Conversazioni su una Regola Familiare /26

 

La scuola, la catechesi, la carità e la riforma del modello educativo

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

 

 

Pensare che l’attuale scuola pubblica, pronta ad accogliere le indicazioni dell’OMS sull’educazione sessuale, voglia uniformarsi alla “scuola del servizio divino” di San Benedetto è certamente utopistico. Ma la cosa cambia aspetto se consideriamo le prospettive della scuola parentale, che già si sta diffondendo, anche in Italia, e dei legami che essa potrebbe stringere con la nostra iniziativa “San Benedetto e la vita familiare” e con la scuola online “La corona di dodici stelle”. E un’analoga sinergia si potrebbe prospettare anche con la catechesi, nelle sue varie forme, e con l’azione caritativa e sociale – realtà che, per quanto a prima vista non appaia, hanno un legame sostanziale con la scuola.

Gli stessi sacerdoti, infatti, dovrebbero essere interessati a ripensare l’evangelizzazione e l’attività caritativa – la quale è rivolta anche ai non credenti – attraverso una nuova presa di coscienza dell’attualità dell’insegnamento di San Benedetto.

È importante osservare, a questo proposito, che il comandamento: “dare il pane agli affamati” non deve essere inteso in senso riduttivo. Il pane si dà veramente quando si dà completo, cioè quando non ci si limita a dare un sostentamento fisico, che se è “una tantum” risolve poco e se è costante potrebbe facilmente fomentare ozio e abuso. Il “pane completo” potrebbe essere ben rappresentato da quello che il Beato Schuster chiamava «il pane spirituale di San Benedetto», che consiste nel creare i presupposti di una vita – e in particolare di una vita familiare – sana e felice.

Abbiamo sottolineato l’aggettivo “familiare” per il fatto ovvio – ma che troppo spesso viene trascurato – che è condizione pressoché universale di ognuno di vivere in famiglia e che, perciò, la qualità “sana” e “felice” della vita non può realizzarsi se non a livello comunitario. Un singolo può avere le migliori predisposizioni, ma se esse non sono condivise dallo stile di vita della sua famiglia, nella pratica egli sarà sempre ostacolato nella realizzazione di una vita sana.

Se, dunque, il “pane completo” si estende alla necessità di migliorare, attraverso formazione e mezzi adeguati, la condizione delle persone e delle loro famiglie, non c’è dubbio che nelle opere di carità rientrino a pieno titolo tanto la catechesi quanto la scuola.

Per quanto riguarda la prima, essa dovrebbe tendere non solo a trasmettere delle cognizioni, ma anche a realizzarne il senso nella vita di tutti i giorni. Anzi, la vita stessa del sacerdote dovrebbe essere una catechesi, e perciò dovrebbe assumere quei caratteri di “vita santa, sana e felice” che egli ha l’alta missione di diffondere, promuovere e salvaguardare.

Quanto alla scuola, essa per prima cosa dovrebbe trasmettere gli insegnamenti e gli strumenti necessari per creare e gestire saggiamente la vita di ciascuno, e quindi, per quello che si è detto, la vita familiare.

Sembra, dunque, di poter dire che sia la cultura scolastica laica, sia la cultura teologica ecclesiastica dovrebbero subire una profonda revisione, la quale, spogliandole del loro carattere astratto e teorico, le converta in disposizioni interiori, abitudini di vita e competenze che rendano capaci chi le possiede di ordinare saggiamente e cristianamente la vita personale e familiare di tutti i giorni – e di riflesso anche la vita sociale, che ha sempre un legame di reciprocità con la vita familiare.

È questo il carattere della “scuola del servizio divino” di San Benedetto: essa non disprezza la cultura della mente, ma la subordina alla formazione dell’intima personalità di ciascuno, la quale si realizza attraverso l’autodonazione nell’attività spirituale e lavorativa – «ora et labora» – nell’ambito di una bene ordinata vita quotidiana comunitaria. È in essa che tanto le umili virtù quanto le più alte qualità e competenze trovano il loro concreto esercizio.  

Abbiamo parlato di “revisione” perché, come abbiamo accennato, né la scuola laica, né la scuola teologica hanno questi caratteri, o li hanno in misura insufficiente.

Per quanto riguarda la scuola laica, l’illusione, già denunciata dal Förster cent’anni fa, che educazione intellettuale equivalga ad educazione “tout court” e che perciò nell’ambito morale, e specialmente della morale sessuale, tutto si riduca ad un problema di “corretta informazione”, è il segno tangibile della sua inadeguatezza. Ma questa illusione si è ora immensamente rafforzata per la sempre più scadente banalizzazione delle stesse “corrette informazioni”.

In una pubblica ASL si leggono avvisi di questo tenore: “Se usi gli anticoncezionali, potrai continuare gli studi”, mentre sempre più si diffonde la convinzione che anche l’aborto è un ottimo mezzo per “continuare gli studi”.

Sarà, dunque, legittimo chiedersi: Quali studi? Che scuola è questa? A che cosa prepara? Esclusivamente a superare gli esami? Ovvero ad avere qualche competenza utile per acquistare prestigio sociale o per guadagnarsi da vivere? Ma vivere come? Questo alla scuola non interessa! Che una formazione puramente mentale conviva con lo sviluppo dei peggiori vizi, per la scuola attuale non è un problema! La cultura che essa trasmette non ha nulla a che spartire con l’intima formazione del carattere, della volontà, delle convinzioni e delle disposizioni morali, e quindi con le virtù necessarie ad una sana e felice vita personale e convivenza familiare. Anzi, la vita familiare viene presentata quasi come un peso, soprattutto per la donna, per la quale, come per l’uomo, si prospetta come unica e vera realizzazione il lavoro stipendiato fuori casa e l’autoaffermazione sociale. Che per eliminare gli ostacoli a questa prospettiva di “carriera professionale e sociale” siano leciti, e anche raccomandati, contraccezione e aborto, è del tutto normale e rientra nell’orientamento della scuola attuale, che, assai meno di quella del tempo del Förster, si occupa di una cultura che sia “cultura dell’anima”!

Non c’è dubbio che San Benedetto avrebbe molto da obiettare a questo modello educativo e che proprio al suo insegnamento dovrebbe ispirarsi un’efficace e profonda trasformazione della scuola.

Nella prossima conversazione approfondiremo l’argomento, considerando anche la scuola teologica e altre esperienze educative.

Conversazioni su una Regola Familiare /25

L’irradiazione di San Benedetto sulla scuola

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

Ripensiamo ancora una volta l’esperienza del giovane San Benedetto. La sua famiglia era certamente una buona famiglia provinciale di tradizione romana e cristiana. Il fatto che la sorella Scolastica fosse consacrata a Dio fin dall’infanzia, mostra quale dovesse essere il clima di virtù e di religione che si respirava in famiglia.

Ma venendo a Roma per gli studi superiori il giovane Benedetto trova tutto il contrario di ciò che ha imparato in famiglia. In particolare ai giovani non si insegna né la castità, né la responsabilità nell’uso dei beni, né la dedizione del proprio libero volere al bene comune.

Questi difetti della scuola di allora si sono immensamente aggravati nei tempi recenti. Non solo non si insegna la castità, ma, mentre fino a pochi decenni fa almeno se ne insegnava indirettamente la stima, ad esempio con lo studio de “I promessi sposi”, oggi vi sono programmi pensati per la scuola che intendono positivamente insegnare, anche ai più piccoli, tutte le pratiche sessuali, comprese le più perverse – si può vedere, ad esempio, questo articolo:

https://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/educazione-sessuale-e-direttive-oms-alcune-note-a-margine/

E lo stesso vale per quanto riguarda l’uso dei beni e la libertà: in tutto e per tutto la nostra società, e di riflesso anche la nostra scuola, insegnano ai giovani a sperperare i beni senza riguardi, a rivendicare la più completa autonomia ed a pretendere con arroganza una libertà che non tollera alcun freno.

Tornando a San Benedetto, possiamo ben capire che, nella sua situazione e nell’epoca critica in cui si trovava, egli non poteva pensare ad inventare una scuola diversa aperta a tutti i giovani. Benedetto non vide altra alternativa che fuggire da una scuola che non insegnava la vita ma la morte e cercare rifugio in Dio solo. Tornare in famiglia non sarebbe stato proponibile ad un giovane che ne era uscito per costruire qualche cosa di nuovo, e l’idea di formare una famiglia cristiana, oltre ad essere prematura, data la sua età, doveva scontrarsi con l’obiezione che, in ogni caso, l’eventuale nuova famiglia si sarebbe trovata a vivere in un mondo corrotto.

Osserviamo ancora che, se è vero che l’amore tra l’uomo e la donna, la disponibilità dei beni creati e la libertà del volere sono i tre titoli più alti della dignità e della felicità umana, è anche vero che essi costituiscono nello stesso tempo le tentazioni più grandi che, da che mondo è mondo, conducono all’abuso, alla rovina personale e sociale e all’infelicità. Nulla di strano, dunque, che Benedetto vedesse, come rimedio radicale ad una società che preparava i suoi giovani all’abuso dell’amore, del possesso e della libertà, e perciò alla rovina, la rinuncia a quei medesimi beni costituita dai voti monastici.

Ma ricordiamo che si tratta, in realtà, di una rinuncia più apparente che reale.

Come già notavo nella seconda conversazione, Gesù ha promesso: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna» (Mc 10,29-30).

La prima parte della promessa non è meno importante della seconda. Non è dunque corretto, come si fa abitualmente, sottolineare soltanto la promessa della vita eterna senza dare peso alla promessa del centuplo in questa vita. Da questa promessa si capisce che, in realtà, il monaco ritrova i beni a cui ha rinunciato ad un livello molto più alto e più universale. Ciò è dimostrato, tra l’altro, anche dall’episodio dell’incontro tra San Benedetto e Santa Scolastica.

Certamente San Benedetto intuiva, se pure in modo in qualche modo embrionale, che il suo problema con la scuola e con la gioventù studiosa non era soltanto una questione sua personale, ma riguardava il destino stesso della civiltà, e questa intuizione doveva accompagnare i monasteri benedettini attraverso i secoli. Infatti, in vari modi, secondo i bisogni delle diverse epoche, i monasteri hanno cercato di compiere anche una missione di civiltà verso la società civile. Basta pensare alle scuole pubbliche organizzate dai benedettini almeno fin dal tempo di Carlo Magno.

Ma penso che oggi si richieda un cambiamento sostanziale per quanto riguarda la missione civile e religiosa di San Benedetto nella società. Quella «scuola del servizio divino» che il santo aveva pensata esclusivamente per i monaci, ora deve manifestare la sua profonda natura universale. Non si tratta più, cioè, di aprire scuole sul modello di quelle tradizionali, se pure con un’ispirazione religiosa di fondo, ma di portare nella scuola pubblica quella rivoluzione sostanziale che era nata dalla drammatica esperienza del giovane Benedetto e che, per sua natura, era destinata, se pure a distanza di secoli, ad affrontare ed a correggere i difetti di fondo della scuola tradizionale.

Già il Beato Card. Schuster, in un discorso tenuto a Montecassino il 21 marzo 1942, diceva che «a rendere (…) stabile ed universale» l’apostolato di San Benedetto «nella Chiesa, la Provvidenza Divina ha disposto che il Patriarca, prima a Subiaco, poi in questa Acropoli Cassinese aprisse e fondasse un’alta Schola di santità, dove insegnando l’arte sublime della rinunzia a se medesimo per porsi a servizio del Signore – Dominici Schola servitii – si preparassero i futuri operai di Dio per la rinnovazione dell’Europa di domani».

E aggiungeva:

«Se non m’inganno, io prevedo già che allora più che mai», cioè dopo la guerra, «verrà opportuno l’aiuto della Famiglia benedettina, che alle scienze, alle arti sacre, alle future generazioni di studiosi e di studenti dischiuderà di bel nuovo le porte delle badie, comunicando anche ai laici il pane spirituale di san Benedetto».

Se lo Schuster qui ancora indugia sull’aspetto intellettuale dell’operosità benedettina, parlando di scienze e di arti sacre e di studiosi e di studenti, poco dopo egli si corregge:

«Al Signore che nuovamente va in cerca, non già di dottori, di predicatori, di uomini di genio, ma semplicemente di quelle anime di dedizione cui Dio onora col titolo glorioso di operai suoi: operarium suum, san Benedetto nella Regola c’invita a rispondere: presente!».

Dunque «il pane spirituale di San Benedetto», che lo Schuster voleva comunicare «anche ai laici», non era, nel pensiero più profondo del Beato, principalmente quello delle scienze e della arti sacre, bensì quell’«arte sublime della rinunzia a se medesimo per porsi a servizio del Signore» che forma gli «operai di Dio» e di cui la scuola di San Benedetto è la vera dispensatrice.

È giunta ormai l’ora, dunque, in cui dalla sua reclusione nei monasteri la scuola benedettina, nata come contestatrice della scuola pubblica, rifluisca in quest’ultima per favorirne un’intima trasformazione, per il bene e la salvezza della civiltà.

Ma dovremo considerare più dettagliatamente questo programma.

Conversazioni su una Regola Familiare /24

Qual è l’economia che governa la società?

di Don Massimo Laponi O.S.B.

 

Questo breve video dell’amico Guido Mastrobuono con poche parole centra l’essenza di un discorso di fondamentale importanza:

http://www.delusidalbamboo.org/2017/05/videoblog-perche-si-vuole-distruggere-la-famiglia/?fb_action_ids=10154674706944856&fb_action_types=news.publishes

Osserviamo, per prima cosa, che qui tutto il problema viene posto sul piano economico. Se ciò a prima vista può sembrare riduttivo, questa impressione viene dissipata da un’analisi più approfondita.

È opinione diffusa che l’economia sia il vero motore del comportamento umano e della storia e che perciò sia necessario che i giovani ricevano una formazione di carattere soprattutto economico. Vorrei adottare questo punto di vista, ma, paradossalmente, per trarne conseguenze del tutto opposte a quelle comuni.

Mettere l’economia al centro di tutto, contrariamente a ciò che si pensa, non porta affatto alla dottrina marxista del “materialismo storico”, né a considerare secondari e irrilevanti i fattori spirituali, morali, ideali e religiosi. Che sia tutto l’opposto, lo dimostra un fatto elementare, che a Marx e ai materialisti è totalmente sfuggito: il significato etimologico della parola “economia”.

La parola ECONOMIA viene dai due vocaboli greci OIKOS e NOMOS. Il primo corrisponde più o meno alla parola latina DOMUS, che in italiano si traduce, con il termine un po’ debole CASA, mentre in inglese si può tradurre con la parola più espressiva HOME. Il senso della parola NOMOS può essere bene espresso dalle parole italiane LEGGE o REGOLA. Per usare una lingua più vicina al greco antico, cioè il latino, potremmo tradurre ECONOMIA con DOMUS RECTA REGULATIO, cioè CORRETTA AMMINISTRAZIONE DELLA CASA (HOME).

Dunque al centro dell’economia, secondo il senso etimologico della parola, non vi è né l’industria, né la lotta di classe, né la legislazione sul lavoro, né il Ministero delle Finanze, ma vi è la vita domestica regolata da saggi ordinamenti.

Se è così, e se la scuola dovrebbe dare ai giovani una buona formazione “economica”, allora la sua prima preoccupazione dovrebbe essere di metterli in grado di formare e di condurre bene una “home”, una “domus”, cioè non un edificio che chiamiamo “casa”, ma una realtà che chiamiamo “famiglia” – mentre la loro formazione ad una professione esterna alla “domus” dovrebbe avere un posto secondario e subordinato alla formazione propriamente “economica”.

Sembra, però, che, fin dal tempo di San Benedetto, la scuola non abbia adempiuto bene a questo compito e che San Benedetto sia stato quello che più di ogni altro lo ha capito, fino al punto di rinunciare alla scuola per crearne un’altra alternativa.

Ma a volte sono necessari secoli perché le idee maturino.

San Benedetto pensò che la sua scuola alternativa fosse tale fino al punto di essere riservata a chi rinunciava completamente al mondo per trovare in Dio soltanto i fondamenti incrollabili di una vita “familiare” sana e santa.

Con il passare del tempo, tuttavia, sempre più ci rendiamo conto che l’alternativa di San Benedetto non deve restare confinata al mondo dell’ascesi monastica, ma deve interpellare tutti gli uomini, portandoli a ripensare la loro idea di “scuola” e i rapporti tra essa e la vita familiare. Se, infatti, la scuola così com’è – e come era già al tempo di San Benedetto – non è adatta ad avviare i giovani ad una vita condivisa sana, questo non è un problema riguardante la sola salvezza eterna del giovane Benedetto, ma è un problema di civiltà che riguarda tutti.

È, dunque, venuto il momento in cui quella scuola che San Benedetto credeva di destinare soltanto a chi rinunciava al mondo si riveli invece quale risposta creativa e alternativa indispensabile alla scuola inadeguata che abbiamo ereditato dalle generazioni passate e che, anziché migliorarla, stiamo peggiorando sempre di più.

Dal video sopra riportato appare chiaramente quale grande ammortizzatore sociale sia la famiglia, anche sul piano strettamente finanziario – parola che, come si è detto, non è sinonima di “economico”. Ma ciò che il video lascia sottinteso è che gli aspetti finanziari a loro volta dipendono da realtà di tutt’altra natura, le quali sono a fondamento sia dei legami affettivi tra i familiari, sia delle abitudini e delle norme che regolano la vita comune.

Se la famiglia interviene come insostituibile strumento di salvaguardia, ovvero di recupero, nelle crisi, oggi sempre in agguato, rappresentate dai possibili disordini comportamentali, dalla disoccupazione, dalla malattia o dalla morte, ciò non è a motivo di qualche strategia finanziaria, ma per la presenza, nella vita familiare, di fattori spirituali e morali determinanti, che dunque devono essere ben considerati, studiati e coltivati da una sana educazione e formazione scolastica. Se, infatti, da detti fattori deriva la sana economia delle famiglie, e quindi dell’intera società, è necessario che i membri di una famiglia, e specialmente i genitori, siano messi in grado di avvalersene, e questo è un compito che può essere svolto soltanto dalla scuola, ma da una scuola totalmente ripensata.

Come, dunque, potremmo chiarire la natura di detti fattori?

Proprio i tre voti monasrici – castità, povertà e obbedienza – ce ne danno la chiave.

Sebbene, ovviamente, nelle famiglie non si richieda la rinuncia radicale ai superiori beni umani dell’amore coniugale, del possesso e dell’autonomia del volere, perché proprio su quei beni esse si fondano, paradossalmente San Benedetto ha visto bene che le tre relative rinunce hanno un profondo legame con una sana vita comune.

Che la virtù della castità, se pure non finalizzata ad una rinuncia totale, sia necessaria per prepararsi degnamente al matrimonio e per poi viverlo felicemente, è una verità che soltanto un’età schizofrenica come la nostra poteva dimenticare o negare. E sono certamente elementi fondamentali della coesione e del buon ordine familiare la subordinazione del possesso e dell’uso individuale dei beni agli interessi della famiglia e la disponibilità a porre al servizio dei familiari la libera iniziativa di ciascuno. Se manca questo “spirito dei voti monastici”, il valore della famiglia, anche come ammortizzatore finanziario, rischia di venir meno.

Ma la Regola di San Benedetto indica in modo molto più dettagliato in qual mondo sia necessario indirizzare e ordinare le ricchezze materiali e spirituali della comunità, o della famiglia, e dei suoi membri in modo che ognuno possa realizzare se stesso spendendo a beneficio di tutti i propri talenti e nello stesso tempo ricevendo dalla famiglia un sostegno incomparabile, che nessun altro ammortizzatore sociale potrebbe offrirgli.

Ma questo è un  argomento su cui converrà ritornare per ulteriori approfondimenti.

Conversazioni su una Regola Familiare /23

Le nuove prospettive della nostra iniziativa: dopo la vita familiare, la vita sacerdotale e il fecondo rapporto di San Benedetto con la scuola

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

 

Pochi giorni fa ho tenuto, per la prima volta, una conferenza qui in Sri Lanka a un gruppo di novizi della congregazione Claretiana sull’importanza della Regola di San Benedetto non solo per la loro futura pastorale familiare, ma anche per la loro vita sacerdotale. La cosa ha suscitato grande interesse, tanto che ora il Vicario Generale del vescovo mi ha detto che mi chiamerà per parlare a tutti i sacerdoti della diocesi dello stesso argomento.

L’idea di parlare ai sacerdoti o a chi si prepara al sacerdozio mi era venuta recentemente, quando mi sono reso conto del fatto che la Regola di San Benedetto ha molto da insegnare non solo le famiglie, ma anche ai sacerdoti diocesani. Infatti, appena escono dal seminario, i sacerdoti si trovano ad affrontare una vita che facilmente diventa senza regole: tutta un affanno a correre dietro alle varie iniziative più o meno pastorali. Che cosa è mancato, dunque, nella loro formazione? La risposta potrebbe essere: quello che è mancato a tutti!

E qui ho potuto meglio comprendere un fatto essenziale, che già da tempo stavo  considerando, e che è generalmente sfuggito all’attenzione: tutta l’esperienza di San Benedetto potrebbe essere ricondotta ad un conflitto profondo con la scuola, come essa viene intesa – e lo era già al suo tempo! – sia nell’ambito laico istituzionale, sia anche nell’ambito ecclesiastico.

Consideriamo: San Benedetto fugge da Roma, dove era andato per i suoi studi superiori. Perché? Perché vede che i giovani studenti conducono una vita sregolata. A cosa serve una scuola che non sa insegnare ai giovani a vivere in modo sano e virtuoso? Una scuola così conduce all’inferno! Meglio dunque fuggire, “coscientemente ignorante e sapientemente indotto”, come scrive San Gregorio Magno, suo biografo. Quando, dopo una lunga esperienza, prima di solitudine e poi di organizzazione della vita religiosa, San Benedetto scrive la sua Regola, egli afferma di voler costituire una “scuola del servizio divino”. Una scuola, dunque! Ma quanto diversa da quella che si è lasciato alle spalle!

Non pensiamo subito che questo discorso valga soltanto per i monaci. Vale per tutti! Già più di cent’anni fa F.W. Förster, che è stato il mio principale ispiratore, osservava che i nostri centri di studi superiori sono anche i più grandi centri di corruzione sessuale della gioventù! Dunque dai tempi di San Benedetto che cosa è cambiato? E certamente il problema non riguarda soltanto i monaci!

Vi è un bel testo di S. Ambrogio che recita: «I vostri figli abitino la vostra casa con quel sano trovarsi bene che ti mette a tuo agio e ti incoraggia anche ad uscire di casa, perché ti mette dentro la fiducia in Dio e il gusto di vivere bene». Ma i genitori di oggi sono in grado di realizzare questo programma? Se non lo sono, è perché la scuola non li ha formati per questo! Per che cosa li ha formati? Ha richiesto un impegno immenso nelle cognizioni intellettuali, presumibilmente utili per una professione fuori casa, mentre nello stesso tempo ha quasi del tutto trascurato la formazione a tutte le virtù umane e cristiane e a tutte le competenze necessarie per creare e saper gestire una famiglia, e la prima cosa che ha programmaticamente trascurato è quella oggi tanto disprezzata virtù della castità che è invece, come dovrebbe essere ovvio, la fondamentale pietra d’angolo di ogni futuro edificio familiare.

In questa luce la “scuola del servizio divino” di San Benedetto appare assai meno “ecclesiastica” e assai più “laica” di quanto non sembri! Lo dimostra il fatto che anche le scuole di teologia in cui si formano i nostri sacerdoti mirano assai più alla cultura intellettuale che alla sana e santa gestione della vita quotidiana, con tutte le sue ricchezze e complessità! Se solo San Benedetto insegna a governare l’ambiente di vita in modo che “nessuno si turbi o si rattristi nella casa di Dio”, vuol dire che solo la sua scuola può servire al programma di S. Ambrogio!

A mio giudizio, dunque, seguendo il grande insegnamento del Förster, è necessaria per tutti una grande riforma della scuola, e San Benedetto è il vero patrono di essa!

Il fatto che ora, almeno in Sri Lanka, il clero incomincia ad ascoltare questa lezione, e che già si sta progettando di estenderla anche alla pastorale familiare, è un piccolo segno, che però infonde fiducia e speranza che il granello di senape seminato con la nostra iniziativa possa produrre, per grazia di Dio, un grande albero, tra le cui fronde molti volatili verranno fare il loro nido.

Preghiere per la Famiglia /1

La Madonna tiene tra le mani due colombe, simbolo dei due sposi cristiani

PREGHIERA PER UN MATRIMONIO SANTO

O Maria, Regina della Famiglia, che a Ghiaie di Bonate ci hai invitato alla santità matrimoniale e familiare, insistendo sull’abbandono del peccato all’interno della vita domestica,
BENEDICI, BENEDICI, BENEDICI
questa nostra unione che sta per diventare (o è già) consacrata sull’altare della santa Chiesa di Dio.
Tra le spaventose minacce che incombono oggi sui matrimoni, tra il panorama vastissimo di fallimenti, separazioni e divorzi che ci circonda e ci sfiora quotidianamente,
DONACI LA GRAZIA DI UN MATRIMONIO SANTO, CHE DURI PER SEMPRE,
che non conosca l’arrendersi alle sottili, incalzanti, seduzioni della discordia e del tradimento da parte dello spirito del male, l’ingannatore, oggi più che mai in agguato.
Che si compia in noi, Sposa perfetta dell’Altissimo, la Parola sacra l’uomo non separi ciò che Dio ha unito.
Che regni ogni giorno nel nostro matrimonio quell’armonia di dolcezza ineffabile, quella volontà di cura paziente e dedizione santa, quella preghiera all’unisono di lode costante rivolta al Padre e quell’Amore incessante in Gesù vivo, che ha respirato profondamente e continuamente la tua Santa Famiglia di Nazaret. Amen. Amen. Ave Maria…

Dal libretto Ghiaie di preghiera alla Regina della Famiglia (Ed. Villadiseriane)

S. Michele Arcangelo /2

LE APPARIZIONI DI SAN MICHELE:

MONTE SANT’ANGELO

La reggia terrestre di San Michele si trova nel Gargano, sul sacro monte a nome dell’Arcangelo: “Monte Sant’Angelo”; fu scelta da lui stesso dopo tre meravigliose apparizioni al vescovo Lorenzo Malorano (490). Ecco la storia di tali apparizioni sul Monte Gargano.

PRIMA APPARIZIONE

(8 maggio 490)

San Michele si manifestò la prima volta l’8 maggio del 490. Un ricco signore di Siponto (località sul Gargano in Puglia) smarrì il toro più bello del suo armento. Dopo tre giorni di ricerca, lo rinvenne in una spelonca quasi inaccessibile del Gargano. Irato di non potere riaverlo, egli volle ucciderlo e gli scoccò una freccia. Ma, meraviglia, a metà strada, la freccia tornò indietro e colpì l’arciere ad un braccio. Stupito, il signore andò a trovare il vescovo di Siponto, Lorenzo Maiorano, per essere illuminato. Questi ordinò un digiuno di tre giorni e preghiere pubbliche. Il terzo giorno, San Michele apparve al Vescovo, dicendogli di essere l’autore del prodigio della grotta e che questa sarebbe stato, d’ora in poi, il suo Santuario in terra.

SECONDA APPARIZIONE

(12 settembre 492)

Alcuni anni dopo, i Sipontini vennero assediati dall’esercito barbaro di Odoacre, re degli Eruli. Vedendosi sul punto di perire, ricorsero al santo vescovo Lorenzo Maiorano; egli chiese e ottenne la protezione dell’Arcangelo: San Michele gli apparve, promettendogli la vittoria. Tre giorni dopo, l’aria si oscurò, si scatenò un temporale terribile, il mare si sconvolse. Le orde d’Odoacre, colpite dalle folgori, fuggirono spaventate. La città era salva.

TERZA APPARIZIONE

(29 settembre 493)

L’anno seguente, per festeggiare devotamente l’Arcangelo e ringraziarlo della liberazione della città, il Vescovo di Siponto chiese al Pontefice, Gelasio I, il consenso di consacrare la Grotta e di stabilire il giorno di questa Dedicazione. Nella notte dal 28 al 29 settembre 493, San Michele apparve una terza volta al vescovo Lorenzo Maiorano, dicendogli: “Non è necessario che dedichiate voi questa chiesa… perché Io l’ho già consacrata… Voi, celebratevi i Santi Misteri… L’indomani mattina, parecchi vescovi e il popolo si recarono in processione al Gargano. Entrati nella Grotta, la trovarono piena di luce. Un altare di pietra era già innalzato e ricoperto di un pallio porporino. Allora il santo vescovo celebrò la prima S. Messa, alla presenza dei vescovi e di tutto il popolo.


SUPPLICA A SAN MICHELE

Angelo che presiedi a custodia generale di tutti gli Angeli della terra, non mi abbandonare. Quante volte ti ho addolorato con le mie colpe… Ti prego, in mezzo ai pericoli che circondano il mio spirito, mantieni il tuo appoggio contro gli spiriti maligni che cercano di buttarmi in preda al serpente della lusinga, al serpente del dubbio, che attraverso le tentazioni del corpo cercano di imprigionare la mia anima. Deh! Non lasciarmi esposto ai colpi sapienti di un nemico tanto terribile quanto crudele. Fa’ che io possa aprire il mio cuore alle dolci tue ispirazioni, animandole ogni qualvolta parrà spegnersi in me la volontà del tuo cuore. Fa’ scendere nel mio animo una scintilla della soavissima fiamma che arde nel tuo cuore ed in quello di tutti i tuoi Angeli, ma che arde più che sublime ed incomprensibile a noi tutti e soprattutto nel nostro Gesù. Fa’ che al termine di questa miserabile e brevissima vita terrena, io possa venire a godere l’eterna beatitudine nel Regno di Gesù, che io giunga allora ad amare, benedire e gioire. Così sia.

Conversazioni su una Regola Familiare /22

Conclusione del discorso sulla liturgia familiare

         di Don Massimo Lapponi O.S.B.

Chi è già iscritto alla scuola online “La corona di dodici stelle” troverà nel relativo sito le tre parti di cui si compone l’istruzione sulla preghiera liturgica familiare, con l’aggiunta in fondo dei “Canti per la liturgia”, di cui abbiamo parlato nelle conversazioni precedenti.

La prima parte dell’istruzione è la più lunga e offre molti spunti utili per organizzare e valorizzare al meglio la preghiera comune di tutta la famiglia. Nelle altre due parti si presentano alcuni esempi di preghiera, presi dalla Bibbia e dall’immenso repertorio della preghiera cristiana, orientale e occidentale, antica e moderna.

Infine si rimanda ad un bellissimo testo: l’Introduzione Generale dell’opera “L’anno liturgico” di Dom Prosper Guéranger (1805-1875), restauratore dell’Ordine Benedettino in Francia nel secolo XIX. Il testo dell’Introduzione Generale è messo a disposizione, nell’Undicesima Stella, tra i documenti aggiunti. Conviene leggerlo nella versione da noi presentata, perché il testo italiano che si trova nel relativo sito web è pieno di refusi. Il documento da noi pubblicato, invece, è stato corretto ed è perciò da preferire. Chi conosce il francese troverà online il testo originale. È una lettura che si raccomanda vivamente.

A conclusione di queste lezioni sulla liturgia familiare mi permetto di fare un’osservazione, e anche un’invocazione al cielo e un appello a tutti.

La nostra iniziativa e la nostra scuola hanno alle spalle un lavoro di preparazione di decenni e sono il frutto di un impegno immenso, portato avanti con il solo desiderio di giovare alle famiglie in un momento per loro molto travagliato e in cui poche sono le iniziative realmente efficaci a loro favore. Purtroppo, però, tutto quello che è stato fatto e che si vorrebbe ancora fare stenta ad essere diffuso, recepito e valorizzato. Queste stesse conversazioni, con le quali si intende facilitare l’uso dell’abbondante materiale messo a disposizione degli iscritti alla scuola online, sembrano essere state, finora, assai poco valorizzate. A parte qualche eccezione, che vogliamo ora ringraziare, non abbiamo avuto riscontri di gradimento, né tanto meno si è avviato un dialogo costruttivo che manifestasse l’intenzione di qualcuno di mettere a frutto il materiale offerto.

La difficoltà di uno sviluppo della nostra scuola nasce soprattutto dal fatto che personalmente mi trovo per necessità lontano dall’Italia e che, perciò, ho grande difficoltà a seguire i vari aspetti dell’iniziativa. Ancora diverse stelle andrebbero sviluppate, ma non si trovano i collaboratori, e quelli che si sono impegnati a collaborare per lo più non sono di parola. Ci sono incontri di famiglie da organizzare, vi è la prospettiva di estendere l’iniziativa ad altre lingue e nazioni, e tante altre cose.

Manca però una persona o un gruppo di persone – che siano sacerdoti, consacrate, famiglie o altri – che si assumano la responsabilità, restando in contatto con me, di seguire da vicino tutti gli aspetti del progetto, del suo sviluppo e della sua diffusione. Il mio sogno sarebbe stato che una ragazza coraggiosa si ponesse a capo di una gruppo di altre giovani per fare del nostro progetto di rinnovamento della vita familiare la missione della sua vita. Non vedendo realizzarsi nulla di simile, me la sono inventata e l’ho in qualche modo immaginata nei romanzi per adolescenti che abbiamo messo a disposizione nella scuola online (Undicesima Stella).

Ma, visto che anche i romanzi non sembrano riscuotere molta attenzione, mi permetto di mettere qui il link di un capitolo in cui un gruppo di ragazze, dopo aver letto lo statuto scritto per loro, discutono del relativo progetto. Faccio presente che, quando fu scritto questo capitolo, ancora non si pensava a realizzare la scuola online:

 

https://massimolapponi.wordpress.com/discussione-proficua/

 

Chi vuole leggere tutto il romanzo – dal titolo “Un sogno infranto” – o tutta la serie dei romanzi, finché non saranno pubblicati li può trovare nell’Undicesima Stella della scuola online o anche nel gruppo di facebook “La gioia della lettura”, dove i testi sono stati riveduti e migliorati.

Se, però, bisogna ricorrere ai romanzi, vuol dire che i tempi sono cambiati e che ormai di Giovanna d’Arco e di Francesca Cabrini si è perso lo stampo!

Ma la mia preghiera al cielo che, nonostante le apparenze, tra le giovani di oggi si trovi ancora qualche persona degna erede di quelle eroine che si entusiasmi per il nostro progetto non viene meno!

E a questa preghiera mi permetto di aggiungere un appello a tutti perché si interroghino sulla propria disponibilità a fare più di quanto è stato fatto finora, e questo soprattutto per il concreto vantaggio proprio e della propria famiglia – ciò che più di ogni altra cosa ci sta a cuore!

S. Michele Arcangelo /1

Dopo Maria Santissima, San Michele Arcangelo è la più gloriosa, la più potente creatura uscita dalle mani di Dio. Scelto dal Signore come primo ministro della Ss.ma Trinità, Principe dell’Esercito celeste, Custode, prima della Sinagoga, poi della Chiesa, San Michele è stato molto venerato fin dai tempi più remoti. L’Antico ed il Nuovo Testamento parlano di Lui, del Suo potere, delle Sue apparizioni, della Sua intercessione, del dominio affidatogli su tutti gli uomini dalla Suprema Bontà dell’Onnipotente. I Pontefici non mancarono di raccomandare ai Fedeli la Devozione a San Michele. Anche ai nostri giorni, Poi IX, Leone XIII e Pio XII ci dicono di supplicarlo per la difesa della Chiesa e delle anime: “Raramente il ricorso all’Arcangelo San Michele è apparso più urgente di ora… perché il mondo, intossicato dalla menzogna e dalla slealtà, ferito dagli eccessi della violenza, ha perduto la sanità morale e la gioia” (Pio XII). Difatti, come non riconoscere l’opera di Satana e dei suoi demoni nell’orgoglio, nei tradimenti che sconvolgono la Società e il mondo odierno? Non è dunque consolante e confortante di pensare che, sopra i demoni scatenati in tutta la Terra, si stendano l’Azione e la Potenza del Sommo Arcangelo, protettore dei popoli e della Chiesa? In questi tempi torbidi, la storia delle apparizioni di San Michele nel mondo, lungo i secoli, sarà motivo di ritrovare fiducia e fede, poiché Egli è, e sarà sempre, il fedele Custode e difensore delle Nazioni e delle Genti che l’invocano, si affidano a Lui nei travagli e nelle persecuzioni. Preghiamolo più che mai a maggior gloria di Dio. Non dimentichiamo anche di pregare tutti gli Arcangeli e Angeli del Signore, specialmente San Gabriele, San Raffaele, l’Angelo Custode, l’Angelo Consolatore di Gesù nell’Orto, affinché ci soccorrano, ci difendano e facciano tornare la Fede, la Giustizia e la Pace nel mondo.

CONSACRAZIONE A SAN MICHELE

O grande Principe del Cielo, custode fedelissimo della Chiesa, San Michele Arcangelo, io, benché molto indegno di comparire davanti a te, confidando tuttavia nella tua speciale bontà, ben conoscendo l’eccellenza delle tue mirabili preghiere e la moltitudine dei tuoi benefici, mi presento a te, accompagnato dal mio Angelo Custode, e, alla presenza di tutti gli Angeli del Cielo che prendo come testimoni della mia devozione verso di te, ti scelgo oggi a mio Protettore e mio Avvocato particolare, e propongo fermamente di onorarti sempre e di farti onorare con tutte le mie forze. Assistimi durante tutta la mia vita, affinché io non offenda mai gli occhi purissimi di Dio, né con le opere, né con le parole, né con i pensieri. Difendimi contro tutte le tentazioni del demonio, specialmente da quelle contro la fede e la purezza, e nell’ora della mia morte concedi la pace all’anima mia ed introducimi nella Patria eterna. Amen. (Indulgenza parziale).


La preghiera a San Michele Arcangelo che Leone XIII ordinò di recitare al termine della S. Messa

Il 13 ottobre 1884, al termine della celebrazione della S.Messa, Leone XIII udì una voce dal timbro gutturale e profondo che diceva: “Posso distruggere la tua Chiesa: per far questo ho bisogno di più tempo e di più potere”.

Il Papa udì anche una voce più aggraziata che domandava: “Quanto tempo? Quanto potere?”.

La voce gutturale rispose: “Dai settantacinque ai cento anni e un più grande potere su coloro che si consegnano al mio servizio”; la voce gentile replicò: “Hai il tempo…”.

Profondamente turbato, Leone XIII dispose che una speciale preghiera, da lui stesso composta, venisse recitata al termine della S.Messa, in tutto il mondo.

La preghiera è la seguente:

SANCTE MICHAËL ARCANGELE, DEFENDE NOS IN PROELIO, CONTRA NEQUITIAS ET INSIDIAS DIABOLI ESTO PRESIDIUM; IMPERET ILLI DEUS, SUPPLICES DEPRECAMUR; TUQUE, PRINCEPS MILITIAE COELESTIS, SATANAM ALIOSQUE SPIRITUS MALIGNOS, QUI AD PERDITIONEM ANIMARUM PERVAGANTUR IN MUNDO, DIVINA VIRTUTE, IN INFERNUM DETRUDE. AMEN

San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia: sii tu nostro sostegno contro la perfidia e le insidie del diavolo. Che Dio eserciti il suo dominio su di lui, te ne preghiamo supplichevoli. E tu, o principe della milizia celeste, con la potenza divina, ricaccia nell’Inferno satana e gli altri spiriti maligni i quali errano nel mondo per perdere le anime. Amen.

La preghiera continuò ad essere recitata fino al 26.9 64, quando l’istruzione “Inter oecumenici” n.48, § j, decretò: “…le preghiere leoniane sono soppresse”.

Novissimi /1

L’inferno? “Sarà sempre così. Sempre, sempre, sempre”

 

Una visione dell’inferno, avuta nel 1696, è così raccontata da Santa Veronica Giuliani

«Parvemi che il Signore mi facesse vedere un luogo oscurissimo; ma dava incendio come fosse stata una gran fornace. Erano fiamme e fuoco, ma non si vedeva luce; sentivo stridi e rumori, ma non si vedeva niente; usciva un fetore e fumo orrendo, ma non vi è, in questa vita, cosa da poter paragonare.

In questo punto, Iddio mi dà una comunicazione sopra l’ingratitudine delle creature, e quanto gli dispiaccia questo peccato. E qui mi si dimostrò tutto appassionato, flagellato, coronato di spine, con viva, pesante croce in spalla. Così mi disse: “Mira e guarda bene questo luogo che non avrà mai fine. Vi sta, per tormento, la mia giustizia ed il rigoroso mio sdegno”.

In questo mentre, mi parve di sentire un gran rumore. Comparvero tanti demoni: tutti, con catene, tenevano bestie legate di diverse specie. Le dette bestie, in un subito, divennero creature (uomini), ma tanto spaventevoli e brutte, che mi davano più terrore che non erano gli stessi demoni. Io stavo tutta tremante, e mi volevo accostare dove stava il Signore. Ma, contuttoché vi fosse poco spazio, non potei mai avvicinarmi più. Il Signore grondava sangue, e sotto quel grave peso stava. O Dio! Io avrei voluto raccogliere il Sangue, e pigliare quella Croce, e con grand’ansia desideravo il significato di tutto. In un istante, quelle creature divennero, di nuovo, in figura di bestie, e poi, tutte furono precipitate in quel luogo oscurissimo, e maledicevano Iddio e i Santi.

Qui mi si aggiunge un rapimento, e mi parve che il Signore mi facesse capire, che quel luogo era l’inferno, e quelle anime erano morte, e, per il peccato, erano divenute come bestie, e che, fra esse, vi erano anche dei religiosi […]. Mi pareva di essere trasportata in un luogo deserto, oscuro e solitario, ove non sentivo altro che urli, stridi, fischi di serpenti, rumori di catene, di ruote, di ferri, botti così grandi, che, ad ogni colpo, pensavo sprofondasse tutto il mondo. E io non aveva sussidi ove rivolgermi; non potevo parlare; non potevo invitare il Signore.

Mi pareva che fosse luogo di castigo e di sdegno di Dio verso di me, per le tante offese fatte a Sua Divina Maestà. E avevo davanti di me tutti i miei peccati […]. Sentivo un incendio di fuoco, ma non vedevo fiamme; altro che colpi sopra di me; ma non vedevo nessuno. In un subito, sentivo come una fiamma di fuoco che si avvicinava a me, e sentivo percuotermi; ma niente vedevo. Oh! Che pena! Che tormento! Descriverlo non posso; e anche il sol ricordarmi di ciò, mi fa tremare. Alla fine, fra tante tenebre, mi parve di vedere un piccolo lume come per aria. A poco a poco, si dilatò tanto. Mi sembrava che mi sollevasse da tali pene; ma non vedevo altro».

Un’altra visione dell’inferno è del 17 gennaio 1716. La Santa racconta che in detto giorno fu trasportata da alcuni angeli nell’inferno:

«In un batter d’occhio mi ritrovai in una regione bassa, nera e fetida, piena di muggiti di tori, di urli di leoni, di fischi di serpenti […]. Una grande montagna si alzava a picco davanti a me ed era tutta coperta di aspidi e basilischi legati assieme[…]. La montagna viva era un clamore di maledizioni orribili. Essa era l’inferno superiore, cioè l’inferno benigno. Infatti, la montagna si spalancò e nei suoi fianchi aperti vidi una moltitudine di anime e demoni intrecciati con catene di fuoco. I demoni, estremamente furiosi, molestavano le anime le quali urlavano disperate. A questa montagna seguivano altre montagne più orride, le cui viscere erano teatro di atroci e indescrivibili supplizi.

Nel fondo dell’abisso vidi un trono mostruoso, fatto di demoni terrificanti. Al centro una sedia formata dai capi dell’abisso. Satana ci sedeva sopra nel suo indescrivibile orrore e da lì osservava tutti i dannati. Gli angeli mi spiegarono che la visione di Satana forma il tormento dell’inferno, come la visione di Dio forma la delizia del Paradiso. Nel frattempo, notai che il muto cuscino della sedia erano Giuda ed altre anime disperate come lui. Chiesi agli angeli di chi fossero quelle anime ed ebbi questa terribile risposta: “Essi furono dignitari della Chiesa e prelati religiosi».

E in quell’abisso, ella vide precipitare una pioggia di anime…

Ed ecco altre visioni della Santa:

«Come Dante, anche la nostra Santa, appena su la soglia, ode urli, voci lamentevoli, bestemmie e maledizioni contro Dio. Vede mostri, serpenti, fiamme smisurate. È menata per tutto l’inferno. Precipitano giù, con la furia di densa grandine, le anime dei nuovi abitatori. E a quest’arrivo, si rinnovano pene sopra pene ai dannati. In un luogo ancora più profondo trova ammucchiate migliaia di anime (sono quelle degli assassini), sopra le quali incombe un torchio con una immensa ruota. La ruota gira e fa tremare tutto l’inferno. All’improvviso il torchio piomba su le anime, le riduce quasi a una sola; cosicché ciascuna partecipa alla pena dell’altra. Poi ritornano come prima. Ci sono parecchie anime con un libro in mano.

I demoni le battono con verghe di fuoco nella bocca, con mazze di ferro sul capo, e con spuntoni acuti trapassano loro le orecchie. Sono le anime di quei religiosi bastardi, che adattarono la regola a uso e consumo proprio.

Altre anime sono rinchiuse in sacchetti e infilzate dai diavoli nella bocca d’un orrendo dragone che in eterno le digruma. Sono le anime degli avari. Altre gorgogliano tuffate in un lago d’immondizie.

Di tratto in tratto sgusciano fulmini. Le anime restano incenerite, ma dopo riacquistano lo stato primiero. I peccati che hanno commesso sono i più gravi che mai vivente può immaginare. Tutte le strade dell’inferno appaiono sparse di rasoi, di coltelli, di mannaie taglienti. E mostri, dovunque mostri. E una voce che grida: “Sarà sempre così. Sempre, sempre, sempre”. Veronica è condotta alla presenza di Lucifero. Egli ha d’intorno le anime più graziate dal cielo, che nulla fecero per Iddio, per la sua gloria; e tiene sotto i piedi, a guisa di cuscino, e pesta continuamente le anime di quelli che mancarono ai loro voti. “Via l’intrusa che ci accresce i tormenti”!, urla furibondo ai suoi ministri. Levata dall’inferno, Veronica ripete esterrefatta: “O giustizia di Dio, quanto sei potente”»!

Conversazioni su una Regola Familiare /21

Ventunesima conversazione

La liturgia della Settimana Santa e della festa di Pasqua

di Don Massimo Lapponi O.S.B.

             In questa conversazione, oltre ad approfittare dell’occasione per inviare a tutti gi auguri per le feste paquali, vorrei attirare l’attenzione sull’importanza delle realtà e dei segni sensibili e visibili per la nostra vita spirituale. Il fatto stesso che il Figlio di Dio abbia assunto la natura umana e l’abbia poi sacrificata sulla croce per la nostra salvezza dimostra quale ruolo insostituibile abbiano le realtà corporali e sensibili, quando si fanno portatrici della vita divina, per la vita spirituale degli uomini. Proprio in questi giorni, in cui tutto il mondo si arresta e, in un modo o nell’altro, volge lo sguardo a Gesù inchidato sulla croce per il suo inesprimibile amore verso tutto il genere umano, ci è facile comprendere fino a che punto la dottrina religiosa prenda la sua forza non da teorie astratte, ma da fatti concreti, da persone che partecipano alla storia umana con tutto il coinvolgimento del loro essere e dagli infiniti segni, sempre rinnovati, della loro viva presenza fra noi.

Non è, dunque, assolutamente secondaria la qualità dei segni sensibili che hanno la finalità di metterci in contatto con la persona di Cristo, di Maria e dei santi, ed è, perciò, nostro dovere e nostro interesse che tutto il mondo dell’espressione liturgica e artistica della fede non decada a forme banali, insignificanti e inadeguate, ma mantenga il livello che duemila anni di appassionata devozione da parte di santi, pittori, scultori e musicisti gli hanno conferito.

Ricordiamo che vi fu un’eresia, nel secolo VIII – l’iconoclastia – che, in omaggio al concetto orientale dell’assoluta trascendenza di Dio, negava la liceità delle immagini, quali espressioni della fede religiosa. Questa eresia, sostenuta dall’imperatore bizantino, provocò schiere di martiri, determinati a difendere le immagini sacre. Contro di essa il papa Gregorio II scrisse questa mirabile lettera:

«Se le profezie non si sono compiute, non si scrivano i fatti a dimostrazione di ciò che ancora non è avvenuto. Se, cioè, il Signore non si è incarnato, non si formi la Sua santa immagine secondo la carne. Se non nacque in Betlemme dalla gloriosa Vergine, madre di Dio, s’Egli, che regge l’universo, non fu portato come un infante tra le braccia della madre, s’Egli, che alimenta ogni carne, non degnò di cibarsi di latte, non si raffiguri neppure questo. Se non risuscitò i morti, né sciolse le membra ai paralitici, né purificò i lebbrosi, né diede la vista ai ciechi e ai muti la parola, non si rappresentino i Suoi miracoli. Se non subì volontariamente la passione, se non spogliò l’inferno, se, risorto, non salì al cielo, Egli che dovrà venire a giudicare i vivi ed i morti, in tal caso non s’adoperino lettere o colori a narrare o a raffigurare questi fatti. Ma se tutto ciò è avvenuto, ed è grande il mistero della pietà, così fosse possibile che il cielo e la terra e il mare e gli animali e le piante, e ogni altra cosa lo narrassero con la voce, per iscritto, con la pittura».

Questa ferma presa di posizione di Roma contro Bisanzio permise lo sviluppo incomparabile dell’atre cristiana attraverso i secoli successivi. Ancora noi usufruiamo dell’immensa erdità che i nostri padri ci hanno lasciato nel campo della manifestazione sensibile della fede. Purtroppo, però, una nuova e più insidiosa iconoclastia sta lavorando per screditare questa eredità e per sostituire ad essa forme deteriori di espressione, del tutti inadeguate a trasmettere la fede in tutta la sua forza e integrità. È, dunque, molto importante che nella liturgia familiare – come in quella parrocchiale – vi sia la cura di salvaguardare, arricchire – se il Signore ci dà il dono di saperlo fare – e rendere presenti ed efficaci le più belle ed eloquenti espressioni della fede, siano esse antiche o moderne, orientali o occidentali, senza preclusioni.

Trovandoci ormai a ridosso del triduo pasquale, possiamo fare qualche esempio di espressioni artistiche e liturgiche cha hanno nutrito, e continuano a nutrire, la fede dei credenti e senza le quali essa diverrebbe esangue e inconsistente, come una qualsiasi dottrina puramente teorica.

Sono sempre belle e commoventi le ceramiche artistiche di Andrea Della Robbia, come questa di Cristo sofferente:

https://www.flickr.com/photos/28433765@N07/6394796041

Ed è indimenticabile il “Pianto della Madonna” di Jacopone da Todi:

https://www.youtube.com/watch?v=2ltb7SwCO1Q

Tra i canti liturgici della Pasqua non si può non ricordare almeno la sequenza “Victimae Paschali”, che ancora è presemte nella messa del giorno di Pasqua, ma che nella traduzione italiana perde ogni valore poetico e musicale. Ascoltiamola nella sua originale versione gregoriana:

https://www.youtube.com/watch?v=sVq-MYy3e2I

I sacerdote musicista Lorenzo Perosi (1872-1956) ci ha lasciato questo mirabile preludio al mattino della Resurrezione:

https://www.youtube.com/watch?v=upJ-NqAHDoc

Per il periodo natalizio vi è l’uso di adornare le case con il presepio, che è, inoltre, accompagnato da tante espressioni letterarie e musicali. Purtroppo non è lo stesso né per il tempo pasquale, né per gli altri tempi liturgici. Sarebbe, invece, di grande efficacia religiosa ed educativa la presenza continua, nelle nostre case, dei segni espressivi delle fede, e specialmente nei giorni, così intensi, del sacro triduo pasquale.

     Scambiandoci i più cari auguri di buona Pasqua, preghiamo Gesù risorto che conceda a tutte le nostre famiglie di risorgere anch’esse ad una vita nuova