Conversazioni su una Regola Familiare /35

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

Un rinnovato appello

Nelle conversazioni precedenti ho cercato di mettere in chiaro la necessità di una “riforma convergente”, che coinvolga la vita parrocchiale, la scuola e la vita religiosa per un rinnovamento della vita familiare. Ma c’è il rischio che tutto questo rimanga soltanto un bel progetto sulla carta, perché la stragrande maggioranza della gioventù – quella parte della popolazione, cioè, che dovrebbe in tempi molto brevi costituire le nuove famiglie – si trova in una situazione assolutamente tragica. Vorrei ora riportare un messaggio che avevo scritto per un gruppo privato. Mi sembra che valga la pena di condividerlo:

Ieri mi è capitato di vedere un video di ragazzi e ragazze in discoteca. Che tristezza a vedere tanta bella gioventù votata, tra sesso, alcool e droga, all’auto-degradazione! Mi tornava in mente l’episodio di Gregorio Magno che, vedendo i biondi schiavi provenienti dalla Britannia pagana in vendita sul mercato di Roma, chiedeva di che popolo fossero giovani così belli, e, alla risposta: del popolo degli Angli, esclamava: sì, sono simili agli angeli! Che dolore che giovani dall’aspetto di angeli siano sotto l’impero del demonio! Per questo quando divenne papa inviò monaci in Britannia per quella missione che cambiò la storia del mondo.

Come vorrei che si potesse fare una nuova missione di monaci per questi nuovi pagani dall’aspetto di angeli! Quei ragazzi e ancora più quelle ragazze non capiscono che con la loro condotta sregolata si guastano fisicamente e psichicamente. Permettetemi di sottolineare soprattutto il guasto irreparabile per le ragazze, non per colpevolizzarle, ma, al contrario, per sottolineare che loro sono le vere vittime di una condotta irresponsabile che si diffonde sempre più e di cui spesso gli uomini si approfittano a proprio vantaggio – anche se ovviamente per i ragazzi il discorso è analogo. L’organismo più delicato e complesso della donna viene danneggiato dall’abuso, fino a comprometterne la sana facoltà generativa. Non meno grave è il danno all’equilibrio psichico, alle inclinazioni e al carattere, come a quello a cui oggi si fa finta di non badare: il buon nome. Quante di queste ragazze, a causa dei guasti fisici e psichici conseguenti a comportamenti quasi imposti da una moda sciagurata, perderanno per sempre il treno del matrimonio? E cosa sarà di loro dopo non molti anni, quando non saranno più né giovani, né belle, né gradevoli? Non avranno né marito, né figli e in vecchiaia non avranno nipoti affezionati. Come ho detto, lo stesso discorso vale anche per i ragazzi, se pure in modo meno vistoso e invasivo. Siamo dunque destinati ad avere una popolazione non solo di anziani, ma di anziani vagabondi? Potessimo aprire gli occhi per tempo a tanta bella gioventù!
Dice San Paolo che siamo creati in Cristo per le buone opere che Dio ha preparato per noi perché le praticassimo. Sì! Su ognuno di quei ragazzi e ragazze Dio ha predisposto un piano di vita, e le loro facoltà di uomini e donne sono state date loro come preziose qualità per costituire famiglie feconde e felici. Ma che cosa fanno dei doni di Dio? È una tragedia che riguarda non soltanto la loro salvezza eterna, ma anche la loro felicità in questa vita. Per amor di Dio! Partiamo come i monaci inviati in Britannia da Gregorio Magno! Diffondiamo il nostro progetto, attiriamo tanti ragazzi e ragazze, non minacciandoli, ma seducendoli con la visione piena di dolcezza della vita familiare felice che Dio aveva preparato per ognuno di loro fin dall’eternità!

A questo messaggio una lettrice ha riposto:

Carissimo don Massimo…. queste sue parole mi strappano il cuore! Io vengo da un ambiente pagano. Tante delle mie amiche sono finite come dice lei… ora perché Dio preservò me… che ero una in più che studiavo lì… perché a me diede il dono della fede, di un matrimonio, di fare famiglia… mai lo saprò. Soltanto so che il dolore è immenso ogni volta che guardo la vita della stragrande maggioranza dei miei compagni di liceo ed università. Poi ho conosciuto il mondo cattolico. È mi è sembrato il paradiso.

A questo punto mi permetto di rilanciare ancora una volta un appello che ho ripetuto in diverse circostanze, e che è rimasto sempre senza risposta.
Nella serie di romanzi che ora si incomincia a pubblicare, con il titolo generale “Le vie segrete del cuore”, non potendolo realizzare nella realtà, ho immaginato un gruppo di ragazze che si organizzano per imprimere una svolta tra la gioventù, mettendo in pratica e cercando di diffondere un progetto di vita giovanile, di preparazione e di realizzazione della vita familiare fondato sull’amore casto e indissolubile e sulla saggezza della tradizione benedettina. Una delle protagoniste delle mie narrazioni si fa promotrice coraggiosa e intrepida dell’iniziativa e molte altre ragazze la seguono.

Tutto questo deve rimanere soltanto un sogno ad occhi aperti? Possibile che non si trovi oggi una nuova Francesca Cabrini, una nuova Giovanna d’Arco che, come Gregorio Magno, esclami: “Non è giusto che tanta bella gioventù giaccia sotto il potere del demonio!”, e parta decisa per una nuova missione, che, ancora una volta, cambi la storia del mondo?!
Da quanto mi risulta, lassù gli stampi non si perdono!




Conversazioni su una Regola Familiare /34

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

Il sostegno offerto alle nostre limitazioni dalle ricchezze della vita religiosa e familiare

La tentazione di Marta viene a tutti! Ci facciamo prendere dai nostri lavori, o anche dalle nostre preoccupazioni personali, e il richiamo della preghiera regolare a volte ci trova impreparati, anche se, come religiosi consacrati, sappiamo che è il nostro primo dovere.

Ma cosa succede spesso in questi casi? La stessa realtà della celebrazione liturgica corale si impone con la sua concretezza, come qualche cosa di solidamente esistente e presente, di là dalle nostre limitazioni psicologiche particolari e transitorie. E quella forte realtà, costituita dalle parole della Sacra Scrittura, rese viventi perché celebrate pubblicamente e arricchite dal rito, dal canto e dal luogo sacro, con le sue decorazioni espressive, non solo si impone sui nostri stati psicologici meschini, ma spesso ci offre ispirazioni e soluzioni per superare i problemi più personali e per trarre da essi stimolo ad un arricchimento interiore.

Questo fatto dimostra quanto sia importante che la vita religiosa – ma anche quella sacerdotale – non venga mortificata e ridotta ad una misera condizione di vita “single”, in situazioni di solitudine umana e psicologica e di vera indigenza spirituale, alla quale non potrebbe efficacemente portare rimedio e sollievo la sola preghiera individuale. Al contrario, la vita consacrata deve trovare la sua collocazione ideale in un ambiente architettonico e umano che sia come la realizzazione visibile e tangibile della Gerusalemme celeste, già presente in questa vita terrena.

Le ricchezze di preghiera liturgica, di arte architettonica e figurativa, di rito, di poesia, di canto, di cultura, di saggezza ordinativa che hanno arricchito la Chiesa attraverso i secoli devono tutte concorrere a rendere la vita religiosa non una solitudine indigente, ma, al contrario, una pienezza di gioia vissuta comunitariamente nella partecipazione a una realtà umano-divina ordinata e strutturata secondo una sapiente organizzazione quotidiana dei luoghi e dei tempi.

E non dovrebbe essere qualche cosa di analogo la vita di famiglia? Non dovrebbero tutti i suoi componenti, e specialmente i più fragili, trovare nell’ambiente domestico quella realtà sapientemente ordinata che dia loro sicurezza, serenità e ispirazione per la loro vita personale?

Anche nelle famiglie dovrebbero esserci i momenti di preghiera liturgica arricchita dalla tradizione plurisecolare dell’arte ecclesiastica, e, accanto ad essa, i momenti di gioiosa aggregazione intorno alla tavola, nel lavoro condiviso, nella partecipazione comune alle esperienze della rievocazione familiare, della lettura, del canto, dell’ascolto, della visione di quanto possa dare appagamento all’animo.

Perché, invece, troppo spesso, la casa di famiglia non è che un ritrovo passeggero di “single” perduti nei loro meschini pensieri ed estranei tra loro? Perché per creare un’ambiente domestico ricco di stimoli condivisi e sapientemente ordinati – come per creare una casa religiosa che sia veramente la “casa di Dio” – è necessario un lavoro assiduo nell’ambito della “Domus”, mentre lo stile di oggi, accolto passivamente o anche quasi imposto dalle disfunzioni della società attuale, porta tutti, genitori e figli – come anche tanti religiosi – a spendere le loro migliori energie nel mondo esterno, con l’illusione di realizzare, così, meglio se stessi, o anche di contribuire più fattivamente al bene comune.

Ma la migliore realizzazione di se stessi e il migliore contributo al bene comune è, invece, prima di ogni altra cosa, la realizzazione della “casa di Dio”, nella vita religiosa come nella vita familiare. È proprio e soltanto dalla Gerusalemme celeste, già tangibile in questa vita, che si riversano sul mondo la luce e il calore che soli possono dare sollievo e conforto alla solitudine e alla miseria tanto abbondantemente diffuse nelle strade delle nostre città.




Conversazioni su una Regola Familiare /33

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

La missione di San Benedetto per il mondo di oggi e il rinnovamento della vita monastica (2)

Da quanto detto finora, appare ormai chiaramente che il rinnovamento di cui si parla consiste nell’impegno, da parte dei monasteri, a rendere fruibile per il maggior numero possibile di persone e di famiglie il “pane spirituale di San Benedetto”. È ovvio che per far questo i monasteri non solo non devono affatto rinunciare alla loro vita in qualche modo separata, ma, al contrario, devono impegnarsi a renderla sempre più conforme all’insegnamento di San Benedetto. Come potrebbero, infatti, trasmettere questo insegnamento se per primi non lo mettessero in pratica?

In qual modo, dunque, i monasteri potrebbero trasmettere il “pane spirituale di San Benedetto” alle famiglie, ai sacerdoti, ai consacrati e a tutte le persone interessate al vero benessere della famiglie e della società? Possiamo suggerire tre canali di trasmissione, due dei quali sono, in realtà, elementi fondamentali della tradizione monastica, che andrebbero ripensati e rinnovati:

1. l’ospitalità
2. la scuola
3. i moderni mezzi di comunicazione

Che l’ospitalità sia una caratteristica dei monasteri benedettini, dovrebbe essere ovvio. San Benedetto vi dedica un capitolo apposito, il LIII, e afferma che gli ospiti «non mancano mai in monastero». Anche se storicamente non sempre questo aspetto della Regola è stato osservato o sufficientemente valorizzato, oggi esso è sempre maggiormente diffuso. Si tratta, dunque, di conferire a questo servizio, tra le altre cose e al di sopra delle altre cose, la funzione di tramite per trasmettere agli ospiti, e soprattutto alle famiglie, ai sacerdoti e ai consacrati, gli insegnamenti e i mezzi per realizzare una vita familiare sana e felice, secondo lo spirito della Regola.

In questo le stesse indicazioni date da San Benedetto nel capitolo sull’ospitalità possono essere preziose. Ad esempio, è bene che, come dice il santo, l’abate incarichi in particolare uno o più monaci di occuparsi direttamente degli ospiti, mentre gli altri membri della comunità, se non sono chiamati a dare istruzioni particolari, dovrebbero tenersi in disparte. E non si creda che ciò sia in contrasto con la missione di rendersi utili agli ospiti del monastero. Un esempio lo dimostrerà.

Un giorno erano ospiti del monastero di Farfa, dove vivono la comunità benedettina e la comunità delle suore brigidine, che si occupano della foresteria, un gruppo di giovani per un ritiro di discernimento vocazionale. Si era tenuto un incontro, nella foresteria, con colloqui e testimonianze. Dopo l’incontro una delle ragazze presenti disse che la cosa che l’aveva più impressionata era stata una suora brigidina la quale, rinunciando a partecipare all’incontro, si era intrattenuta per tutto il tempo con un’anziana signora piuttosto malandata per assisterla e farle compagnia. L’episodio dimostra quanto l’esempio sia più importante delle istruzioni e dei colloqui. E ciò vale per ogni aspetto della vita religiosa e familiare. Così, ad esempio, sarà certamente utile spiegare agli ospiti l’importanza di una bella preghiera liturgica, da realizzare anche in famiglia, ma è ancora più efficace che essi vedano concretamente una liturgia realizzata con decoro e con devozione dalla comunità monastica.

Posto questo principio, i monasteri dovrebbero organizzare i momenti di residenza delle persone o delle famiglie ospitate in modo da svolgere un programma continuato di istruzione e di sostegno per l’applicazione degli insegnamenti della Regola nella vita familiare.

In questa stessa strategia si inserisce il discorso sulla scuola – anch’essa da secoli sempre presente nella tradizione benedettina. Si tratta, infatti, di promuovere una riforma sostanziale della scuola, dei suoi fini e dei suoi metodi, come già è stato spiegato. Ciò può essere fatto direttamente, se il monastero ha una scuola sua, ovvero indirettamente, soprattutto attraverso rapporti costruttivi che i monasteri potrebbero o dovrebbero avere con la scuola parentale.

Non parliamo ora della scuola pubblica, che, ovviamente, rappresenta un problema enormemente complesso.

Quanto ai mezzi di comunicazione, essi certamente costituiscono un’opportunità in qualche modo inedita di influenzare le famiglie a largo raggio, senza infrangere le regole della separazione dal mondo e della clausura. Storicamente anche questo aspetto non manca di precedenti. Basta ricordare l’importantissima opera editoriale dei benedettini della Congregazione di San Mauro in Francia, i quali, nei secoli XVII e XVIII, pubblicarono edizioni critiche dei Padri della Chiesa che si diffusero in tutta Europa e che ancora oggi costituiscono una fonte preziosa per gli studi patristici.

Ma, ovviamente, i mezzi moderni offrono opportunità immensamente più ampie rispetto alla stampa tradizionale, e di queste opportunità, come purtroppo approfittano largamente i seminatori del vizio, così dovrebbero approfittare quanti – e soprattutto i monasteri – intendono, invece, preservare dal vizio le famiglie, così insidiate e così poco protette.

La nostra scuola online “La corona di dodici stelle” potrebbe offrire un modello di come sia possibile usare i mezzi di comunicazione moderni per arricchire a largo raggio le famiglie del “pane spirituale di San Benedetto”. Ma si tratta di un’opportunità che potrebbe essere immensamente valorizzata, soprattutto se ben coordinata con l’attività svolta tramite l’ospitalità e la scuola.

Una comunità benedettina che abbracciasse questo programma nei tre aspetti proposti potrebbe dedicare ad essi una parte cospicua della propria operosità quotidiana, senza in alcun modo infrangere le esigenze della separazione dal mondo e della clausura. Ciò permetterebbe di valorizzare in modo nuovo i diversi talenti dei membri della comunità e darebbe ad essi nuovo slancio nell’adempimento anche dei più umili doveri, mentre nello stesso tempo eviterebbe il pericolo, sempre presente, che nella comunità vengano a trovarsi persone insoddisfatte, ripiegate su se stesse o afflitte da “crisi di identità”.

A conclusione di questo discorso, protratto per molte conversazioni, vorremmo sottolineare la sua prospettiva unitaria, coinvolgente in un vasto programma di rinnovamento la famiglia, la scuola, il clero, i consacrati e i monasteri, con la finalità di infondere un lievito di vita sana nella società di oggi attraverso la luce intramontabile della Regola di San Benedetto.




Conversazioni su una Regola Familiare /32

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

La missione di San Benedetto per il mondo di oggi e il rinnovamento della vita monastica (1)

I papi più recenti, almeno a partire da Pio XII, hanno esortato, in varie occasioni, i monaci a rendere partecipi della loro ricchezza spirituale anche gli altri fedeli, e abbiamo visto come il Beato Schuster prevedesse un tempo, ormai vicino, in cui sarebbe stato comunicato «anche ai laici il pane spirituale di San Benedetto». Tra le righe della sua esortazione incominciava ad apparire che questo “pane spirituale” non era altro che la stessa Regola, capace di formare «non già dottori, predicatori, uomini di genio, ma semplicemente quelle anime di dedizione cui Dio onora col titolo glorioso di operai suoi».

Abbiamo già detto, in una conversazione precedente, che il comandamento: “dare il pane agli affamati” non deve essere inteso in senso riduttivo, e che il pane si dà veramente quando si dà completo. E abbiamo aggiunto che il pane completo consiste essenzialmente nel creare i presupposti di una vita – e in particolare di una vita familiare – sana e felice. Se, infatti, la vita umana è pressoché sempre una vita familiare, sarebbe riduttivo limitarsi a dare agli individui un sostegno materiale, se poi non si creano le condizioni indispensabili perché essi possano acquisire la formazione e gli elementi necessari per una vita familiare sana.

Se, dunque, come dovrebbe ormai apparire in piena evidenza, nella Regola di San Benedetto e nella tradizione benedettina vi è una ricchezza di insegnamenti e di sussidi di valore incomparabile, che non si trova altrove, per creare e gestire adeguatamente la vita quotidiana di persone che vivono sotto lo stesso tetto, ne consegue che tra le opere di carità merita un posto di primo piano «comunicare anche ai laici il pane spirituale di San Benedetto», cioè mettere a disposizione di tutti gli insegnamenti della Regola e quanto serve a realizzarli nella vita delle famiglie.

Certamente in una Regola scritta un millennio e mezzo fa ci sono degli elementi non più attuali, come, in particolare, l’eccessiva mortificazione dell’individuo e della vita personale – aspetto che, del resto, soprattutto a partire dal Rinascimento, è stato gradualmente corretto nella vita dei monasteri – ma, se la consideriamo con un giusto discernimento, il suo senso più vero e profondo risulta preziosissimo per illuminare e guidare la vita familiare di oggi.

A chi, dunque, spetta comunicare alle famiglie questa ricchezza insostituibile?

Si è parlato della scuola e dell’opportunità di una sua profonda riforma, che la renda il più possibile simile alla “scuola del servizio divino” di San Benedetto, proprio perché, se missione precipua della scuola è di preparare i giovani alla vita, appare ovvio che il suo primo ruolo dovrebbe essere quello di prepararli ad una vita familiare sana e felice.

Ciò potrebbe apparire utopistico, ma forse lo è meno di quanto sembra in un’epoca così piena di cambiamenti imprevedibili. Ad ogni modo, dobbiamo sempre considerare la possibile ampia diffusione della scuola parentale e l’eventualità che essa possa fare proprio, almeno in una certa misura, il programma benedettino.

Ma, a questo punto, è opportuno fare un confronto più puntuale tra la scuola tradizionale e moderna da una parte e la scuola di San Benedetto dall’altra.

Abbiamo ricondotto a tre aspetti principali lo spirito che anima la Regola benedettina: 1. l’ordinamento delle attività quotidiane nel monastero 2. Lo spirito di umiltà e di carità che deve animarle 3. La valorizzazione dei talenti e delle abilità dei singoli, sempre, però, subordinata al mantenimento delle giuste disposizioni d’animo di umiltà e di servizio.

Penso che si possa affermare che i primi due punti non rientrano nelle finalità della scuola tradizionale e della scuola moderna. Se la prima indirettamente poteva contribuire, ma in maniera molto imperfetta, alla maturazione spirituale dei giovani attraverso lo studio dei classici, la seconda sembra che vi abbia rinunciato, puntando ormai tutto soltanto sulle abilità utili per gestire il mondo esteriore per scopi professionali.

È, invece, sul terzo punto che si può stabilire una confronto tra le due forme di scuola. L’una e l’altra, infatti, hanno interesse a promuovere le capacità personali attraverso lo studio e l’acquisizione di abilità. La differenza è che per San Benedetto anche queste capacità, per quanto utili, devono però essere subordinate allo scopo di sviluppare le virtù cristiane, e principalmente l’umiltà e la carità, a beneficio della vita comune e per il perfezionamento spirituale di ciascuno, mentre la scuola tradizionale e moderna ricercano lo sviluppo intellettuale e le abilità lavorative per se stesse.

Se questo è vero, bisogna, però, osservare che pressoché tutti i più significativi movimenti di rinnovamento pedagogico del Novecento, dalla Montessori a Freinet allo scautismo alla scuola di Barbiana al Movimento di Cooperazione Educativa, hanno cercato di superare sia l’intellettualismo della scuola tradizionale, sia il pragmatismo della scuola moderna e hanno mirato ad una scuola che fosse più vicina alle reali necessità dei giovani, negli anni cruciali in cui essi costruiscono il loro destino. Questa ricerca di un’incisività più profonda ed efficace nella vita intima dei piccoli e dei giovani recentemente sembra sempre più pericolosamente scadere verso una malsana smania di pseudo-educazione affettiva e sessuale, mentre, d’altra parte, l’indirizzo pragmatico rivolto al mondo del lavoro prevale massicciamente.

Non sarebbe, dunque, totalmente arbitrario presentare una riforma della scuola secondo lo spirito di San Benedetto come una sorta di ripresa, in forma nuova, delle principali correnti pedagogiche del Novecento.

Ma ora dobbiamo rivolgere l’attenzione su quelli che dovrebbero essere gli attori principali dell’urgente opera di elargizione del pane spirituale di San Benedetto alle famiglie – e anche ai sacerdoti e ai consacrati -: i monasteri.

Sviluppare questo punto significa prospettare un vero rinnovamento nella vita monastica e claustrale, che dovrebbe realizzarsi attraverso modalità in qualche misura originali, anche se fondate su elementi essenziali della tradizione benedettina. Questo rinnovamento costituirebbe anche una soluzione alla crisi che da molto tempo travaglia la vita claustrale, la quale si trova a confrontarsi con l’esigenza caritativa e pastorale, così sentita nella civiltà moderna e che agli occhi di molti sembra non rientrare nelle finalità delle comunità monastiche. Esso, infatti, aprirebbe la strada ad un’azione sociale incomparabile, che i monasteri potrebbero esercitare più e meglio di qualsiasi altra istituzione o iniziativa, non solo senza perdere nulla della loro identità, ma, al contrario, riscoprendone tutto il valore, il senso profondo e la fecondità per la vita della Chiesa e del mondo.

Ma è un argomento che richiede un approfondimento di una certa estensione.


 




Conversazioni su una Regola Familiare /31

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

I tre fondamenti della Regola

San Benedetto poggia tutto l’edificio della “casa di Dio” su tre fondamenti. Egli, infatti, intende stabilire:

1. i «tempi opportuni» delle diverse attività
2. le disposizioni d’animo di umiltà e di religioso servizio con cui ogni cosa deve essere fatta
3. la necessità di eseguire ogni cosa nel modo migliore, e quindi la valorizzazione dei talenti di ognuno, purché essa non fomenti sentimenti contrari all’umiltà e allo spirito di servizio.

1. Al primo punto sono dedicati la maggior parte dei capitoli della Regola. In essi si stabiliscono gli orari della preghiera e del lavoro, la disposizione dei luoghi, i ruoli e i servizi necessari alla vita comune, la scelta dei libri per la liturgia o per l’edificazione, il vestiario, l’uso degli oggetti etc. Osserviamo che San Benedetto è stato proclamato patrono degli architetti: egli, infatti, ha “architettato” non soltanto i luoghi, ma anche i tempi e i modi della vita comune.

2. Ovviamente questa “architettura” perderebbe tutto il suo valore se rimanesse una pura forma esteriore. A fondamento di essa, dunque, la Regola pone le disposizioni spirituali che le danno il suo vero senso e che richiedono di essere costantemente nutrite dalla preghiera e dalla frequentazione abituale della Parola di Dio. Per questo la preghiera liturgica ha un posto assolutamente primario nel programma quotidiano benedettino. Accanto ad essa vi è, ovviamente, la preghiera privata e la cosiddetta “lectio divina” – cioè lo studio meditato della Sacra Scrittura. Ma agli occhi di San Benedetto – che partecipa allo spirito dei Padri della Chiesa antica – la preghiera per eccellenza è la preghiera liturgica. I salmi, infatti, che, in quanto preghiere bibliche divinamente ispirate, costituiscono il modello di ogni preghiera, sono fatti per essere cantati o recitati in coro, per lodare Dio e per elevare gli animi dei fedeli. Niente può sostituire, come culto accetto a Dio e come edificazione efficace dell’animo umano, questo genere di preghiera, che scandisce i tempi più significativi della giornata monastica, contribuendo in modo sostanziale a costituire e a differenziare, rispetto ad altre realtà umane, la casa e la famiglia di Dio.
Come si è già detto, San Benedetto non si accontenta delle realizzazioni esteriori – tanto meno nella liturgia, come egli si premura di sottolineare nel capitolo XIX – ma vuole che tutto serva a conseguire quelle disposizioni d’animo che sole rendono la vita dei monaci gradita a Dio e agli uomini. Per questo egli dedica il più lungo capitolo della Regola, il VII, a raccomandare e a spiegare la virtù che egli maggiormente apprezza: l’umiltà. E nel penultimo capitolo della Regola, il LXXII, egli riassume efficacemente lo spirito che deve animare ogni aspetto della vita monastica, senza il quale essa sarebbe soltanto un corpo senz’anima: i fratelli «si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore; sopportino con grandissima pazienza le rispettive miserie fisiche e morali; gareggino nell’obbedirsi scambievolmente; nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma piuttosto ciò che giudica utile per gli altri; si portino a vicenda un amore fraterno e scevro da ogni egoismo; temano filialmente Dio; amino il loro abate con sincera e umile carità; non antepongano assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna».

3. Se nella liturgia, come anche nella lettura comune che si fa a tavola e in altri momenti, la celebrazione delle opere di Dio e l’edificazione degli uomini deve essere fatta pubblicamente, ciò esige che essa venga eseguita in modo adeguato, cioè con ordine e proprietà. San Benedetto, dunque, da una parte esige che si seguano determinate norme, dall’altra valorizza le doti di quanti hanno le migliori disposizioni per la lettura e per il canto. Egli aggiunge, però, che, in questo come in altri casi, i talenti di ciascuno devono servire al bene dei fratelli e alla gloria di Dio, ma in nessun modo devono fomentare l’orgoglio o la presunzione di chi li possiede. Le poche indicazioni che egli dà su questo punto sono preziose e possiamo dire che sono state il fondamento di un’intera cultura attraverso i secoli. Egli scrive nel capitolo XXXVIII, sulla lettura in refettorio:
«Alla mensa dei monaci non deve mai mancare la lettura, né è permesso di leggere a chiunque abbia preso a caso un libro qualsiasi, ma bisogna che ci sia un monaco incaricato della lettura, che inizi il suo compito alla domenica».
Primo punto: l’ordine.
Subito dopo aggiunge:
«Dopo la Messa e la comunione, il lettore che entra in funzione si raccomandi nel coro alle preghiere dei fratelli, perché Dio lo tenga lontano da ogni tentazione di vanità».
Secondo punto: il mantenimento dell’umiltà.
Ma alla fine del capitolo il santo aggiunge:
«Però i monaci non devono leggere e cantare tutti secondo l’ordine di anzianità, ma questo incarico va affidato solo a coloro che sono in grado di edificare i propri ascoltatori».
Terzo punto: la valorizzazione dei talenti per un degno servizio di Dio e dei fratelli.
Questi ultimi due punti sono ribaditi anche a proposito delle arti e dei mestieri, nel capitolo LVII:
«Se in monastero ci sono dei fratelli esperti in un’arte o in un mestiere, li esercitino con la massima umiltà, purché l’abate lo permetta. Ma se qualcuno di loro monta in superbia, perché gli sembra di portare qualche utile al monastero, sia tolto dal suo lavoro e non gli sia più concesso di occuparsene, a meno che rientri in se stesso, umiliandosi, e l’abate non glielo permetta di nuovo».
È alla fine di questo capitolo che – dopo aver messo in guardia contro la disonestà e l’avidità del guadagno – il santo aggiunge quelle parole bibliche che sono diventate una sorta di secondo motto benedettino: «Ut in omnibus glorificetur Deus – Affinché in ogni cosa sia glorificato Dio» (cf 1Pt 4, 11).

Tutta l’incalcolabile operosità dei monasteri benedettini nel campo del lavoro, della cultura, della musica, del canto, dell’architettura e decorazione sacra e delle arti più diverse ha la sua radice in queste poche ma fondamentali indicazioni di San Benedetto.

Ad esse bisogna aggiungere le opere propriamente caritative, quali gli ospizi per i pellegrini e i poveri, le varie forme di assistenza ai bisognosi etc. Alcune di queste attività sono state più caratteristiche del medioevo che dei secoli più recenti, e bisogna dire con franchezza che negli ultimi tempi l’Ordine Benedettino, come gli altri ordini claustrali, ha attraversato una forte crisi proprio perché gli si rimproverava di aver pensato soltanto alla santificazione dei suoi membri ma non al bene della società. Sebbene l’accusa sia fondamentalmente ingiusta, essa è tuttavia stimolante, in quanto invita a riconsiderare la funzione dei monasteri e a scoprire quale possa essere il loro ruolo nella società di oggi.
È questo un punto fondamentale che merita un ulteriore approfondimento.




Conversazioni su una Regola Familiare /30

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

L’influsso dell’una e dell’altra scuola sulla vita familiare

 

Da quanto abbiamo detto fin qui, dovrebbe sempre meglio apparire la differenza sostanziale tra la scuola tradizionale e moderna e la “scuola del servizio divino” di San Benedetto, come pure il diverso influsso che l’una e l’altra hanno, o potrebbero avere, sulla vita familiare.

Ma è opportuno chiarire meglio questo punto.

La scuola tradizionale è finalizzata alla conoscenza intellettuale in se stessa e alla sua possibile utilità principalmente nella vita professionale fuori casa. Al contrario, la scuola di San Benedetto è finalizzata all’edificazione della vita quotidiana di un gruppo di persone che vivono insieme e che aspirano a perfezionare non tanto il proprio intelletto, quanto il proprio cuore e la propria condotta, e che, quindi, subordinano al perfezionamento interiore e alla carità che deve animare la vita quotidiana comune anche la più alta attività intellettuale.

Dal fatto che la scuola tradizionale persegua una formazione prevalentemente intellettuale e che si indirizzi principalmente a preparare gli studenti ad un lavoro professionale, consegue che molti aspetti formativi che sono importanti per la vita familiare di tutti i giorni sono da essa totalmente ignorati e che si crea una sorta di “gerarchia di valori”, per la quale alcune competenze sono più generalmente stimate, perché si presume che aprano più facilmente la strada ad una carriera professionale ben retribuita e socialmente apprezzata, mentre altre competenze sono meno stimate, o perché non sembrano prospettare facili carriere lavorative, o perché rivolte a realizzazioni professionali socialmente poco considerate.

Le ripercussioni negative di questa scuola sulla vita familiare sono molte e molto gravi.

Un fatto fortemente negativo è lo stesso culto della scuola e dello studio, che non da oggi domina incontrastato nella società. Se si chiedesse alle persone più diverse qual è il primo, assoluto e quasi sacro dovere dei giovani, pressoché tutte risponderebbero: “Studiare”!

Dunque nell’immaginario collettivo, e in quello dei genitori in particolare, domina l’idea indiscussa e indiscutibile che ciò che dovrebbe costituire l’impegno primario, quasi religioso, dei giovani dai sei ai diciott’anni e oltre è l’applicazione allo studio secondo i parametri della scuola tradizionale e moderna. Ovviamente in questo doveroso impegno non rientra tutto ciò che per la scuola non conta, come quegli aspetti fondamentali per una buona vita quotidiana a cui abbiamo accennato, mentre la “gerarchia di valori” scolastica delle competenze da acquisire si impone a livello generale.

Notiamo ancora che detta “gerarchia di valori” è cambiata radicalmente negli ultimi decenni. Mentre tradizionalmente erano gli studi classici ad essere considerati fondamentali per la formazione intellettuale delle classi dirigenti e per la preparazione alle professioni più stimate, ora sono salite di rango soprattutto le competenze economiche e ingegneristiche.

Mentre gli studi classici miravano soprattutto alla formazione ad una vigorosa vita intellettuale, accompagnata da forti contenuti morali, spirituali ed estetici, la formazione economico-ingegneristica mira direttamente alle opportunità professionali che si presumono presenti nella società attuale. Se la prima aveva, ad ogni modo, il difetto di trascurare l’educazione del cuore e della volontà – dato che i suoi contenuti erano troppo intellettualistici, astratti e avulsi dalla vita quotidiana – la seconda non fa che accentuare maggiormente questo inconveniente, rivolgendo tutto il suo impegno al solo dominio del mondo esteriore attraverso opportune competenze professionali e tecniche.

Ma era ed è difetto comune della scuola tradizionale e di quella moderna sia di anteporre massicciamente la formazione intellettuale a quella morale – e già al suo tempo il Förster osservava come detto sistema stimolasse, ad esempio, la diffusione della “menzogna scolastica”, con grave detrimento del carattere degli studenti – sia di alienare gli animi dei giovani dalla pratica e dalla stima dei “lavori domestici” e di altre competenze necessarie al buon andamento della vita familiare.

A questo ultimo difetto collaborano sostanzialmente gli stessi genitori, e soprattutto le madri, che si fanno un sacro dovere di risparmiare ogni domestica fatica ai figli perché essi possano, senza l’impaccio di impegni di natura “inferiore”, dedicare la maggior parte del loro tempo e delle loro energie ai “superiori” e sacrosanti impegni intellettuali scolastici.

In quale incalcolabile misura questi caratteri della scuola tradizionale e moderna siano in contrasto con gli interessi della vita familiare appare evidente. Per prima cosa essi allontanano dall’animo dei giovani – maschi e femmine – la stessa stima per la vita familiare, fomentando l’idea che sia l’affermazione personale, sia il benessere economico dipendano dalla sola attività professionale fuori casa. Inoltre essi fanno sì che gli studi intellettuali, avulsi dalla vita familiare quotidiana, accaparrino tutto il tempo e tutta l’energia dei giovani negli anni cruciali della loro preparazione alla vita, con il risultato di creare persone squilibrate, nelle quali un’erudizione mentale enormemente sviluppata convive con un comportamento rozzo, profondamente antisociale e facilmente preda delle passioni licenziose – e perciò quanto mai contrario al matrimonio e alla vita familiare -: quello, appunto, che San Benedetto osservava già negli studenti del suo tempo.

Ed è proprio la scuola alternativa che San Benedetto volle opporre ad una scuola così inadeguata che oggi appare quale nuova prospettiva da realizzare, non soltanto per un gruppo ristretto di persone consacrate a Dio, ma per tutta una società civile che si vede minacciata da una sempre più diffusa disgregazione familiare e sociale.

Si è visto, infatti, come la scuola di San Benedetto, pur non disdegnando affatto lo studio intellettuale, lo subordini alla formazione di persone inserite in una società di carattere familiare, la quale li aiuta a sviluppare quelle virtù e quelle competenze che, mentre perfezionano il loro carattere morale, nello stesso tempo contribuiscono alla conservazione di una pacifica convivenza e allo sviluppo del comune benessere materiale e spirituale, cosicché «nessuno sia né turbato né contristato nella casa di Dio».

In conformità a questo programma, San Benedetto ha una scala di valori diametralmente opposta rispetto a quella della scuola tradizionale e moderna. Ciò è espresso in modo esemplare in queste parole del capitolo XXXV della Regola, relativo al servizio di cucina: «I fratelli si servano a vicenda e nessuno sia dispensato dal servizio della cucina, se non per malattia o per un impegno di maggiore importanza, perché così si acquista un merito più grande e si accresce la carità».

Dunque, il servizio di cucina, come tutti i lavori domestici, non è un lavoro “inferiore” da disprezzare e da lasciare alla servitù. Al contrario, lungi dall’essere una “seccatura necessaria” di rango inferiore rispetto allo studio, esso è più prezioso dello studio, dal momento che permette di acquisire maggiori meriti ed è esercizio vissuto di carità. Con i lavori domestici, infatti, si servono i fratelli e si contribuisce a rendere l’ambiente di vita comune rispondente alle necessità di tutti, pulito, ordinato, gradevole, si abituano le membra ad obbedire allo spirito e si acquistano, perciò, preziose abilità fisiche. Per questo essi sono quasi il primo necessario gradino verso le realizzazioni dell’artigianato e dell’arte.

Inoltre, se scopo della vita monastica è di partecipare «con la nostra sofferenza ai patimenti di Cristo per meritare di essere associati al suo regno» (Regola, Prologo), i pesanti lavori domestici servono ad esso assai più dello studio, e perciò devono essere maggiormente stimati.
E tuttavia anche lo studio ha la sua grande dignità, sia perché è anch’esso un lavoro, a volte faticoso, con il quale si può validamente servire al bene degli uomini, sia, ancora di più, perché esso è necessario per crescere nella conoscenza della Sacra Scrittura e della sapienza umana e cristiana. Esso, perciò, deve accompagnare la vita di preghiera e di lavoro del monaco, senza estraniarlo dai doveri della vita comunitaria, ma, al contrario, permettendogli di arricchirla sempre maggiormente.

La preghiera, infatti, che è al centro della vita monastica, si alimenta con la recita e il canto dei salmi, con la lettura pubblica della Sacra Scrittura, con le esortazioni dei pastori, con il culto eucaristico della Chiesa: tutte cose che richiedono un grande sviluppo intellettuale e artistico, nel campo del pensiero, dell’eloquenza, della poesia, della musica, del canto, dell’architettura sacra, della pittura, della scultura, della sartoria, della miniatura… Cultura, dunque, ma cultura incarnata nella vita quotidiana della comunità, che essa anima con una sublime ispirazione di divina poesia.

Ma vedremo meglio in che modo questa “scuola alternativa” possa proporsi come modello nella crisi educativa attuale e riversare la sua luce in modo nuovo nella vita delle famiglie e della società.




Conversazioni su una Regola Familiare /29

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

L’impegno primario del discepolo nella casa di Dio

 

Abbiamo accennato al fatto che San Benedetto, dopo aver fatto, nel Prologo, un’esortazione generica ad una vita santa: «Guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla menzogna. Allontanati dall’iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila», nei successivi capitoli della Regola ne definisce le concrete condizioni di realizzazione nella vita comune.

Vediamo ora di comprendere meglio la Regola in questo suo aspetto fondamentale.

Alcuni versetti del capitolo XXXI, se ben considerati, ce ne svelano tutto lo spirito. Riporto per prima cosa il testo originale latino:

«Horis competentibus dentur quae danda sunt et petantur quae petenda sunt, ut nemo perturbetur neque contristetur in domo Dei».

Proviamo a tradurlo:

«A tempo opportuno si diano le cose da dare e si chiedano le cose da chiedere, cosicché nessuno sia né turbato né contristato nella casa di Dio».

Poche parole, che facilmente passano inosservate, ma che rivelano ciò che distingue la Regola da ogni insegnamento, anche il più sublime, che però rimanga sul piano della dottrina teorica.

Propriamente, le parole che abbiamo riportato si rivolgono al cellerario, cioè all’economo del monastero, e quindi si è portati ad interpretarle come ristrette alle forniture necessarie alla vita pratica. Ma nulla vieta di estenderne il senso a tutto l’ordinamento del monastero, perché effettivamente esse esprimono molto più di quanto si riferisce alla sola funzione del cellerario. Già il fatto che San Benedetto qui si preoccupi della pace degli animi nella casa di Dio, ci autorizza ad estendere il senso delle sue parole. Infatti certamente la pace degli animi non dipende esclusivamente dalla buona gestione delle sole necessità materiali.

Ma andiamo con ordine. Vi sono altri due luoghi nella Regola in cui il monastero è chiamato “casa di Dio”.

Nel capitolo LIII – “L’accoglienza degli ospiti” – si dice:

«[Nella foresteria] ci siano dei letti forniti di tutto il necessario e la casa di Dio sia governata con saggezza da persone sagge».

Abbiamo anche qui una raccomandazione “materiale” seguita da una massima che va estesa ad ogni aspetto della vita del monastero.

Infine nel capitolo LXIV – “L’elezione dell’abate” – si legge:

«[Sventando le manovre di chi vuole eleggere un abate indegno, le persone bene intenzionate] eleggano un buon amministratore della casa di Dio».

Agli occhi di San Benedetto, dunque, il monastero è veramente la casa di Dio, e, per essere tale, deve avere un superiore santo e saggio e deve essere governato saggiamente da quanti ne sono responsabili. Se qui stiamo ancora sul programma generico, il primo testo che abbiamo riportato ci offre la chiave per entrare nella sua realizzazione concreta: ogni cosa deve avere il suo modo, luogo e tempo, perché nella casa di Dio nessuno si turbi o si rattristi.

Cosa significa, dunque, edificare la “casa di Dio”?

San Benedetto invita i suoi discepoli non a qualche finalità mondana, quale si realizza attraverso una professione rivolta a gestire i beni terreni, ma alla finalità di convertire il proprio cuore purificandolo da ogni peccato e orientandolo verso l’amore a Dio e l’obbedienza alla sua volontà. Dunque il discepolo di San Benedetto non si applica principalmente ad agire sulle cose del mondo, ma a lavorare su se stesso.

Si potrebbe dire che egli realizza l’antica massima secondo la quale non è un grande eroe chi conquista un impero, bensì chi sa vincere se stesso.

Ma il dato caratteristico dell’insegnamento del santo è che, nella sua visione realistica, una vita tutta rivolta al perfezionamento del propio cuore, della propria volontà e della propria condotta non si può realizzare adeguatamente se non in comune. Il singolo individuo non potrebbe dedicarsi a questo compito trovandosi a vivere in compagnia di persone che perseguano obiettivi fondamentalmente esteriori, come il guadagno, il successo professionale o la carriera, e che, perciò, pongano la cura di se stessi tra gli accessori.

Prendiamo l’esortazione che abbiamo letto nel Prologo: «Guarda la tua lingua dal male». Nella Regola questa massima viene concretizzata attraverso alcune norme di comportamento che definiscono il clima della vita comune:

«Guardarsi dai discorsi cattivi o sconvenienti, non amare di parlar molto, non dire parole leggere o ridicole, non ridere spesso e smodatamente» (Cap. IV).

«Escludiamo poi sempre e dovunque la trivialità, le frivolezze e le buffonerie e non permettiamo assolutamente che il monaco apra la bocca per discorsi di questo genere» (Cap. VI).

«L’undicesimo grado dell’umiltà è quello nel quale il monaco, quando parla, si esprime pacatamente e seriamente, con umiltà e gravità, e pronuncia poche parole assennate, senza alzare la voce, come sta scritto: “Il saggio si riconosce per la sobrietà nel parlare”» (Cap. VII).

Qui dal generico «guarda la tua lingua dal male» siamo passati a ben precise indicazioni di comportamento quotidiano.

Ma proseguiamo.

Quali sono i caratteri di una vita orientata allo scopo principale di migliorare se stessi davanti a Dio? Li riassume bene il motto benedettino: «Ora et labora», un’esortazione, cioè, a vivere sempre alla presenza di Dio con la preghiera e ad adempiere la sua volontà con le opere. Questi caratteri nella Regola diventano i cardini dell’organizzazione quotidiana della comunità, e la relazione di ciascuno al compito di realizzarli in comune ne caratterizza l’esistenza, cosicché non vi sono spazi e tempi che permettano il formarsi di individualismi e isolamenti avulsi dalla vita comune. La stessa più personale formazione spirituale, culturale o lavorativa, quale si è andata sempre più affermando, anche nei monasteri, soprattutto a partire dal Rinascimento, non può non fare riferimento alle dimensioni dell’impegno comune a costruire e preservare la “casa di Dio”.

Può essere certamente importante per il singolo, e indirettamente anche per gli altri, dedicarsi a un determinato studio o lavoro, ma anche questo lodevole impegno passa in secondo piano quando l’ordine della vita comune richiede di lasciarlo per dedicarsi a preparare o eseguire la preghiera liturgica, o a educare i più giovani, o a curare gli infermi, o anche a dedicarsi agli umili servizi dell’orto, della pulizia o della cucina.

Lo studio e il lavoro, infatti, non valgono per se stessi, ma per meglio entrare nella conoscenza e nel servizio di Dio e del prossimo, e perciò sarebbe contraddittorio perseguirli a scapito dell’osservanza dei precetti della carità che ci impegnano nei doveri della vita quotidiana.

«A tempo opportuno si diano le cose da dare e si chiedano le cose da chiedere, cosicché nessuno sia né turbato né contristato nella casa di Dio» significa, dunque, che preghiera e lavoro devono essere impegni ordinati compiuti in modo armonico e concorde da tutti i membri della comunità, in modo che non rimangano soltanto pie intenzioni lasciate all’improvvisazione individuale, ma diventino realizzazioni ben visibili nella loro concretezza, strutturate nei modi, nei tempi e nei luoghi. Solo questa armoniosa collaborazione nella preservazione di una vita santa rende presente e sperimentabile la “casa di Dio”, nella quale “nessuno si turbi e si rattristi”.

Le stesse tentazioni al peccato vengono qui a scontrarsi con l’ordinamento dei tempi e dei luoghi. Il singolo può essere turbato da un cattivo pensiero, ma non può soffermarsi a coltivarlo: come deve lasciare il proprio studio o impegno personale per seguire l’ordine quotidiano della preghiera e del lavoro, così la stessa legge di disponibilità lo distacca dal pensiero cattivo nel quale sarebbe tentato di indugiare.

I tratti che abbiamo fin qui sottolineato già mostrano i vantaggi della vita monastica rispetto alla vita parrocchiale diocesana, nella quale il sacerdote, una volta uscito dal seminario, non ha il sostegno del «tempo opportuno» fissato per le cose da fare, da dare e da chiedere, e può, perciò, più facilmente indugiare in attività individuali, o anche in pensieri non buoni, che lo porteranno a trascurare i doveri dell’osservanza e della carità. Potrebbero allora mancare le condizioni perché egli «non sia né turbato né contristato».

È anche molto importante sottolineare il fatto che San Benedetto, più di ogni altro, richiama soprattutto l’uomo – ma oggi anche la donna – a non cercare la sua vera realizzazione sostanzialmente fuori casa, come egli è portato a fare, ma a impegnare le sue capacità in primo luogo per edificare la “casa di Dio” nella sua propria famiglia. È questo il senso del richiamo del santo ad esercitare le virtù nel recinto del monastero – capitolo IV. Il giovane Benedetto, che rinuncia alla scuola professionale per dedicarsi a edificare la “casa di Dio”, rappresenta un nuovo e più alto ideale virile, che, paradossalmente, più intimamente avvicina l’uomo alla collaborazione con la donna.

Ma vi sono ancora molte altre osservazioni di fare sulla Regola di San Benedetto e sul suo valore, non solo per la vita monastica.




Conversazioni su una Regola Familiare /28

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

Le varie realtà educative a confronto

 

 

«Chi è l’uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?» scrive San Benedetto nel Prologo della Regola, citando il salmo 33. E risponde proseguendo nella citazione:

«Se vuoi avere la vita, quella vera ed eterna, guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla menzogna. Allontanati dall’iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila».

Fin qui nulla di particolare: il Prologo segue lo schema di una catechesi battesimale e quindi esorta il discepolo ad allontanarsi dal peccato e ad operare il bene.

Ma, inoltrandoci nel testo della Regola, vediamo che il santo non si limita ad esortazioni generiche, bensì entra in tutti i dettagli dell’organizzazione di una “domus” e colloca ogni cosa al suo posto perché il programma di massima di fuggire il male e di fare il bene possa essere realizzato senza rischi in una vita quotidiana condivisa.

Se il seminario e il collegio di Santa Rita hanno impresso nel futuro sacerdote e nella nostra piccola parrocchiana un’impronta incancellabile per la buona gestione della loro vita futura, ciò è dovuto proprio al fatto che l’una e l’altra istituzione non si sono limitate a dare cognizioni, e neanche a dare buoni indirizzi religiosi e morali, ma, come San Benedetto, hanno incarnato questi indirizzi in una bene organizzata vita quotidiana.

Gli anni di seminario e di collegio, se pure sono limitati, si collocano in momenti decisivi per la formazione umana. Ma i relativi destini di chi ha frequentato l’uno o l’altro istituto sono diversi. Mentre la giovane che esce dal collegio probabilmente si formerà una famiglia e, se la sua formazione è stata buona, metterà in pratica nella sua vita familiare ciò che ha appreso in collegio, il sacerdote non si forma una famiglia, né, d’altra parte, è destinato a vivere in un monastero. Inoltre la sua formazione ha avuto un taglio forse eccessivamente intellettualistico. Da ciò deriva che i sacerdoti, tanto più nella società di oggi, conducono una vita fortemente a rischio, con gravi ripercussioni sulla loro missione educativa. Questo è un punto su cui dovremo tornare.

Se consideriamo che la presenza di collegi oggi è molto limitata, dobbiamo ora chiederci se e come la scuola potrebbe assumere una funzione analoga alla loro, pur senza averne la struttura e l’organizzazione.

Ma lasciamo in sospeso, per ora, questa domanda e cerchiamo di tracciare un panorama il più possibile completo della situazione che abbiamo cercato di delineare.

Al centro del nostro interesse vi è la famiglia – e abbiamo sottolineato le enormi difficoltà che essa deve affrontare nell’ora presente.

Vi è, poi, la scuola, che dovrebbe essere chiamata a formare i giovani alla vita familiare, prima che a quella professionale, non solo e non principalmente con un’istruzione teorica e tecnica, ma anche e soprattutto attraverso la formazione del carattere, delle convinzioni e delle virtù – ciò che, tuttavia, al momento essa non si propone e non è in grado di fare.

L’opera dei collegi, anche quando si tratta di istituti di ottima qualità, ha un’azione sempre più limitata.

Da parte sua la formazione catechistica appare ancora alle prese con tentativi, non sempre felici, di rinnovamento, senza tuttavia mostrare un vero superamento di schemi troppo intellettualistici.

A monte di essa vi è una formazione seminaristica che ha elementi preziosi, ma che da una parte è anch’essa eccessivamente intellettualistica, e dall’altra con grande difficoltà riesce a prolungare la sua influenza nel clero dopo il periodo della sua residenza in seminario.

Il sacerdote in parrocchia, infatti, trova difficoltà ad organizzare una vita sanamente e santamente ordinata, non avendo né una famiglia, né una comunità a cui appoggiarsi, in un mondo, come il nostro, pieno di pericoli sempre più insidiosi e invadenti.

Abbiamo, infine, i monasteri, che dovrebbero diffondere la loro luce come modelli di realizzazione completa e permanente di vita associata sanamente e santamente organizzata, ma che devono ancora acquisire la consapevolezza della missione, in qualche modo nuova, a cui oggi sono chiamati a favore sia della famiglia, sia della scuola, sia del clero diocesano.

In questo panorama appare, dunque, centrale e risolutiva la presenza dei monasteri, che, come realizzazione concreta e permanente della “scuola alternativa” e della famiglia come “casa di Dio”, potrebbero rappresentare – se fossero disposti ad una nuova presa di coscienza e ad un profondo rinnovamento – un fattore decisivo per affrontare la crisi dei nostri giorni.

Ma per comprendere meglio questo punto dovremo aprire un discorso più ampio sulla Regola di San Benedetto e sulla tradizione benedettina.




Conversazioni su una Regola Familiare /27

I seminari, i collegi e l’attuale disagio delle famiglie

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

 

Abbiamo detto che anche la formazione teologica dei sacerdoti avrebbe bisogno di una revisione. Infatti, sebbene essa abbia per oggetto argomenti certamente legati alla “vita dell’anima”, non si può negare che essi per lo più vengano affrontati sul piano puramente teorico e intellettuale.

Ma, a proposito della formazione sacerdotale, vi è una considerazione molto importante da fare.

Negli anni di seminario il giovane che si prepara al sacerdozio vive una vita quasi monastica. Egli, cioè, fa parte di una comunità di giovani che condividono le sue stesse aspirazioni e seguono regole di vita comune ispirate ad un alto ideale morale e religioso sotto la sorveglianza di guide spirituali sagge e sperimentate.

Questa forma di vita potrebbe costituire un modello di vita e di scuola cristiana, nella quale i principi della fede e della cultura religiosa non rimangono teorie astratte, ma si incarnano nelle azioni concrete di una realtà quotidiana comunitaria regolata da precisi ordinamenti. Vi sono orari stabiliti per la levata mattutina, per la preghiera comune, per lo studio e, se pure in misura limitata, dato il carattere di formazione prevalentemente intellettuale del seminario, anche per la cura della casa.

Inoltre, sebbene la formazione teologica sia di tipo intellettualistico, la preparazione al sacerdozio comporta anche una formazione liturgica, e ciò richiede l’acquisizione di abilità pratiche, quali l’uso espressivo della parola, nella lettura e nella predicazione, la musica e il canto. Sono anche previste esperienze di attività pastorale e caritativa.

Dunque, questa convivenza, regolata da precise norme di vita cristiana che richiedono la realizzazione concreta dei principi religiosi nella vita di tutti i giorni, potrebbe in qualche misura correggere l’indirizzo intellettualistico degli studi teologici. In questo senso essa rispecchia i caratteri fondamentali della vita monastica.

Ma per due aspetti essenziali le due forme di vita si distinguono: il primo consiste, come abbiamo accennato, nel carattere marcatamente intellettualistico degli studi di seminario e nel fatto che questi ultimi facilmente assorbono tutta l’attenzione di discenti e docenti; il secondo sta nel fatto che la vita di seminario ha una durata limitata a pochi anni, mentre chi abbraccia la vita monastica rimane per tutta la vita nel monastero, cioè in una forma di vita comune regolata da alti principi religiosi e morali. Ora l’esperienza insegna che i sacerdoti, una volta usciti dal seminario, con molta difficoltà sostengono ritmi di vita bene ordinati, a salvaguardia di una vita santa, sana e felice.

L’esempio del seminario, dei suoi grandi vantaggi e dei suoi limiti e quello analogo, ma sostanzialmente diverso, del monastero, possono costituire riferimenti preziosi per un confronto con la scuola laica e per una sua possibile riforma.

Proseguendo nelle nostre riflessioni, vorrei fare riferimento ad un’esperienza personale.

Anni fa viveva nella parrocchia di cui ero parroco una famiglia composta da padre, madre e quattro figlie, ancora molto giovani – la più piccola non ancora in età scolare. Come poi si sarebbe capito, la famiglia si appoggiava sostanzialmente sul padre, un buon uomo, esperto in tutti i lavori pratici, che stravedeva per le sue quattro figlie.

Ma un giorno scoppia la tragedia. Per un banale lavoro in casa – la sostituzione di una lampadina – il buon uomo, colpito da una scossa elettrica, muore sul colpo.

La famiglia si trova completamente scombussolata, non tanto sul piano finanziario, quanto per l’incapacità della madre di affrontare la situazione. Per fare un esempio eloquente, ricordo che una mattina andai da loro verso le dieci e trovai che ancora tutti dormivano.

Le due figlie più grandi, e soprattutto la seconda, già incominciavano ad avere problemi adolescenziali, per i quali si interessò molto l’assistente sociale.

Grazie a circostanze favorevoli, la parrocchia riuscì a collocare le due figlie più piccole nel collegio di Cascia, dipendente dal monastero delle suore agostiniane di Santa Rita.

Dopo alcuni anni, una persona che aveva avuto dei contatti con la penultima delle quattro figlie mi riferì che la ragazza non finiva di ringraziare il cielo per il tempo che aveva trascorso nel collegio di Cascia e per la buona educazione che vi aveva ricevuto.

L’episodio ci fa comprendere come sia difficile creare una buona “economia” familiare senza la necessaria preparazione, non solo e non sostanzialmente tecnica, ma soprattutto morale. Ovviamente le varie cognizioni e abilità sono necessarie, ma il fondamento sostanziale necessario per l’economia familiare è morale e, se possibile, religioso. Per questo fu una vera grazia per le due bambine trovare un collegio come quello di Cascia.

Teniamo presente, però, che queste istituzioni ormai sembra che vadano scomparendo e che, ad ogni modo, solo una piccola minoranza se ne avvale, e si tratta di persone per lo più in condizioni familiari sfavorevoli.

Ma non dovremmo dire che pressoché tutte le famiglie oggi sono in condizioni sfavorevoli? L’amico Guido Mastrobuono nei suoi interventi spiega come siano le stesse tendenze della legislazione a favorire il disagio delle famiglie. Ma, a parte questo aspetto, vi sono anche una mentalità e una cultura diffuse che minano alla radice l’economia familiare.

Il mito della carriera professionale quale obiettivo supremo e universale, il disprezzo della maternità, vista come ostacolo a detta carriera, il giovanilismo, ben rappresentato dalla pubblicità di un conto bancario “a favore” (?!) dei giovani: “I giovani possono permettersi tutto!”, la falsa educazione sessuale, che si vorrebbe estendere fino ai più piccoli, l’invasione incontrollata nell’ambiente di vita di tutti – e ancora: anche dei più piccoli – da parte di un’elettronica sempre più sofisticata: questi ed altri fattori rendono tragicamente sfavorevoli le condizioni generali della famiglia moderna.

Può la scuola di oggi, ancora meno “scuola dell’anima” rispetto a quella tradizionale, offrire un rimedio a questa situazione? Evidentemente no!

Se il Förster, al suo tempo, poteva dire che una cultura tutta rivolta a risolvere i problemi con un’istruzione puramente intellettualistica e con lo sviluppo di tecniche sempre più esteriormente efficienti serve soltanto alla degenerazione morale, possiamo ben dire che oggi questo pericolo è cresciuto in misura esponenziale. Infatti, le conoscenze che trasmette la scuola sono sempre meno rivolte alla formazione interiore e le tecniche messe al servizio degli incontrollati desideri umani hanno raggiunto livelli che cent’anni fa erano inimmaginabili. Dunque, il richiamo dell’illustre pedagogista alla scuola perché abbandoni il suo carattere intellettualistico e tecnico per mettersi efficacemente al servizio di una “civiltà dell’anima” appare sempre più attuale.

Chiediamoci: se i giovani non ricevono la formazione adeguata per una sana “economia” familiare dalla scuola, da chi dovrebbero riceverla? C’è il catechismo, certamente, ma anch’esso, come già accennato e come vedremo meglio in seguito, per lo più si dimostra troppo inadeguato al suo compito – e, ad ogni modo, non può sostituirsi alla scuola, ma soltanto integrarla. E cos’altro?

L’unica soluzione, dunque, è che la scuola – almeno la scuola parentale, nei limiti che le sono concessi – dopo un profondo esame di coscienza, abbia il coraggio di intraprendere un cambiamento sostanziale. Come si è già visto da quanto osservato fin qui, detto cambiamento non potrebbe che ispirarsi alla “scuola alternativa” di San Benedetto.

Ma dovremo ora considerare le varie realtà che si occupano dell’educazione dei piccoli e dei giovani e chiederci quale posto occupano, o potrebbero occupare, in relazione ad esse, l’insegnamento di San Benedetto e i monasteri.




Conversazioni su una Regola Familiare /26

 

La scuola, la catechesi, la carità e la riforma del modello educativo

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

 

 

Pensare che l’attuale scuola pubblica, pronta ad accogliere le indicazioni dell’OMS sull’educazione sessuale, voglia uniformarsi alla “scuola del servizio divino” di San Benedetto è certamente utopistico. Ma la cosa cambia aspetto se consideriamo le prospettive della scuola parentale, che già si sta diffondendo, anche in Italia, e dei legami che essa potrebbe stringere con la nostra iniziativa “San Benedetto e la vita familiare” e con la scuola online “La corona di dodici stelle”. E un’analoga sinergia si potrebbe prospettare anche con la catechesi, nelle sue varie forme, e con l’azione caritativa e sociale – realtà che, per quanto a prima vista non appaia, hanno un legame sostanziale con la scuola.

Gli stessi sacerdoti, infatti, dovrebbero essere interessati a ripensare l’evangelizzazione e l’attività caritativa – la quale è rivolta anche ai non credenti – attraverso una nuova presa di coscienza dell’attualità dell’insegnamento di San Benedetto.

È importante osservare, a questo proposito, che il comandamento: “dare il pane agli affamati” non deve essere inteso in senso riduttivo. Il pane si dà veramente quando si dà completo, cioè quando non ci si limita a dare un sostentamento fisico, che se è “una tantum” risolve poco e se è costante potrebbe facilmente fomentare ozio e abuso. Il “pane completo” potrebbe essere ben rappresentato da quello che il Beato Schuster chiamava «il pane spirituale di San Benedetto», che consiste nel creare i presupposti di una vita – e in particolare di una vita familiare – sana e felice.

Abbiamo sottolineato l’aggettivo “familiare” per il fatto ovvio – ma che troppo spesso viene trascurato – che è condizione pressoché universale di ognuno di vivere in famiglia e che, perciò, la qualità “sana” e “felice” della vita non può realizzarsi se non a livello comunitario. Un singolo può avere le migliori predisposizioni, ma se esse non sono condivise dallo stile di vita della sua famiglia, nella pratica egli sarà sempre ostacolato nella realizzazione di una vita sana.

Se, dunque, il “pane completo” si estende alla necessità di migliorare, attraverso formazione e mezzi adeguati, la condizione delle persone e delle loro famiglie, non c’è dubbio che nelle opere di carità rientrino a pieno titolo tanto la catechesi quanto la scuola.

Per quanto riguarda la prima, essa dovrebbe tendere non solo a trasmettere delle cognizioni, ma anche a realizzarne il senso nella vita di tutti i giorni. Anzi, la vita stessa del sacerdote dovrebbe essere una catechesi, e perciò dovrebbe assumere quei caratteri di “vita santa, sana e felice” che egli ha l’alta missione di diffondere, promuovere e salvaguardare.

Quanto alla scuola, essa per prima cosa dovrebbe trasmettere gli insegnamenti e gli strumenti necessari per creare e gestire saggiamente la vita di ciascuno, e quindi, per quello che si è detto, la vita familiare.

Sembra, dunque, di poter dire che sia la cultura scolastica laica, sia la cultura teologica ecclesiastica dovrebbero subire una profonda revisione, la quale, spogliandole del loro carattere astratto e teorico, le converta in disposizioni interiori, abitudini di vita e competenze che rendano capaci chi le possiede di ordinare saggiamente e cristianamente la vita personale e familiare di tutti i giorni – e di riflesso anche la vita sociale, che ha sempre un legame di reciprocità con la vita familiare.

È questo il carattere della “scuola del servizio divino” di San Benedetto: essa non disprezza la cultura della mente, ma la subordina alla formazione dell’intima personalità di ciascuno, la quale si realizza attraverso l’autodonazione nell’attività spirituale e lavorativa – «ora et labora» – nell’ambito di una bene ordinata vita quotidiana comunitaria. È in essa che tanto le umili virtù quanto le più alte qualità e competenze trovano il loro concreto esercizio.  

Abbiamo parlato di “revisione” perché, come abbiamo accennato, né la scuola laica, né la scuola teologica hanno questi caratteri, o li hanno in misura insufficiente.

Per quanto riguarda la scuola laica, l’illusione, già denunciata dal Förster cent’anni fa, che educazione intellettuale equivalga ad educazione “tout court” e che perciò nell’ambito morale, e specialmente della morale sessuale, tutto si riduca ad un problema di “corretta informazione”, è il segno tangibile della sua inadeguatezza. Ma questa illusione si è ora immensamente rafforzata per la sempre più scadente banalizzazione delle stesse “corrette informazioni”.

In una pubblica ASL si leggono avvisi di questo tenore: “Se usi gli anticoncezionali, potrai continuare gli studi”, mentre sempre più si diffonde la convinzione che anche l’aborto è un ottimo mezzo per “continuare gli studi”.

Sarà, dunque, legittimo chiedersi: Quali studi? Che scuola è questa? A che cosa prepara? Esclusivamente a superare gli esami? Ovvero ad avere qualche competenza utile per acquistare prestigio sociale o per guadagnarsi da vivere? Ma vivere come? Questo alla scuola non interessa! Che una formazione puramente mentale conviva con lo sviluppo dei peggiori vizi, per la scuola attuale non è un problema! La cultura che essa trasmette non ha nulla a che spartire con l’intima formazione del carattere, della volontà, delle convinzioni e delle disposizioni morali, e quindi con le virtù necessarie ad una sana e felice vita personale e convivenza familiare. Anzi, la vita familiare viene presentata quasi come un peso, soprattutto per la donna, per la quale, come per l’uomo, si prospetta come unica e vera realizzazione il lavoro stipendiato fuori casa e l’autoaffermazione sociale. Che per eliminare gli ostacoli a questa prospettiva di “carriera professionale e sociale” siano leciti, e anche raccomandati, contraccezione e aborto, è del tutto normale e rientra nell’orientamento della scuola attuale, che, assai meno di quella del tempo del Förster, si occupa di una cultura che sia “cultura dell’anima”!

Non c’è dubbio che San Benedetto avrebbe molto da obiettare a questo modello educativo e che proprio al suo insegnamento dovrebbe ispirarsi un’efficace e profonda trasformazione della scuola.

Nella prossima conversazione approfondiremo l’argomento, considerando anche la scuola teologica e altre esperienze educative.