i nostri figli un giorno ci potrebbero chiedere conto. Non volendo, perciò, dover fare, a suo tempo, un vergognoso “mea culpa”, è necessario che chi ha l’adeguata formazione si metta a disposizione e chi ha bisogno di imparare si dedichi con serietà e passione a valorizzare tutto ciò che l’attuale congiuntura favorevole offre per rivoluzionare i ruoli, generalmente poco apprezzati, di donna e di uomo di casa, rivalutandoli fino al punto di renderli infinitamente più appaganti e socialmente utili dei ruoli professionali.

Generalmente, quando si parla della rete web se ne sottolineano i pericoli e si cerca di “correre ai ripari” con restrizioni e “filtri familiari”. Tutto questo è giustissimo e non sarò certamente io a negarne l’opportunità. Ma ciò non toglie che c’è anche il rovescio della medaglia, di cui per lo più non si parla.

La rete web non è soltanto la cloaca in cui si trovano le peggiori aberrazioni del vizio, della propaganda deteriore, del satanismo e di peggio ancora. Essa è anche la via d’accesso ad una ricchezza sconfinata di istruzione, di alta cultura umana e religiosa, di poesia, di letteratura, di musica… Tutte cose che sono messe a disposizione gratuita di un numero sconfinato di persone di ogni nazione e di ogni classe sociale, in una misura tale che in passato nessuno avrebbe mai potuto neanche immaginare! Se non è questa una manifestazione di vera e benefica democrazia planetaria!..

Ma, lasciando da parte, per il momento, gli altri ambiti per i quali possiamo approfittare di questa immensa ricchezza, occupiamoci ora della musica e del canto, e in particolare del canto sacro.

Se dovessimo fare un confronto con la situazione della musica sacra e liturgica degli anni anteriori al Concilio, paradossalmente dovremmo dire che ora siamo molto più avvantaggiati, almeno potenzialmente! So già che moltissime voci oggi affermano il contrario, e certamente non senza solide ragioni. Ma vediamo i fatti.

È vero che la liturgia della Chiesa prima del Concilio in teoria avrebbe potuto avvalersi di un patrimonio incalcolabile di letteratura musicale, dal canto gregoriano, alla polifonia classica, ai più recenti apporti di un Perosi, di un Casimiri, di un Refice. Ma in quale misura questo patrimonio veniva effettivamente valorizzato? Credo che si possa rispondere: in misura minima.

Per lo più nella liturgia ordinaria ci si limitava a qualche melodia gregoriana male eseguita e a canti popolari italiani generalmente mediocri. Erano esclusi dalle chiese strumenti rumorosi e inadeguati, come chitarra e pianoforte, ma con essi anche tutto un patrimonio di musica sacra dei secoli passati che, proprio per la sua ricca strumentazione e complessità melodica e armonica, era considerato più profano che sacro e più da concerto che da chiesa. Basta fare l’esempio del “Te Deum” di Charpentier e del “Gloria” di Vivaldi.

In occasione – e non per istigazione! – del Concilio si abbatté sulla Chiesa il vento furioso dell’innovazione indiscriminata, la quale portò ad abusi spettacolari, che causarono un generale degrado del canto liturgico – con mal uso di strumenti fino ad allora assolutamente esclusi e con un livello per lo più molto basso nella qualità delle melodie e dei testi – degrado che in gran parte dura tutt’ora.

Se questo è vero, non è però tutta la verità. Bisogna, infatti, aggiungere che, tra i nuovi canti che si sono introdotti da allora nella liturgia, ce ne sono anche di molto belli – come, ad esempio, l’inno della croce “Ti saluto, o croce santa” – che le nuove aperture hanno facilitato l’ingresso nella liturgia della Chiesa delle espressioni popolari dei nuovi popoli convertiti dell’Asia e dell’Africa, o di altre etnie, e che, infine, soprattutto dopo che Benedetto XVI ha consentito il libero uso della liturgia antica da parte dei fedeli che ne facciano richiesta, si sono moltiplicate in tutto il mondo le iniziative per rivalutare tutto l’immenso patrimonio gregoriano e polifonico, con la  creazione di scuole, di gruppi corali di vario livello, di pubblicazioni, di appositi siti web.

Il risultato è che ora abbiamo a disposizione una ricchezza immensa e mai vista prima di musica sacra, di ogni epoca e di ogni genere, gregoriana, polifonica, classica, moderna, italiana, europea, americana, asiatica, africana… Veramente la ricchezza è tale che si rischia di perdersi, se non abbiamo una guida esperta. In questa situazione non sarebbe una colpa imperdonabile non approfittare di tanti doni celesti e lasciarsi andare alla corrente dell’ignoranza e del cattivo gusto imperante, in casa e in chiesa?

Lasciamo per ora da parte la chiesa, dove la responsabilità, almeno principale, è del parroco. Ma in casa possiamo ben fare qualche cosa per appropriarci di ciò che ci viene offerto a profusione, praticamente gratis, anche se con un impegno notevole da parte nostra. Ma quale impegno più appagante, esaltante e benefico di quello che ci consente di mettere in pratica nel modo più efficace l’esortazione di San Paolo: «Intrattenetevi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore»?




Conversazioni su una Regola Familiare /18

Diciottesima conversazione

«Cantate al Signore un canto nuovo» (Sal 95, 1)

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

 

Abbiamo concluso la precedente conversazione sottolineando l’importanza di «una preghiera liturgica familiare, fatta in orari definiti, che si imprima nell’animo del bambino per la bellezza degli arredi, dell’espressione poetica delle preghiere, dell’iconografia, del canto.

«Tutto questo richiede lavoro, certamente. Ma sarà un lavoro ricompensato ad usura, anche se per esso bisogna sacrificare il tempo dedicato ad una professione, più o meno dignitosa, fuori casa».

Vorrei ora soffermarmi su uno degli aspetti principali della preghiera liturgica sopra richiamati: il canto. Che esso sia fondamentale lo dice chiaramente anche San Paolo:

«Siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 5, 18-20).

E, del resto, questo è un pensiero che ricorre continuamente nei salmi – e infatti la parola “salmo” indica lo strumento a corde con cui si accompagnava il canto. Leggiamo, ad esempio:

«È bello dar lode al Signore

e cantare al tuo nome, o Altissimo,

annunziare al mattino il tuo amore,

la tua fedeltà lungo la notte,

sull’arpa a dieci corde e sulla lira,

con canti sulla cetra».

(Sal 91, 2-4)

 

E un altro salmo dice:

«Cantate al Signore un canto nuovo,

suonate la cetra con arte e acclamate».

(Sal 32, 3)

 

«Con arte»! Dunque la lode di Dio va eseguita bene! Non è scritto da nessuna parte che il Signore si accontenta di un canto stonato e mal fatto! Ad ogni modo, se anche il Signore si accontentasse, non si accontentano gli uomini! Se un indifferente entra in una chiesa e sente quattro vecchiette che massacrano un canto popolare gracchiando nel modo più sgradevole, anche se il Signore sorride con indulgenza, l’indifferente scapperà dalla chiesa pensando: “Se questa è la religione, meglio stare alla larga!” Se, al contrario, egli si trova in presenza di un coro bene addestrato che canta magistralmente la Messa di Papa Marcello di Palestrina, certamente penserà: “Forse devo rivedere un po’ i miei giudizi sulla religione!”

[Tanto per averne un’idea visitate il seguente link]

Analogamente, un canto bene scelto e bene eseguito si imprimerà per tutta la vita nell’animo del bambino, mentre un canto scadente gli lascerà un’impressione sgradevole, e forse un giorno penserà: “Nonostante quel canto, sono rimasto cristiano!”

Se, dunque, vogliamo prendere sul serio le esortazioni che ci vengono dal Nuovo e dall’Antico Testamento, dobbiamo rivedere un po’ le nostre abitudini familiari.

Come dicevo nella conversazione precedente, «tutto questo richiede lavoro», e un grande lavoro! E certamente molte mamme e molti papà diranno: “Ma io ho già il mio lavoro! Dove lo trovo il tempo per dedicarmi alla musica e al canto?”

E qui vorrei chiedere, specialmente – se le femministe me lo consentono – alle mamme: “e quale è questo lavoro che vi sta tanto a cuore?” Permettetemi di immaginare qualche risposta: “Io faccio la cassiera in un supermercato”, “Io sono segretaria in uno studio legale”, “Io lavoro nella mensa comunale”…

Veramente lavori molto poetici e gratificanti! Se qualcuna risponde che lei fa l’insegnante, e che è certamente gratificante collaborare alla sana crescita dei bambini, non potrei non darle ragione. Ma aggiungerei: e non sarebbe più gratificante collaborare alla sana crescita dei tuoi figli? Se tu sai bene quale impegno richiede, nella scuola, l’educazione dei piccoli, non credi che lo stesso impegno sia richiesto anche in casa?

Ma servono i soldi dello stipendio! Certamente, spesso è così. Ma teniamo conto di un calcolo economico molto elementare. Per curare i bambini e tenerli occupati in assenza dei genitori, bisognerà pagare qualcuno, ovvero pagare per le varie attività in cui saranno impegnati durante il giorno. Dunque conviene? E, ammettiamo che convenga, c’è un’altra circostanza da considerare. Una volta un semplice operaio di un paese della Sabina mi accompagnava con la sua automobile. Durante il viaggio mi disse: “In casa lavoro solo io. Ho detto a mia moglie: tu stai con i figli, perché ho visto bene come crescono i bambini che rimangono senza la presenza della madre!” Ora, se l’operaio aveva visto bene, c’è da chiedersi: tutti gli stipendi guadagnati con un lavoro fuori casa, non bisognerà poi ripagarli ad usura allo psicologo, necessario per un bambino mal cresciuto?

A me sembra, dunque, che, se non si può fare altrimenti, bisogna cercare una via di mezzo, cioè trovare un lavoro che non impegni eccessivamente e che permetta di dedicarsi in modo efficace al compito, infinitamente più poetico e gratificante che non il lavoro salariato, dell’educazione dei propri figli – ed eventualmente anche quelli di altre famiglie amiche.

E cosa di più poetico e gratificante della musica e del canto? Ma ovviamente della musica e del canto realmente belli e bene eseguiti!

Nessuno potrebbe negare l’importanza incalcolabile della musica per la formazione dei sentimenti umani, anche a livello inconscio. Ma, purtroppo, come vi è una musica che eleva a Dio, così vi è una musica che avvicina al diavolo, e sappiamo che quest’ultima è oggi la più diffusa tra i giovani, che spesso essa si associa con droga e sesso e penetra dovunque grazie ai moderni strumenti elettronici.

Per poter contrastare un’influenza così deleteria, non basta tenerne lontani i figli, per quanto possibile: bisogna offrire ad essi l’alternativa di una musica ben diversa, che accende nell’animo i sentimenti umani e religiosi più elevati ed esaltanti. Di questa musica abbiamo un patrimonio immenso, e sarebbe una grave colpa di omissione trascurare di farla conoscere ai nostri figli, tanto più che oggi proprio i più moderni strumenti elettronici, paradossalmente, la mettono a nostra disposizione in una misura mai vista né sognata in passato.

Ma come approfittare di questa preziosa occasione senza avere un’adeguata formazione musicale? Dobbiamo, dunque, concludere necessariamente che è sacro dovere dei genitori di oggi, per poter educare in modo sano i propri figli, acquisire una buona formazione musicale. Per questo la nostra scuola online mette a loro disposizione, nell’ottava stella, tutte le istruzioni necessarie.

Per quanto riguarda, poi, il canto sacro, necessario per una bella preghiera liturgica familiare, sarà necessario fare alcune considerazioni sull’attuale situazione. Ma le rimandiamo alla prossima conversazione.




Conversazioni su una Regola Familiare /17

Diciassettesima conversazione

Serva ordinem et ordo servabit te

 di Don Massimo Lapponi O.S.B.

            Scrive Cicerone:

 

«Tutto quel che di giusto e di bello dicono i filosofi, non è che l’effetto e la conferma della virtù di coloro che sono stati legislatori dei popoli (…) Quel cittadino dunque che sa costringere tutto un popolo con l’impero e la minaccia delle leggi a far quello che i filosofi potrebbero persuadere con le loro dottrine soltanto a pochi alunni, è dunque da preferire a quegli stessi maestri che sanno soltanto dimostrare la teorica bontà delle leggi. Quale mai squisita eloquenza di questi ultimi potrebbe essere anteposta ad un ordine civile ben costituito per istituzioni e per costume?».

 

 

Quello che Cicerone dice, con tanta efficacia, della superiorità degli ordinamenti pubblici civili sulle dimostrazioni dei filosofi, può senza alcun dubbio essere applicato alla superiorità degli ordinamenti familiari – civili e religiosi – sulla dimostrazione teorica della bontà della vita virtuosa. Mentre, cioè, teologi, filosofi, psicologi, sociologi, economisti svolgono il lodevole compito di spiegare teoreticamente quali dovrebbero essere i comportamenti più santi, sani e giovevoli delle persone e delle famiglie, San Benedetto adempie una missione complementare e molto più efficace: assegnare ad ogni aspetto della vita quotidiana delle famiglie il giusto regolamento, con un saggio ordine dei tempi, dei luoghi, delle azioni esteriori e delle disposizioni interiori. Senza questa guida, che dà forma concreta alla vita virtuosa di persone che vivono insieme, le lezioni e le conferenze apparirebbero tanto belle quanto puramente teoriche.

E, d’altra parte, come insegna Aristotele, nella vita morale la pratica precede la teoria. I giovani, infatti, non possono essere educati con la sola dimostrazione teorica della bontà della virtù, ma, prima che possano comprenderne la dimostrazione, devono sperimentare, educati dall’esempio dei più anziani virtuosi, dalle leggi, dalle punizioni e dai premi, la felicità della vita buona e l’infelicità della vita viziosa. E, d’altra parte, i teorici della vita familiare sana dove prendono il loro materiale, se non dall’esperienza positiva o negativa di quanti hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze di una vita comune ben regolata o mal regolata?

Se, dunque, vogliamo assicurare una crescita sana ai nostri figli, ascoltiamo pure psicologi, sociologi, teologi ed economisti, ma soprattutto mettiamo in pratica quel sano ordinamento della “domus familiae” che ci viene proposto da San Benedetto nella sua Regola e dalla tradizione che ad essa si ispira.

Questo principio vale, in modo particolare, per una delle più drammatiche emergenze dei nostri tempi: la spaventosa depravazione sessuale che, soprattutto attraverso i moderni strumenti elettronici, giunge a corrompere non solo l’adolescenza, ma la stessa infanzia.

Il recente volume di Thérèse Hargot, “Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)”, Ed. Sonzogno, svela retroscena che definire allarmanti è dir poco. L’autrice racconta, attraverso la sua esperienza di insegnante, come gli stessi bambini delle elementari siano ormai dipendenti dal sesso virtuale offerto a piene mani dalla moderna industria elettronica.

Come difendersi da una simile aggressione, che sembra avere una potenza sovrumana?

Non bastano le cognizioni teoriche da parte dei genitori e degli educatori, né, tanto meno, le lezioni di morale alla gioventù. Ripeto – seguendo Aristotele – che l’educazione morale della gioventù non va fatta in prima istanza con le lezioni. Di fronte all’attrattiva immediata del vizio la lezioncina di morale non ha alcuna efficacia, come non la ha neanche la dimostrazione scientifica dei pericoli igienici dei disordini sessuali.

Cosa si richiede, dunque? Una vita organizzata da precisi ordinamenti che allontanino le occasioni pericolose, facciano apprezzare gli esempi della vita virtuosa degli adulti e degli antenati, puniscano il vizio, premino la virtù, e facciano assaporare la felicità della vita buona concretamente praticata.

Ma come attuare queste cose nella vita familiare di oggi?

Come è stato detto più volte, in questa come in altre stelle, bisogna andare coraggiosamente contro corrente e, oltre ad impedire la presenza di pubblicazioni immorali in casa, tenere lontani i piccoli, fino ad un certa età, da definire con i competenti, dagli strumenti elettronici. E questo per prima cosa perché detti strumenti, indipendentemente dai loro contenuti, danneggiano la normale crescita di un organismo ancora in formazione, che per formarsi in modo sano deve avere il contatto con la vita reale, e poi perché il relativo danno viene elevato all’ennesima potenza dalla presenza di contenuti pornografici.

E qui si obietterà che il piccolo che a casa non adopera strumenti elettronici, facilmente li vedrà in mano ai suoi compagni di scuola, e che, anzi, spesso saranno proprio i suoi compagni ad invitarlo a vedere contenuti pornografici.

Fino a che punto a ciò si possa ovviare con la scelta, ora possibile, della “home schooling”, è un problema da prendere in considerazione. Soprattutto bisogna prendere atto che il lavoro che si fa dentro casa deve essere accompagnato da un grande lavoro culturale e politico, volto ad ottenere cambiamenti radicali nella pubblica opinione, nella legislazione e nella scuola e a far sì che vengano oscurati i siti pornografici e che la sana educazione morale della gioventù torni ad essere al centro dell’interesse pubblico e della formazione scolastica.

Ma, essendo questi obiettivi, se non utopistici, almeno a lungo termine, è forse più importante partire da un principio fondamentale: per quanto siano utili e anche indispensabili le protezioni esteriori, la protezione più efficace rimane la convinzione interiore del bambino che il male non si deve mai fare, anche se “nessuno mi vede”, perché “Dio sempre ti vede”.

Come si fa ad ottenere questa convinzione interiore? Oltre l’autorevolezza di genitori ed educatori – che ovviamente devono essere tali da meritare quel rispetto e quell’amore incondizionato che fa anteporre il loro giudizio a quello del mondo – è importante che il bambino gusti nella sua stessa intima sensibilità la bellezza della vita buona, e in particolare dell’amore vero, che solo può dare un senso alla dimensione sessuale.

Di questo abbiamo già parlato, e vogliamo qui insistere sulla necessità che, nell’orario della giornata, vi sia il dovuto spazio per la lettura comune di testi letterari, la visione di filmati, l’ascolto di musiche, che cantino il poema della gioia più vera e dell’eroismo necessario per conquistarla. Altrettanto importante è che vi sia il tempo per i ricordi familiari e storici di felicità coniugale, da contrapporre – e il termine non è inopportuno – all’attuale decadenza.

Ma il rigoroso ordinamento della giornata ha anche un altro vantaggio. Chi è preso da una passione sensuale non conosce più né tempi né orari ed è capace di protrarla per tutto il giorno e tutta la notte, senza badare né ai pasti, né al riposo, né ad altro. Ma quando in una famiglia vi è il costume “benedettino”, sancito ed accettato, del rigoroso rispetto dei tempi per ogni cosa importante – i pasti, la preghiera, la ricreazione comune, il riposo, la levata mattutina – anche se qualcuno si fa prendere dalla tentazione della sensualità, l’ordine stesso della vita comune lo costringerà ad interrompere la sua pratica viziosa, alla quale non è lasciato alcun tempo ed alcuno spazio nell’ordinamento della “domus”.

Infine, per ritornare all’argomento della preghiera liturgica familiare, ogni valore umano, anche il più alto, perde vigore se non è sostenuto dal sentimento religioso. Per questo tra le esperienza che consolideranno la convinzione intima del bambino di dover aborrire il vizio ed amare la virtù, il primo posto spetta alla religione. Ma si badi: analogamente a ciò che è stato detto sopra sull’insegnamento di Aristotele, non soltanto e non tanto all’istruzione religiosa, quanto soprattutto all’esperienza della religione nella sua dimensione di vita vissuta nel sentimento e nella profondità dell’anima. E a tal fine avrà un ruolo privilegiato una preghiera liturgica familiare, fatta in orari definiti, che si imprima dell’animo del bambino per la bellezza degli arredi, dell’espressione poetica delle preghiere, dell’iconografia, del canto.

Tutto questo richiede lavoro, certamente. Ma sarà un lavoro ricompensato ad usura, anche se per esso bisogna sacrificare il tempo dedicato ad una professione, più o meno dignitosa, fuori casa.




Conversazioni su una Regola Familiare /16

Sedicesima conversazione

“Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo” (Gn 28, 17)

 di Don Massimo Lapponi O.S.B.

            Per comprendere lo spirito delle lezioni sulla preghiera liturgica familiare, possiamo partire da questa citazione di San Massimo il Confessore (580-662):

«La lampada posta sul candeliere, di cui parla il Vangelo, è nostro Signore Gesù Cristo, vera luce del Padre che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. Il candeliere è la santa Chiesa. La parola di Dio non vuole restare sotto il moggio, ma desidera essere messa bene in vista, al sommo della Chiesa. Posta sul candeliere, cioè nel culto in spirito e verità, essa illumina ogni uomo».

Possiamo interpretare le parole del santo nel senso più strettamente letterale: la parola di Dio risplende sul candelabro specialmente nel culto in spirito e verità, cioè nella preghiera liturgica eseguita con efficacia e con devozione. Se, infatti, non ci fosse una manifestazione pubblica e visibile della presenza di Cristo e della parola di Dio in mezzo a noi, la lampada del Vangelo resterebbe nascosta sotto al moggio, e non risplenderebbe per tutti come una città posta in cima al monte.

Certamente, si può e si deve custodire la presenza di Dio nel cuore, ma come potremmo venire a contatto con questa presenza, se essa non ci si manifestasse visibilmente?

Ricordo ancora quanto mi disse una signora che aveva abitato a Farfa per tanto tempo e poi si era trasferita in una frazione vicina. Si parlava della vita di fede e di preghiera. “Eh!” disse con un sospiro. “Là è tutta un’altra cosa!”

Certamente in quella frazione c’era la chiesa, ma non aveva tutta la forza della presenza di una grande basilica benedettina officiata da una comunità monastica, per quanto piccola.

E posso riferire anche altre esperienze legate a Farfa.

Una signora frequentò per un certo tempo il nostro borgo, come operatrice del comune per la pulizia delle strade, tutte le mattine. L’orario del suo lavoro le consentiva di essere facilmente a contatto con la celebrazione delle lodi mattutine e della messa.

Successe che, una volta finito il suo servizio di lavoro come operatrice comunale a Farfa, quella signora continuò a frequentare la messa della mattina nella nostra basilica, anche se abitava piuttosto lontano.

Negli anni 70-80 del secolo scorso vi fu a Farfa, nel periodo estivo, una campagna di scavi archeologici organizzata dalla Scuola Britannica di Roma. Ragazzi e ragazze inglesi e americani trascorrevano qualche settimana ogni anno ospiti del monastero per attendere al loro lavoro. Si può pensare che giovani e giovanette anglo-americani degli anni 70/80 del Novecento non fossero i più devoti fedeli cattolici!

In quel periodo con il coro parrocchiale di Farfa facevamo molte prove di canto per preparare le liturgie delle diverse celebrazioni che ricorrevano in quel tempo dell’anno. Alle orecchie dei giovani archeologi arrivavano gli echi della Messa latina di Giuseppe Oltrasi, dei canti gregoriani e dei mottetti eseguiti dall’allora abbastanza agguerrito coro parrocchiale. Così si risvegliò il loro l’interesse, e regolarmente molti di loro partecipavano alle celebrazioni. Ricordo ancora che a una ragazza inglese si illuminavano gli occhi quando diceva agli altri: “Oggi ci saranno le prove di canto!”

Le esperienze che ho riferito dimostrano quanto sia importante per far risplendere nel mondo la presenza di Dio e della sua parola la visibilità del culto e della sua bellezza. Questa bellezza si manifesta nello stesso edificio sacro, nelle decorazioni artistiche, nelle vesti liturgiche, nella dignità dei riti, nel profumo dell’incenso, nella dolcezza dei canti.

Risuona spesso nei salmi la lode della casa di Dio e la felicità di dimorarvi per sempre, o anche per un solo giorno.

Una cosa ho chiesto al Signore,

questa sola io cerco:

abitare nella casa del Signore

tutti i giorni della mia vita,

per gustare la dolcezza del Signore

ed ammirare il suo santuario.

Egli mi offre un luogo di rifugio

nel giorno della sventura.

Mi nasconde nel segreto della sua dimora,

mi solleva sulla rupe.

E ora rialzo la testa

sui nemici che mi circondano;

immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza,

inni di gioia canterò al Signore.

(Sal 26, 4-6)

Quanto sono amabili le tue dimore,

Signore degli eserciti!

L’anima mia languisce

e brama gli atri del Signore.

Il mio cuore e la mia carne

esultano nel Dio vivente (…)

Beato chi abita la tua casa:

sempre canta le tue lodi! (,,,)

Per me un giorno nei tuoi atri

è più che mille altrove,

stare sulla soglia della casa del mio Dio

è meglio che abitare nelle tende degli empi.

(Sal 83, 2-3; 5; 11)

 

Nel nuovo Israele il mistero della casa di Dio non si realizza soltanto nel tempio di Gerusalemme, ma in ogni tempio in cui il Signore si rende presente in mezzo a noi. Ma se questo vale in modo eminente per le chiese, ciò non vuol dire che non possa e non debba realizzarsi anche nelle nostre case! In un certo senso, anzi, una casa di famiglia è avvantaggiata rispetto alle chiese parrocchiali, mentre ha la possibilità di assomigliare molto alle chiese monastiche.

Cerco di spiegarmi. Ricordo che una volta mi trovavo in una cittadina delle Marche e avevo bisogno di incontrarmi con un parroco. Entrai nella chiesa parrocchiale e, come sempre, ammirai la bellezza dell’edificio sacro, anche se l’ambiente era disturbato dal rumore del traffico che veniva dalla strada. Quando poi entrai nelle sale parrocchiali vi trovai un incredibile disordine. Si vedeva che non erano locali di abitazione, ma soltanto locali di passaggio, di riunione o di organizzazione di attività varie.

La stessa vita di un sacerdote diocesano per lo più è segnata dal ritmo, spesso frenetico e poco ordinato, della varie attività, e difficilmente permette di curare l’ordine della vita quotidiana e di tenere gli ambienti parrocchiali come una vera “domus”. E poi un parroco oggi generalmente non si ferma in una parrocchia più un decina d’anni, e ciò contribuisce a rallentare il legame della sua vita con le mura della casa di Dio.

La situazione è totalmente diversa nel caso di una chiesa benedettina. I monaci, infatti, non si dedicano in modo massiccio alle attività parrocchiali – anche se uno di loro può essere parroco – ma principalmente alla cura della liturgia, della chiesa e della casa. La loro è una vera vita familiare vissuta alla luce, sempre rinnovata, della presenza e della parola di Dio. Inoltre essi fanno il voto di stabilità, per il quale, a parte circostanze eccezionali, rimangono per tutta la vita nel loro  monastero. Spesso il monastero e la chiesa che ne fa parte hanno attraversato i secoli e hanno accumulato un grande patrimonio di arte, di storia, di tradizioni, di cultura. Che in un piccolo borgo come Farfa ci sia una chiesa così grande, si spiega con il fatto che la chiesa non è sorta per le necessità dei fedeli del borgo, ma per la vita plurisecolare di una comunità monastica che nei suoi periodi migliori ha contato un centinaio di monaci, e anche più. Non avendo, poi, i monaci proprietà privata personale, tutto è sempre rimasto patrimonio dell’Abbazia – un patrimonio ancora ricco, nonostante le avversità e le ruberie di un millennio e mezzo di storia.

Vedete come per tanti versi una comunità monastica assomiglia ad una famiglia assai più che una parrocchia, e perciò una famiglia può trarre ispirazione da una comunità benedettina per diventare veramente una “casa di Dio” e una “porta del cielo”, nella quale tutti possano sentire la presenza viva di Cristo e della sua parola?

Con quali mezzi? Principalmente con quei mezzi che rendono presente il Signore in un monastero: la preghiera liturgica adornata dalla bellezza dell’arte, dei testi e dei canti sacri – ma una preghiera che poi si ripercuota nella vita quotidiana di quanti la frequentano.

Concludo con un richiamo all’attualità.

Guardate questo video:

link

Una dodicenne olandese, e perciò probabilmente protestante, in un teatro della capitale dell’Islanda, cioè di un paese strettamente legato alla cultura nordica luterana, e ora enormemente secolarizzato, accompagnata dal coro e accolta da un applauso caloroso di un pubblico probabilmente lontanissimo dalla fede, canta in latino l’Ave Maria di Gounod! Come si spiega questo, se non per la bellezza incomparabile e infinitamente seducente dell’arte liturgica cristiana?

Non è necessaria questa seduzione celeste anche per noi e per i nostri figli?